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© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
8 dicembre 2020

 
  Arrivederci?  
 

 

Dunque. Questo blog non avrebbe molta ragione di esistere, visto che è nato sull’onda dell’emozione di una singola recensione discografica.

Un’incisione che mi era particolarmente piaciuta e di cui non avrei potuto parlare su altre pagine sicuramente prestigiose rispetto a queste, occasionali e strutturate come può esserlo, per l’appunto, un microscopico diario pubblico senza alcuna pretesa.

Appunti presi alla buona, che sono per lo più indicazioni per sparuti lettori.

La Internet delle cose piccole, come mi piace chiamare la Rete, quando chi la fa non ha la pretesa di rivolgersi alle masse.

E poi, l’impegno di redigere queste note, sia pure di tanto in tanto, per me è abbastanza gravoso.

Ci sono tante cose da fare, nella vita, che hanno a che vedere con il quotidiano, con la realtà spicciola e decisamente meno aulica di quella che è la letteratura, sia pure sviluppata in modo (per l’appunto) occasionale.

Mi limiterò a fare delle minuscole osservazioni sul periodo in corso, che è molto travagliato per le note vicende legate alla pandemia.

La prima è che i media tradizionali (e non) sono riusciti, bene o male, a soddisfare il desiderio degli appassionati di lirica e concerti come il sottoscritto. E cioè quello di proporre con cadenza praticamente quasi quotidiana un evento da proporre al pubblico, a volte andando a rispolverare vecchie registrazioni ed in taluni casi a regalare spettacoli interessantissimi, seppure a porte chiuse.Lo streaming di opere e concerti è quello che ha in parte salvato (almeno credo) i tanti artisti che, diversamente, sarebbero rimasti a casa in attesa di tempi migliori.

La seconda è che quest’anno, la prima migliore non è stata quella del Teatro alla Scala.

A riveder le stelle, concerto infarcito di balletti e mini performances attoriali è stato, per l’appunto, solo un concerto.

Pensato per il grande pubblico, certo.

Non per quello dei veri appassionati di lirica, ma per chi con la musica cosiddetta colta ha degli incontri esclusivamente occasionali.

Uno spettacolo, come si soleva dire fino a non molto tempo fa, nazional popolare.

Il problema è che la Scala non è il Festival di Sanremo.

È (era?) un’altra cosa.

Si sarebbe potuta proporre ugualmente la Lucia di Lammermoor prevista originariamente per il 7 dicembre e non ci sarebbero stati grossi scossoni, se fosse stata presentata in un’altra veste.

Altri teatri italiani hanno proposto inaugurazioni in forma di concerto e credo siano stati molto pochi quelli che hanno realmente storto il naso.

Per i concerti c’è il primo dell’anno, quando Vienna e Venezia propongono spettacoli di qualità adeguati all’evento particolare. In special modo la capitale austriaca, visto che in Laguna la tradizione (almeno quella televisiva) è molto più recente.

La vera prima l’ha fatta, quest’anno, il Teatro dell’Opera di Roma, a cui va il mio plauso per il coraggio e la qualità del Barbiere di Siviglia di Rossini, che ha brillato per la cura dell’esecuzione affidata al Maestro Daniele Gatti ed all’intelligente e gradevole regia di Mario Martone.

Ottimo il cast, con livelli di eccellenza. A partire dalla Rosina della mezzosoprano Vasilisa Berzhanskaya e del basso baritono Alessandro Corbelli, uno dei migliori Bartolo che io abbia mai ascoltato.

Così come mi sono abbastanza piaciuti Andrzej Filonczyk (Figaro) e Ruzil Gatin, un flautato quanto garbato Almaviva.

Lo spettacolo avrebbe meritato la Rete Ammiraglia come e più della prima scaligera, ma la collocazione in quella che è (per gli anzianotti come me) è la rete culturale storica della Rai è comunque indicata. D’altronde, il ragguardevole numero di spettatori (680.000, a quel che m’è dato sapere), rappresenta un successo clamoroso. Ed assolutamente meritato, vista la qualità.

Bene. Le notarelle di oggi terminano qui.

Non so se ce ne saranno altre. Ma nel caso, cercherò di proporre all’attenzione dei miei pochissimi lettori materiale di qualità, come ho cercato di fare nei miei pochi interventi su queste pagine.

Cerchiamo di curare quello che è l’hortus conclusus della Cultura, perché è questo ciò che ci salverà quando potrebbe arrivare un eventuale nuovo diluvio.

È questo l’augurio migliore che io possa fare, in attesa che termini quest’annus horribilis e si possa guardare con rinnovata speranza ai tempi che verranno.

 

 
  Gabriele Vitella   
     



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