Cinquecento anni fa, in una cittadina arroccata sui colli del Lazio, nasceva un uomo destinato a incarnare l’idea stessa di armonia.
Di Giovanni Pierluigi da Palestrina, la tradizione non conserva neppure il giorno esatto della nascita — forse tra marzo e aprile del 1525 — ma ne custodisce l’aura di un inizio senza tempo. È come se la sua musica fosse sempre esistita, sospesa fra terra e cielo, pronta a ricordare all’uomo che la bellezza non ha bisogno di clamore, ma di ordine e respiro.
Nel 2025 si è celebrato il Cinquecentenario di colui che la posterità chiamò princeps musicae: il principe della musica, ma anche, in senso più profondo, il sacerdote del suono. Il suo nome non designa soltanto uno stile, ma un modo di intendere la forma come etica, la voce come preghiera, la polifonia come immagine terrena dell’ordine celeste.
L’armonia come ascesi
La grandezza di Palestrina non consiste nella complessità, ma nella purezza del disegno.
Mentre la musica veneziana cercava la magnificenza spaziale, la Scuola Romana trovava nella chiarezza del contrappunto la sua forma di ascetismo. In un’epoca di tensioni religiose e di riforme, la musica di Palestrina divenne risposta pacata e luminosa: un equilibrio fra intelletto e devozione, fra verbo e respiro.
La leggenda, alimentata nei secoli, volle che fosse la Missa Papae Marcelli a «salvare» la musica sacra dal rigore del Concilio di Trento.
Oggi sappiamo che non fu così, e tuttavia la leggenda dice qualcosa di vero: in quella Messa, e in tante altre pagine, Palestrina dimostrò che la chiarezza non è aridità, e che la disciplina può essere una forma d’amore.
Ogni linea vocale — autonoma eppure obbediente — partecipa di un respiro comune: è la metafora più pura della comunità.
Nella polifonia di Palestrina, la libertà non si oppone all’ordine: lo genera.
Il tempo ritrovato
Ascoltare oggi la musica di Palestrina significa entrare in un tempo diverso: un tempo che non misura ma raccoglie.
In un mondo che corre, la sua scrittura costringe a fermarsi, a respirare con la nota, a lasciare che la parola sacra si dispieghi come un’invocazione che non ha bisogno di risposta.
È un’esperienza che sfida la nostra percezione moderna del suono: non c’è protagonismo, non c’è virtuosismo, ma un lento svelarsi dell’essere attraverso l’armonia.
La sua è una musica che non descrive: prescrive.
Non racconta emozioni: le ordina, le purifica, le riconduce a un centro spirituale.
E in questo senso, Palestrina non appartiene solo al Rinascimento: parla ancora a un’epoca come la nostra, che ha smarrito il rapporto fra bellezza e necessità morale.
Le celebrazioni del 2025
Nel corso del 2025, anno del Cinquecentenario, l’Italia e l’Europa hanno reso omaggio a Giovanni Pierluigi da Palestrina con una costellazione di eventi diffusi che hanno unito cori, istituzioni e università in un’unica voce.
Dal Lazio — sua terra natale — fino alle capitali della musica sacra e corale, si sono susseguiti concerti, festival, mostre e pubblicazioni, culminati nell’autunno con le celebrazioni romane presso la Basilica di Santa Maria Maggiore, dove il compositore riposa.
Il Comitato Nazionale per il Cinquecentenario, istituito dal Ministero della Cultura e coordinato dalla Fondazione Giovanni Pierluigi da Palestrina, ha saputo coniugare rigore filologico e apertura divulgativa: dalle edizioni critiche del Pontificio Istituto di Musica Sacra, alle rassegne corali dell’A.R.C.L., fino all’emissione filatelica vaticana dedicata al «principe della musica».
In Italia e all’estero — da Milano a Vienna, da Lipsia a Parigi, da Madrid a Washington — la sua polifonia ha risuonato come linguaggio universale di purezza e misura.
Oggi, a conclusione dell’anno commemorativo, resta l’impressione di una luce ancora viva: quella di una musica capace di trascendere il tempo e di ricordarci che l’ordine, quando è frutto di spirito, diventa bellezza condivisa.
La regola della forma
Nel Gradus ad Parnassum, Johann Joseph Fux prese Palestrina a modello di purezza contrappuntistica.
Da allora, per generazioni di compositori — da Mozart a Bruckner, da Liszt a Stravinsky — il suo nome rimase sinonimo di «regola aurea».
Eppure, la sua lezione non si riduce a una tecnica: è una visione morale.
Ogni voce che si muove all’interno di una trama palestriniana testimonia una libertà vigilata, un gesto che tende all’armonia.
Nel suo equilibrio fra numero e grazia, Palestrina anticipa l’idea classica di forma come rivelazione.
La musica diventa un esercizio spirituale: non illustra il divino, lo evoca attraverso la proporzione.
Nel tempo della dismisura, ricordarlo significa ritrovare la grammatica dell’anima.
Oltre il tempo
Celebrarlo oggi, nel 2025, non è un atto di nostalgia, ma di riconoscenza.
Palestrina non chiede di essere imitato: chiede di essere compreso.
Nelle sue voci intrecciate vive l’idea che la bellezza non appartenga al passato, ma all’eternità del gesto misurato.
Forse la sua vera modernità è proprio questa: insegnarci che l’ordine non è imposizione, ma carità.
E che la musica — quando è limpida e necessaria — può ancora trasfigurare il mondo in armonia.