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© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  9 Febbraio 2026

 
  Un lungo viaggio
che interroga ancora
 
 

 

Lungo viaggio verso la notte” nella regia e interpretazione di Gabriele Lavia si presenta come un rito teatrale densissimo, che restituisce il capolavoro di Eugene O’Neill nella sua natura di tragedia domestica moderna, senza scorciatoie né ammorbidimenti, e ne fa sentire l’urto emotivo in modo diretto, quasi insostenibile.

 

Il testo di O’Neill e la sua storia

Lungo viaggio verso la notte” è un’opera scritta da Eugene O’Neill tra il 1941 e il 1942, ma concepita come una sorta di testamento drammaturgico e autobiografico, tanto che l’autore ne vietò la pubblicazione e la rappresentazione fino a dopo la propria morte.
La prima assoluta avvenne a Stoccolma, al Royal Dramatic Theatre, nel 1956, tre anni dopo la morte di O’Neill, e nel 1957 il testo ottenne postumo il Premio Pulitzer per la drammaturgia, sancendone il ruolo di vertice del teatro statunitense del Novecento.

La pièce è ambientata in una sola giornata d’agosto del 1912, nella casa sul mare della famiglia Tyrone nel Connecticut, evidente trasfigurazione della famiglia del drammaturgo, e segue, quasi in tempo reale, lo sgretolarsi dei rapporti familiari, schiacciati da alcoolismo, morfinomania, rancori, fallimenti e sensi di colpa reciproci.
“Lungo viaggio verso la notte” è dunque un dramma della memoria e dell’autodistruzione, dove il passato ritorna in forma di ossessione, ma senza alcuna promessa di catarsi, e proprio questa inesorabilità rende il testo ancora oggi straordinariamente vivo e perturbante.

 

L’allestimento di Lavia: un’opera-confessione

L’allestimento diretto da Gabriele Lavia insiste con decisione sulla natura di “opera-confessione” del testo, un lungo precipizio dentro la memoria familiare che si fa scavo nell’inconscio di un’intera civiltà, quella borghese occidentale, incapace di pensare la felicità se non come mito infranto.
La regia non cerca aggiornamenti di superficie o trasposizioni forzate: Lavia sceglie una lettura aderente, rigorosa, che sembra voler togliere ogni filtro tra spettatore e parola, lasciando che siano la densità dei dialoghi e la spirale emotiva a imprimere il ritmo della serata.

Drammaturgicamente, la struttura viene rispettata nella sua progressione concentrica: la giornata comincia con un’apparente normalità domestica e scivola, scena dopo scena, verso una notte sempre più cupa, in cui i personaggi si denudano psicologicamente fino a diventare quasi fantasmi, prigionieri di un eterno ritorno di colpa e rancore.
In questo percorso, Lavia lavora su un crescendo di tensione che non è mai urlato ma costantemente alimentato da pause, silenzi, micro-fratture del dialogo, trasformando il salotto dei Tyrone in una camera di risonanza delle loro contraddizioni più profonde.

 

La scenografia: casa-prigione e memoria

La scena ideata da Alessandro Camera traduce visivamente la condizione claustrofobica della famiglia Tyrone: lo spazio domestico è insieme casa e trappola, luogo abitato da oggetti quotidiani ma circondato da segni che ne evidenziano la natura di gabbia.
La composizione scenica, con elementi che suggeriscono una struttura chiusa, quasi una inferriata simbolica, crea una sorta di “acquario esistenziale” in cui i personaggi sono osservati, come se la loro vita fosse già consegnata alla memoria e al giudizio.

Questa spazialità, lungi dall’essere mero sfondo, dialoga con i movimenti degli attori: ogni ingresso e ogni uscita sembrano un tentativo di evasione che fallisce, ribadendo che nessuno dei Tyrone può davvero sottrarsi alla coazione a ripetere del proprio destino.
La luce (firmata da Giuseppe Filipponio) lavora su contrasti progressivi, accompagnando il passaggio dal giorno alla notte e ritagliando, nel procedere della vicenda, zone d’ombra che sembrano inghiottire i personaggi, fino a lasciarli quasi sospesi in un crepuscolo senza alba.

 

Costumi, suono, musica: il tempo sospeso

I costumi di Andrea Viotti collocano con precisione la vicenda nel suo contesto storico, ma più che l’aderenza filologica colpisce il modo in cui il vestiario sottolinea, senza enfasi, lo scarto tra ruolo sociale e fragilità interiore dei personaggi.
Il padre Tyrone, mantenuto in una certa eleganza borghese, appare come un uomo che si aggrappa al decoro mentre tutto intorno implode; Mary, con le sue variazioni di abiti e piccoli dettagli, sembra progressivamente scivolare fuori dal presente, come se i suoi vestiti appartenessero a un’altra epoca della sua vita.

Le musiche di Andrea Nicolini e il disegno sonoro di Riccardo Benassi accompagnano la vicenda con estrema discrezione, senza sovraccaricare di commento emotivo una drammaturgia già di per sé incandescente.
Suoni e musiche intervengono come sottili correnti sotterranee, a volte quasi impercettibili, che contribuiscono a far percepire la casa come un organismo vivo, attraversato da echi e ricordi che non si lasciano zittire.

 

Gabriele Lavia: un padre Tyrone tragico e umano

Nel ruolo di James Tyrone, Gabriele Lavia offre una prova d’attore di straordinaria complessità, che unisce il peso della grande tradizione drammatica a una vulnerabilità umanissima.
Il suo Tyrone è insieme colpevole e comprensibile: un uomo irrigidito nell’avarizia e nell’autogiustificazione, ma continuamente attraversato da lampi di tenerezza e di rimpianto, che Lavia fa emergere con minimi scarti vocali, con una postura che passa dalla tronfia sicurezza al crollo improvviso.

Lavia non si limita a “interpretare” Tyrone; ne fa il perno di un universo familiare, un Sole logorato attorno a cui orbitano, sbandando, gli altri personaggi, e in questo modo tiene insieme l’architettura emotiva dell’intero spettacolo.
La lunga esperienza del regista-attore nel confronto con i grandi classici si sente nella capacità di far risuonare la parola di O’Neill con naturalezza, senza museificarla, mantenendo sempre viva la relazione con gli altri attori e con la platea, come se il dramma accadesse qui e ora.

In questo senso, il lavoro di Lavia è esemplare: la sua presenza scenica, intensa ma mai compiaciuta, testimonia come il teatro possa ancora essere un luogo in cui la grande letteratura drammatica diventa esperienza viva, comunicativa, e non esercizio di stile.
La regia stessa, pur classica, rivela una lucidità rara nel trattare un testo monumentale: Lavia orchestra i tempi, le tensioni, i silenzi con una padronanza che conferma il suo ruolo di figura centrale del teatro italiano contemporaneo.

 

Mary Tyrone e la vertigine della dipendenza

Federica Di Martino dà vita a una Mary Tyrone di grande finezza psicologica, lontana tanto dalla caricatura della “madre isterica” quanto dall’icona santificata della vittima.
La sua Mary appare come una donna continuamente in bilico tra lucidità e oblio: nei momenti di apparente calma, la recitazione è trattenuta, quasi pudica; man mano che la morfina prende il sopravvento, il linguaggio si fa più rallentato, gli sguardi si perdono, il corpo sembra perdere peso e aderenza alla scena.

Ciò che colpisce è come Di Martino riesca a far coesistere, nello stesso personaggio, la nostalgia struggente della ragazza che avrebbe voluto un’altra vita e il cinismo disincantato della donna che sa di aver contribuito alla rovina della famiglia, generando un continuo corto circuito empatico nello spettatore.
La sua presenza vocale, mai sopra le righe, costruisce un’onda emotiva che attraversa l’intero spettacolo, rendendo Mary il vero barometro del disastro in atto: ogni sua ricaduta nella dipendenza segna un ulteriore passo verso la notte, non solo cronologica ma esistenziale.

 

I figli: James Jr. e Edmund, generazione spezzata

Jacopo Venturiero interpreta James Jr. come una figura corrosa dall’alcool e dal sarcasmo, ma ancora ferita, non del tutto cinica, come se dietro l’ironia distruttiva restasse la traccia di un figlio che avrebbe voluto essere altro.
Il suo modo di occupare lo spazio – spesso leggermente defilato, appoggiato, inclinato, come se il corpo stesso fosse stanco di ogni confronto – traduce fisicamente l’idea di un’esistenza consumata in anticipo, già rassegnata al fallimento.

Ian Gualdani nel ruolo di Edmund, alter ego di O’Neill, porta in scena una fragilità più scoperta, attraversata da momenti di lucidità poetica, come se il personaggio oscillasse tra la consapevolezza tragica del proprio destino e un residuo, ostinato desiderio di vita.
La malattia, la tubercolosi, non è ridotta a dato clinico, ma diventa cifra di una più ampia “malattia del mondo”: Gualdani restituisce questa dimensione con un uso calibrato del corpo e della voce, che alterna toni dimessi a improvvise accensioni, specie nelle confessioni più intime.

Insieme, i due fratelli compongono una generazione spezzata, che porta sulle spalle il peso dei compromessi del padre e delle fragilità della madre, senza avere davvero la forza di emanciparsene: e proprio questo vicolo cieco generazionale dona allo spettacolo una risonanza drammaticamente contemporanea.

 

Cathleen e il contesto domestico

Beatrice Ceccherini, nel ruolo di Cathleen, la cameriera, offre una presenza scenica che evita lo stereotipo della semplice figura di contorno e introduce, invece, una tonalità diversa, ironica e terrestre, in un universo psicologico saturato di drammi.
La sua Cathleen, con piccoli tocchi di umorismo e una sana concretezza, fa emergere il contrasto tra il mondo “normale” di chi svolge un lavoro e quello, deformato, della famiglia Tyrone, come se la casa vivesse su due piani emotivi incompatibili.

Questa presenza secondaria, apparentemente marginale, consente allo spettacolo di respirare e di evitare un eccesso di uniforme cupezza; al tempo stesso, però, la figura di Cathleen sottolinea per contrasto quanto i Tyrone siano isolati, chiusi in un cerchio vizioso che nessun contatto esterno riesce davvero a scalfire.

 

La durata, il ritmo, l’esperienza dello spettatore

“Lungo viaggio verso la notte” è notoriamente un testo lungo e impegnativo, con una durata che, a seconda degli allestimenti, può sfiorare o superare le tre ore, e la regia di Lavia non cerca di ridurre drasticamente questa ampiezza, preferendo mantenere la gradualità della discesa.
Il ritmo, tuttavia, non è uniforme: alterna duetti tesi e verbosi a momenti quasi sospesi, in cui il tempo sembra rallentare, come se l’intera famiglia trattenesse il respiro in attesa della prossima esplosione di conflitto.

Per lo spettatore, l’esperienza si configura quindi come un vero e proprio “viaggio” emotivo: non un intrattenimento leggero, ma un progressivo coinvolgimento in una vicenda che, pur radicata in un’altra epoca, parla con forza anche all’oggi, nei temi della dipendenza, del fallimento, dell’incomunicabilità.
In questo senso, l’allestimento conferma la capacità del Teatro di Roma e di Lavia di riportare i grandi testi del Novecento al centro del discorso culturale contemporaneo, offrendo al pubblico non una citazione museale, ma una ferita ancora aperta.

 

Un classico che brucia ancora

L’allestimento di “Lungo viaggio verso la notte” al Teatro Argentina, con Gabriele Lavia alla regia e in scena, mostra come un grande classico possa ancora ferire, commuovere, interrogare senza bisogno di effetti esterni, affidandosi alla forza del testo e al lavoro approfondito degli attori.
Nel suo Tyrone, nella sua direzione attenta e implacabile, Lavia dimostra una volta di più di essere un maestro capace di mettere la propria arte al servizio della drammaturgia e del pubblico, trasformando il “lungo viaggio” di O’Neill in un’esperienza teatrale necessaria e difficilmente dimenticabile.

 

 
 
Gabriele Vitella
 
 

Informazioni spettacolo:

 

TEATRO ARGENTINA
4 - 15 febbraio 2026

“LUNGO VIAGGIO VERSO LA NOTTE”
di Eugene O’Neill

Traduzione Bruno Fonzi
Adattamento
Chiara De Marchi

Personaggi e interpreti:

James Tyrone
Gabriele Lavia
Mary Tyrone
Federica Di Martino
Jamie Tyrone
Jacopo Venturiero
Edmund Tyrone
Ian Gualdani
Cathleen
Beatrice Ceccherini

Regia
Gabriele Lavia
Scene
Alessandro Camera
Costumi
Andrea Viotti
Luci
Giuseppe Filipponio

Suono Riccardo Benassi

Produzione Effimera – Fondazione Teatro della Toscana


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