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© Gabriele Vitella

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enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  26 Dicembre 2025

 
  L’eredità impossibile
di Pier Paolo Pasolini
 
 

 

Ogni epoca eredita ciò che non ha saputo comprendere. E ciò che non comprende tenta di ridurre, semplificare, rendere compatibile con i propri linguaggi dominanti. L’eredità, prima ancora che un dono, è un peso: qualcosa che resiste all’uso, che sfugge alla catalogazione, che continua a produrre attrito.

In questo senso, Pier Paolo Pasolini non è un autore del passato, né una figura conclusa del Novecento. È un’eredità aperta, irrisolta, strutturalmente scomoda. Non perché manchino interpretazioni, ma perché nessuna interpretazione riesce davvero a contenerlo senza tradirlo.

Pasolini non è ciò che si può trasmettere serenamente. È ciò che ritorna quando i linguaggi del presente mostrano le loro crepe.

 

Pasolini come scandalo permanente

Ogni volta che Pasolini riemerge nel dibattito pubblico, lo fa come problema. Mai come soluzione. Non viene invocato per pacificare, ma per disturbare. E proprio per questo, ciclicamente, si tenta di neutralizzarlo: isolando una frase, decontestualizzando un giudizio, trasformando una critica radicale in un segnale di appartenenza.

Ma Pasolini non è mai stato un autore “collocabile”. Non perché fosse ambiguo, ma perché rifiutava l’idea stessa di collocazione. Parlava sempre da una posizione esposta, precaria, senza protezione ideologica. Non costruiva un campo, lo attraversava. Non fondava una dottrina, apriva una ferita.

Ridurre Pasolini a una funzione identitaria — di sinistra, contro la sinistra, oltre la sinistra — significa non comprendere che il suo gesto non è mai stato quello dell’adesione, ma della disarticolazione.

 

Critica alla sinistra: responsabilità, non abiura

La polemica di Pasolini contro la sinistra storica è uno dei punti più frequentemente fraintesi del suo pensiero. Si è voluto leggere in essa una rottura, una conversione, talvolta persino un avvicinamento a posizioni conservatrici. Ma questa lettura presuppone un errore di fondo: confonde la critica interna con il mutamento di campo.

Pasolini non ha mai smesso di interrogare la sinistra come luogo di responsabilità storica. Proprio per questo la sua critica è tanto dura. Non parla da fuori, ma da dentro una delusione profonda. Rimprovera alla sinistra non di aver tradito un’identità astratta, ma di aver rinunciato alla propria funzione critica nel momento in cui il potere ha cambiato volto.

Il potere che Pasolini individua non è più quello riconoscibile delle ideologie oppressive del Novecento. È un potere diffuso, anonimo, pervasivo, capace di penetrare nei comportamenti quotidiani, nei desideri, nel linguaggio stesso. Un potere che non chiede obbedienza, ma consenso; non impone divieti, ma modelli di vita.

La colpa della sinistra, agli occhi di Pasolini, è aver smesso di nominare questo potere. Averlo accettato come orizzonte inevitabile. Aver confuso il progresso con l’emancipazione.

Non c’è, in questa accusa, alcuna nostalgia dell’ordine. C’è piuttosto la consapevolezza che la modernizzazione può diventare una forma superiore di dominio.

 

Il nuovo potere e la fine dell’innocenza

In Scritti corsari e Lettere luterane, Pasolini formula una diagnosi che oggi appare di una lucidità quasi insopportabile: il potere più efficace è quello che non si presenta come tale.

Non si tratta più di repressione visibile, ma di omologazione profonda. Di un processo che agisce sui corpi prima ancora che sulle idee, che uniforma i comportamenti, i desideri, le aspettative. Un potere che cancella le differenze reali in nome di una falsa libertà di consumo.

Qui sta il nucleo scandaloso dell’eredità pasoliniana: la sua denuncia non offre alcuna consolazione. Non esiste un “prima” a cui tornare, né un “dopo” già disegnato. Esiste soltanto la responsabilità di non accettare il presente come naturale.

 

Antimodernità come lutto

L’antimodernità di Pasolini è stata spesso travisata come nostalgia reazionaria. In realtà, è una forma di lutto. Non per un passato idealizzato, ma per una possibilità storica distrutta.

Le culture popolari, i dialetti, le forme di vita non omologate non sono, per Pasolini, modelli politici da restaurare. Sono tracce di un mondo che è stato spazzato via senza essere davvero compreso. Difenderle non significa mitizzarle, ma opporsi all’idea che la storia sia un processo lineare e innocente.

Pasolini sa che ciò che è stato distrutto non tornerà. Proprio per questo insiste nel nominarlo. Perché solo ciò che viene nominato può continuare a disturbare la narrazione trionfale del progresso.

La sua antimodernità non propone alternative. Espone una perdita. Ed è in questa esposizione che risiede la sua forza.

 

Oltre le categorie: l’eresia come destino

Pasolini è spesso definito “oltre destra e sinistra”. Ma questa formula, se non precisata, rischia di essere fuorviante. Pasolini non supera le categorie politiche perché le considera superate, ma perché le mette in crisi dall’interno.

La sua posizione è eretica nel senso più profondo: non fonda un nuovo ordine, non propone una nuova ortodossia. Vive nella frattura. Accetta l’isolamento come prezzo della verità. Rifiuta ogni appartenenza che prometta protezione.

Per questo Pasolini non può essere ereditato come un pensatore sistematico. Non lascia una scuola, non costruisce una tradizione. Lascia una inquietudine metodica, un modo di guardare il presente senza giustificarlo.

 

L’eredità come peso

Ereditare Pasolini significa accettare un compito ingrato: quello di continuare a porre domande senza la garanzia di una risposta. Significa rinunciare alla tentazione di usarlo come legittimazione culturale. Significa sopportare il disagio che la sua opera continua a produrre.

Ogni tentativo di “recuperarlo” a una funzione identitaria fallisce perché presuppone ciò che Pasolini ha sempre rifiutato: la pacificazione. Pasolini non pacifica. Espone. Accusa. Lascia scoperto.

La sua eredità non è ciò che consola, ma ciò che impedisce di sentirsi innocenti. Non ciò che orienta, ma ciò che destabilizza.

 Pasolini resta, oggi più che mai, una figura radicale. Priva di eserciti, di apparati, di discendenti ufficiali. La sua forza non sta nella capacità di fondare, ma in quella di disarticolare le certezze del presente.

La sua eredità non consiste in ciò che ci ha lasciato, ma in ciò che continua a renderci inquieti.
E finché inquieta, Pasolini non appartiene al passato.

 

 
 
Gabriele Vitella
 
 


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