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© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  7 Dicembre 2025

 
  Il Paese che ascolta poco
e cerca molto
 
 

 

Ci sono rapporti che, più che descrivere un anno, rivelano una postura collettiva. Il Rapporto Censis 2025 appartiene a questa categoria: non offre soltanto percentuali, ma una sorta di radiografia morale del Paese. La fragilità economica, l’erosione del ceto medio, le paure legate al welfare o alla sicurezza urbana fanno da scenario; ma il punto nevralgico — la ferita che pulsa dietro i numeri — è culturale. È nel modo in cui gli italiani oggi leggono, ascoltano, interpretano. Nel modo in cui cercano un senso, spesso senza accorgersene.

Il Censis registra un fenomeno che negli ultimi anni è diventato evidente agli osservatori più attenti: la cultura tradizionale arretra, ma non viene abbandonata; si ristruttura, si traveste, cambia canale, modifica il proprio metabolismo. Il teatro soffre, la lettura rallenta, la fruizione musicale diventa ubiqua e rarefatta; eppure cresce, in modo quasi carsico, la domanda di forme ibride, esperienziali, immediate. Mostre immersive che trasformano la pittura in ambiente, concerti che diventano rituali multisensoriali, podcast che sostituiscono la saggistica leggera, video di pochi minuti che aspirano a una funzione di alfabetizzazione universale. Non siamo di fronte a un declino: siamo di fronte a una metamorfosi semiologica. La cultura non si ritira: cambia pelle per sopravvivere all’ecosistema digitale.

Questa trasformazione, tuttavia, presenta una tensione profonda. L’immaginazione collettiva desidera ancora la complessità, ma la desidera in forma ridotta, come se la profondità fosse un lusso e il tempo un capitale da maneggiare con parsimonia. Il rapporto individua, in filigrana, un’Italia che non ha perso interesse per il sapere, bensì la disponibilità ad abitare il sapere. L’oggetto culturale — libro, concerto, spettacolo, saggio — è ancora percepito come un valore, ma si pretende che si adatti ai ritmi di una fruizione discontinua, alle logiche di una attenzione intermittente. È il paradosso di un Paese che ama la cultura, ma teme la durata.

In questo scenario si colloca un altro elemento decisivo: il crollo di fiducia nelle istituzioni. Il dato, impressionante, non riguarda soltanto la politica in senso stretto: riguarda tutte le forme di mediazione. Quando l’autorità simbolica vacilla — scuola, università, editoria, giornali, teatro, musei — si indebolisce anche la loro funzione primaria: trasformare l’informazione in conoscenza e la conoscenza in orientamento. Il rischio è di sostituire la lentezza interpretativa con una fruizione atomizzata, in cui tutto può essere compreso rapidamente e quindi dimenticato altrettanto rapidamente. In un tale ecosistema, anche la cultura diventa un flusso, più che un orizzonte; una successione di stimoli che devono competere con migliaia di altri.

Eppure sarebbe sbagliato — e profondamente ingiusto verso il nostro Paese — leggere questi dati come una resa. Gli italiani, nei momenti di smarrimento, hanno sempre reagito aumentando la domanda di senso. Non è un caso che, anche in piena crisi economica, crescano gli investimenti privati in beni culturali immateriali: dalle esperienze artistiche alle pratiche meditative, dai corsi di scrittura alle lezioni divulgative di filosofia, dalle piattaforme musicali alle visite guidate teatralizzate. La cultura, quando il terreno sotto i piedi si fa instabile, diventa una sorta di bussola ancestrale. Non consola: orienta.

Il dato demografico — un Paese che invecchia, ma che al tempo stesso mostra forme nuove di partecipazione giovanile — rivela una tensione ulteriore: la cultura non è più un deposito, è un processo. Lo era già in passato, ma oggi lo è in modo evidente. Non basta più possedere libri, dischi, abbonamenti: occorre che questi oggetti costruiscano micro-comunità interpretative, legami sociali, ritualità condivise. Il consumo culturale diventa una forma di relazione, e questo spiega perché i contenuti che funzionano di più siano quelli che si inseriscono in un tessuto narrativo collettivo, anche minimo.

In questo contesto, il rapporto tra italiani e cultura sembra oscillare tra due poli: da un lato la nostalgia di una fruizione lenta, dall’altro il fascino di un modello performativo, istantaneo, frammentato. Tra questi poli si apre uno spazio che il Censis non nomina esplicitamente, ma che i suoi dati suggeriscono con chiarezza: lo spazio della responsabilità culturale. Se la società è spaventata — e i numeri confermano che lo è — la cultura non può limitarsi a essere un intrattenimento più raffinato. Deve tornare a essere un metodo per pensare il mondo. Non una fuga, ma un ritorno: un ritorno alla lucidità, alla precisione, alla densità, alla pazienza.

Ogni mutamento linguistico racconta un mutamento antropologico. Oggi la lingua della cultura è una lingua che rischia la dissolvenza: iperconnessa e fragile, ricchissima eppure sottile, onnipresente ma incapace di farsi davvero ascoltare. L’Italia del 2025 non rifiuta la cultura: la consuma senza misura, la desidera e la diluisce, la cerca e la disperde, la esibisce e la dimentica. Nessuno di questi gesti è colpa di qualcuno: sono la fisiologia di un nuovo regime dell’attenzione. Ma proprio per questo la cultura deve assumere una funzione ulteriore: restituire forma al tempo, ordine al rumore, qualità al desiderio.

Se un popolo non riconosce più le proprie narrazioni, finisce per abitare narrazioni costruite altrove. È qui che il dibattito culturale deve ritrovare la propria vocazione civile. Non offrire risposte definitive — che sarebbero illusorie — ma riaprire le domande. Non denunciare la superficialità — che sarebbe sterile — ma ricostruire la profondità attraverso la chiarezza. Non contrapporre presente e tradizione, ma articolare una continuità possibile, in cui il lascito del passato non sia un repertorio museale, bensì una riserva di strumenti critici per leggere il presente.

Il Rapporto Censis non invita al pessimismo. Invita alla cura. Cura dello sguardo, della parola, del tempo. Cura dell’attenzione, che diventa bene comune. Cura di una comunità che, pur smarrita, non ha mai smesso di cercare riferimenti. La cultura, se vuole essere all’altezza di questo compito, deve tornare a farsi forma dell’intelligenza collettiva: un laboratorio silenzioso in cui si impara a distinguere, a interpretare, a dare un nome alle cose. Non per nostalgia di un’età perduta, ma per necessità del presente.

Un Paese che si percepisce fragile ha bisogno, più che di ottimismo, di compassatezza, di luce intellettuale, di un lessico che non tema la complessità e non ceda al rumore. Ha bisogno di un pensiero che non rincorra l’attualità, ma la preceda. Ha bisogno, in fondo, di ritrovare l’antico alfabeto che permette di leggere il mondo con misura, senza affanno, senza illusioni, ma con quella dignità culturale che ha reso l’Italia, nei secoli, non solo un luogo geografico, ma un luogo della mente.

 

 
 
Gabriele Vitella
 
 

 


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