Il nuovo disco Chandos dedicato a William Walton, con John Wilson alla guida della Sinfonia of London e Jonathan Aasgaard come solista nel Concerto per violoncello, mette insieme in un’unica cornice orchestrale Scapino, il Concerto e la Prima sinfonia in si bemolle minore. Ne risulta un ritratto compatto di Walton maturo, concentrato su una scrittura che tiene legati, con una tensione quasi ininterrotta, sinfonismo tardo‑romantico, nervosismo ritmico e un gusto lucidamente teatrale per il colore. Fin dalle prime battute, questa lettura si impone come un Walton più architetto che furioso, ma proprio per questo capace di far emergere con nitidezza la trama interna dei pezzi.
Walton oggi: un sinfonismo nervoso e consapevole
La Sinfonia n. 1, costruita nei primi anni Trenta in quattro movimenti, porta al limite il modello della grande forma sinfonica romantica, piegandolo però a un linguaggio armonico più frastagliato e ad una drammaturgia fondata su ostinati, dissonanze e accumuli di energia che rimandano a un Novecento disincantato. Il Concerto per violoncello, scritto negli anni Cinquanta in tre movimenti non convenzionali (Moderato, scherzo centrale rapido, finale in forma di tema con improvvisazioni), mostra invece il versante più lirico e notturno di Walton, dove la cantabilità del solista si innesta su una struttura finemente controllata e un’orchestrazione trasparente ma allusiva. In questo quadro, la scelta di accostare i due titoli, con Scapino come prologo brillante, costruisce un arco che va dalla vitalità teatrale dei pezzi d’occasione alla densità emotiva dei grandi cicli concertanti e sinfonici.
La Sinfonia n. 1: tensione controllata
Nel primo movimento, un vasto Allegro assai in forma sonata che da solo ha la concentrazione di una sinfonia autonoma, Wilson sembra privilegiare la continuità di flusso rispetto alla frattura, lasciando che il tessuto di ostinati, rulli di timpani e progressioni armoniche cresca come un’unica grande onda piuttosto che in esplosioni episodiche. L’elemento “sibeliusiano” della lunga linea bassi+timpani, spesso indicato come chiave di lettura del brano, qui diventa la spina dorsale di una costruzione dove gli strati si aggiungono per sovrapposizione più che per contrasto frontalmente teatrale, con un senso di urgenza che non scade mai in brutalità.
Il secondo movimento, Scherzo: Presto con malizia, mantiene fede all’indicazione di partitura soprattutto per l’incisività ritmica e la secchezza delle articolazioni, ma la “malizia” qui sembra più ironia di timbro che cattiveria brutale: gli incastri di legni e percussioni sono disegnati con un’accuratezza quasi cameristica, il gioco dei registri è controllato al millimetro. Il terzo tempo, Andante con malinconia, trova forse il punto più convincente della lettura: la malinconia non è abbandono elegiaco ma una specie di lunga risonanza interiore, con le frasi affidate agli archi e ai legni che emergono come blocchi scolpiti da un fondo statico, e un controllo delle dinamiche che permette di seguire chiaramente la linea emotiva senza appesantimenti.
Nel finale, che riporta la tonalità a un si bemolle maggiore solare e “maestoso”, l’estetica di Wilson mostra insieme i suoi pregi e i suoi limiti: l’apertura marziale, che anticipa certe atmosfere dei brani celebrativi di Walton, è resa con splendore sonoro e lucidità di impasto, e la sezione fugata centrale risulta leggibilissima anche nei punti di massima densità. Meno evidente, in questa prospettiva limpida e ben organizzata, è la sensazione di rischio, di sbilanciamento emotivo, che spesso rende la sinfonia un “edificio minaccioso”: dove altri cercano la faglia, questa registrazione cerca la coerenza, e chi ascolta avverte più l’intelligenza dell’architettura che il senso di precipizio.
Il Concerto per violoncello: lirismo vigile
Il Concerto si apre con un Moderato in do maggiore che Walton costruisce su una grande melodia cromatica del solista, distesa sopra un ordito regolare e quasi “ticchettante” dell’orchestra: Aasgaard sceglie un suono centrato, caldo ma non languido, con un vibrato controllato che tiene la linea sempre in avanti, evitando ogni compiacimento romantico. L’impressione è quella di un monologo interiore lucido, continuamente sostenuto dall’orchestra più che cullato: la chiarezza della presa del suono fa emergere bene la trama dei pizzicati e dei piccoli interventi dei legni, che diventano un controcanto discreto alla voce principale del violoncello.
Nel secondo movimento, uno scherzo rapido costruito su figurazioni quasi “sputtering” e scatti ritmici, il dialogo fra solista e orchestra è teso e aggraziato insieme: l’agilità tecnica di Aasgaard è evidente, ma ciò che colpisce è la capacità di trasformare i passaggi virtuosistici in gesto narrativo, evitando il puro effetto. Il finale, Tema ed improvvisazioni, con il suo gioco di variazioni sul materiale iniziale e il ritorno progressivo al clima meditativo, beneficia di una direzione che tiene insieme le molte sezioni senza perdere la linea lunga, e la chiusa piano, con il violoncello che scende al do grave, è resa come un congedo luminoso più che come dissolvenza sentimentale.
Interpreti, suono, gesto discografico
La Sinfonia of London suona qui come un’orchestra “da studio” nel senso migliore del termine: precisione di attacco, coesione di registri, omogeneità degli archi e un reparto di ottoni che riesce a essere potente senza mai granitico o ingessato. Wilson, che ha fatto di questo ensemble uno strumento estremamente duttile, imposta un Walton che vive di trasparenza e di focalizzazione dei dettagli: ogni linea interna è leggibile, ogni transizione di colore sembra ragionata, talvolta anche a costo di rendere meno selvaggi gli scoppi emotivi.
La presa del suono Chandos, registrata in chiesa con ampia riverberazione ma fuoco centrale molto nitido, colloca l’ascoltatore in una prospettiva leggermente arretrata, dove però le masse orchestrali respirano con naturalezza e il solista nel Concerto non viene mai schiacciato dal tutt’insieme. Il progetto grafico e la costruzione del programma confermano la volontà di proporre non una semplice raccolta, ma un capitolo coerente nel percorso waltoniano dell’etichetta, dove ogni nuova uscita rilegge l’autore con un’idea precisa di suono e di modernità.
Questa registrazione si impone come riferimento moderno per chi voglia ascoltare Walton in una prospettiva di massima lucidità strutturale: il Concerto per violoncello, in particolare, unisce interpretazione sorvegliata e forte presenza poetica, mentre la Sinfonia n. 1 appare come un grande organismo controllato, più che come un urlo trattenuto. Non è il Walton più feroce o più abrasivo che si possa immaginare, ma un Walton visto da vicino, quasi al tavolo da lavoro: si percepisce la geometria sotto la tempesta, come se le ondate orchestrali mostrassero, tra una cresta e l’altra, la griglia segreta che le sostiene.