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 Appunti di cultura giuridica

 

 

 

 

 

Diritto penale ed emozione pubblica:

per una critica della tecnica legislativa contemporanea

 

Consenso, tipicità e funzione simbolica del diritto penale contemporaneo

 




























CAPITOLO 2

 

Il principio di legalità e la crisi della tipicità nel diritto penale contemporaneo

Il principio di legalità, nella sua articolazione classica delineata dall’art. 25, co. 2, Cost. e dall’art. 1 c.p., rappresenta il cardine irrinunciabile dell’intero edificio penalistico. Esso non si limita a sancire la riserva di legge, ma include, secondo la tradizione continentale, le ulteriori esigenze della determinatezza, tassatività, prevedibilità e precisione della fattispecie¹.
Tale nucleo concettuale, che nella dottrina illuminista costituiva la garanzia fondamentale contro l’arbitrio del sovrano, ha progressivamente assunto la funzione di limite alla discrezionalità sia del giudice sia del legislatore, imponendo a quest’ultimo di costruire norme in grado di delimitare in modo chiaro il confine tra ciò che è penalmente rilevante e ciò che appartiene all’area del lecito.

Eppure, negli ultimi anni, questo impianto sembra aver subito una graduale erosione. Il diritto penale contemporaneo manifesta un’inclinazione sempre più marcata verso forme di fluidità semantica, in cui la fattispecie viene costruita attraverso formule generiche, concetti aperti, categorie moralmente connotate, talora intenzionalmente elastiche, concepite per adattarsi alle mutevoli sensibilità del corpo sociale.
Non si tratta di un fenomeno isolato, né limitato a particolari settori: riguarda l’intera struttura del codice, con ricadute profonde sulla prevedibilità della norma e sulla capacità dell’interprete di ricondurre la pluralità dei comportamenti concreti entro categorie stabili.

 

2.1 – Determinatezza come garanzia e come metodo

La dottrina penalistica italiana ha elaborato negli ultimi cinquant’anni una teoria particolarmente sofisticata della legalità, fondata non solo sull’idea di riserva, ma anche sulla dimensione qualitativa della norma.
Marinucci e Dolcini hanno evidenziato come la determinatezza non sia meramente un requisito linguistico, bensì una categoria epistemica che garantisce la controllabilità della decisione giudiziale e l’eguaglianza dei consociati di fronte alla legge².

La determinazione del fatto tipico è, infatti, un’operazione di delimitazione concettuale finalizzata a impedire che la punibilità dipenda dalla sensibilità dell’interprete anziché dalla volontà del legislatore. Senza determinatezza, il diritto penale rischia di trasformarsi in un linguaggio morale, affidato alla prudenza o alla ideologia del singolo operatore.

Eppure, la produzione normativa recente sembra ignorare proprio questa dimensione metodologica. Le leggi penali sono spesso redatte in modo da lasciare aperti ampi margini di valutazione discrezionale, con formule quali:

  • “comportamenti idonei a provocare turbamento”,

  • “atti non coerenti con la volontà della vittima”,

  • “situazioni di assoggettamento psicologico”,

  • “mancanza di consenso libero e attuale”,

  • “condotte persecutorie anche di natura psicologica”.

Si tratta di espressioni che, pur rispondendo a esigenze condivisibili, non soddisfano i criteri tradizionali della determinatezza. Esse descrivono fenomeni psicologici, stati interiori, percezioni soggettive, che difficilmente possono essere ricondotti a parametri oggettivi e verificabili.

 

2.2 – La moltiplicazione delle fattispecie contigue come sintomo della crisi

Uno degli indicatori più evidenti della crisi della tipicità è la crescente tendenza del legislatore a introdurre nuove fattispecie penali per descrivere comportamenti già ricompresi in norme esistenti, ma percepiti come socialmente rilevanti o politicamente urgenti.
Ciò avviene soprattutto nei settori ad alta sensibilità emotiva, dove la domanda sociale di riconoscimento prevale sulla compatibilità sistemica.

La sovrapposizione tra reati diversi – stalking, maltrattamenti, violenza privata, minaccia aggravata, atti persecutori, persecuzione – crea un’area semantica indistinta in cui più norme concorrono a presidiare lo stesso bene giuridico, senza che sia chiaro il criterio di distinzione tra esse.
Il diritto penale perde così la sua “architettura”, trasformandosi in una costellazione di norme parzialmente sovrapposte, difficili da distinguere non soltanto per il cittadino, ma anche per gli operatori giudiziari
³.

Il fenomeno della duplicazione normativa non riguarda soltanto la parte speciale, ma si estende anche alla parte generale, dove il lessico delle riforme si è progressivamente allontanato dai canoni della precisione tecnico-dogmatica.

 

2.3 – Il concorso apparente e l’insufficienza dei criteri tradizionali

Nel sistema penale italiano, il concorso apparente di norme è regolato dal criterio della specialità (art. 15 c.p.), che rappresenta il cardine dell’unità del reato.
Tuttavia, quando le fattispecie sono costruite in modo da sovrapporsi non solo sul piano materiale, ma anche su quello assiologico, il criterio della specialità risulta inefficace.

Nel caso dei reati relazionali – come la violenza sessuale, lo stalking, i maltrattamenti, la violenza domestica – la distinzione tra norma speciale e norma generale diventa spesso teorica, perché gli elementi specializzanti non sono espressi in modo chiaro, o perché sono concettualmente contaminati da categorie psicologiche o morali.
Ne deriva un sistema nel quale l’individuazione della fattispecie applicabile non è più un’operazione di sussunzione logica, ma un atto di discrezionalità giudiziale, con conseguenti oscillazioni applicative e difficoltà nella prevedibilità delle decisioni.

Ciò appare particolarmente evidente nell’ambito dei reati a tutela della libertà sessuale. Qui, l’introduzione del requisito del “consenso libero e attuale” ha aggiunto una nuova etichetta normativa senza eliminare o coordinare quelle esistenti, con il risultato che le stesse condotte possono essere lette alternativamente come:

  • violenza sessuale “coercitiva” tradizionale,

  • violenza sessuale “senza consenso”,

  • atti sessuali non consenzienti con minore gravità,

  • atti di molestia sessuale di natura non tipica.

Il concorso apparente diventa, così, concorso apparente irrisolvibile: una situazione in cui le categorie non funzionano più come strumenti di classificazione, ma come etichette narrative.

 

2.4 – La crisi del bene giuridico come criterio selettivo

A complicare ulteriormente la situazione è la progressiva perdita di centralità della teoria del bene giuridico.
Il bene giuridico ha rappresentato, per decenni, il criterio privilegiato per delimitare il campo del penalmente rilevante, garantendo che la sanzione fosse riservata alle lesioni effettive di interessi fondamentali.
Oggi, tuttavia, il bene giuridico sembra aver ceduto il passo a nuove esigenze di natura simbolico-identitaria, che plasmano il diritto penale non tanto a partire da ciò che merita tutela, quanto da ciò che merita riconoscimento sociale.

Il risultato è una frammentazione della funzione protettiva del penale.
Alcuni beni giuridici, come la libertà sessuale, la dignità personale o la libertà relazionale, vengono costantemente “ritipizzati” da nuove norme che non aggiungono nulla sul piano della tutela sostanziale, ma rispondono alla necessità di allineare la norma al clima culturale.
Il bene giuridico, da fondamento teorico, diventa pretesto narrativo.
Come osserva Donini, esso “non fonda più il reato, ma lo giustifica retroattivamente”⁴.

 

2.5 – La crisi della tassatività e l’emergere di concetti aperti

Una delle principali manifestazioni della crisi della legalità è la proliferazione dei concetti aperti e delle clausole generali nel diritto penale.
Termini quali “atti persecutori”, “condotte manipolative”, “assenza di consenso attuale”, “pressione psicologica”, “ambito di libertà interiore” non risultano pienamente compatibili con l’esigenza di tassatività richiesta dall’art. 25 Cost.
Si tratta di concetti che, pur evocativi e intuitivi, non possiedono un contenuto normativo definito.

Il legislatore contemporaneo sembra utilizzare tali formule come scorciatoie linguistiche, nella convinzione che esse siano intellegibili per il cittadino e applicabili dal giudice.
Tuttavia, questa apparente immediatezza semantica nasconde una profonda ambiguità:
la clausola generale diventa contenitore del valore sociale, non del fatto penalmente rilevante.

La tassatività non è nemica dell’evoluzione sociale; al contrario, ne è il presupposto.
Senza tassatività, la norma non educa, ma confonde: invita all’invocazione simbolica, non alla prevenzione reale.

 

2.6 – Effetti operativi: disorientamento applicativo e imprevedibilità giudiziale

La perdita di tipicità non si manifesta solo sul piano teorico, ma ha effetti immediati sulla prassi.
Gli operatori di polizia, che costituiscono la prima linea del sistema penale, si trovano spesso a dover ricondurre comportamenti concreti a fattispecie concettualmente simili, ma prive di delimitazioni nette.

La giurisprudenza di legittimità, nel tentativo di fornire bilanciamento, ha evidenziato la necessità di una verifica rigorosa della tipicità e, in particolare, dell’elemento soggettivo e dell’offesa concreta.
Tuttavia, la qualità delle decisioni non può compensare la vaghezza della norma: un sistema basato sulla supplenza ermeneutica è un sistema fragile, perché dipende dalla società interpretante, non dalla legge.

Il risultato è una tendenziale imprevedibilità giudiziale, che mina il principio di eguaglianza e rischia di erodere la fiducia stessa nel sistema penale come strumento razionale di regolazione sociale.

 


Note

ⁱ Cfr. FIANDACA–MUSCO, Diritto penale. Parte generale, cit.
² MARINUCCI–DOLCINI,
Manuale di diritto penale, cit.
³ Per un’analisi critica del fenomeno si veda anche PULITANÒ.
⁴ DONINI,
Bene giuridico e funzione della pena, cit.

 


 

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