Stamattina all’alba, mentre Napoli dormiva ancora, il fuoco ha preso il Teatro Sannazaro. Le fiamme sono comparse tra le cinque e le sei in via Chiaia ed in poche ore hanno fatto quello che nessuna guerra, nessun dopoguerra, nessuna crisi economica era riuscita a fare del tutto: distruggere la Bomboniera.
Il comandante provinciale dei vigili del fuoco, Giuseppe Paduano, alla domanda su cosa restasse del teatro ha risposto con una sola parola:
“Poco.” Non era retorica. Era la sintesi brutale di ore di intervento, di cupola crollata sulla platea, di stucchi dorati e palchi andati in fumo. Sessanta persone evacuate dagli edifici circostanti, otto intossicate dal fumo, due vigili del fuoco feriti nel crollo di un teatrino interno. La procura di Napoli ha aperto un’inchiesta per incendio colposo a carico di ignoti. Le cause restano, per ora, sconosciute.
Il Teatro Sannazaro era stato inaugurato il 26 dicembre 1847, costruito sull'area dell’antico chiostro dei Padri Mercedari spagnoli, su progetto di Fausto Niccolini, per volere di don Giulio Mastrilli, duca di Marigliano. La prima sera andò in scena La petite Marquise di Henri Meilhac. Gli stucchi e gli ori erano opera del pittore romano Vincenzo Paliotti, e la critica dell’epoca lo definì un jolie bouquet — un piccolo gioiello, un salotto elegante nel cuore del salotto buono di Napoli. Già allora, via Chiaia.
In quasi due secoli, su quel palco era passata la storia del teatro italiano. Nel 1888 il Sannazaro fu il primo teatro napoletano illuminato elettricamente. Nel 1889 andò in scena Na Santarella di Eduardo Scarpetta, che al Sannazaro legò una parte decisiva della sua carriera, fino all’ultimo spettacolo, O miedeco d’
’e pazze. Nel 1932 arrivarono i fratelli De Filippo — ancora quasi sconosciuti, presentati sotto pseudonimo: Eduardo come Molise, Peppino come Bertucci. Furono quindici
“novità” in una stagione sola. E fu lì, in quegli anni, che Eduardo De Filippo incontrò Luigi Pirandello, avviando una delle amicizie e collaborazioni più fertili del Novecento teatrale italiano. Eleonora Duse aveva calcato quello stesso palco. Sarah Bernhardt anche.
Poi era venuto il declino, come per tanti teatri italiani: il Sannazaro ridotto a cinema mal frequentato, gli anni della crisi, la polvere. La rinascita arrivò alla fine degli anni Sessanta con Nino Veglia e Luisa Conte, che nel 1971 riaprirono il teatro con la Compagnia Stabile Napoletana. Luisa Conte lo gestì fino alla morte, nel gennaio 1994. Da allora la nipote Lara Sansone ne ha preso le redini, portando avanti una tradizione che teneva insieme i classici del teatro napoletano e nomi come Peppe Barra, Lina Sastri, Biagio Izzo. La stagione in corso era sold out.
Stamattina Lara Sansone era davanti alle macerie. In lacrime.
Capisco bene quel pianto. Non è solo il pianto per un edificio. È il pianto per qualcosa che non si misura in metri quadri o in stucchi dorati. I teatri non sono contenitori neutri: sono la sedimentazione fisica della memoria di una comunità. Ogni posto a sedere ha ospitato qualcuno che rideva, che piangeva, che ascoltava. Ogni palco ha custodito voci che non ci sono più. Quando un teatro brucia, brucia tutto questo insieme — e non sempre si riesce a ricostruire, almeno non nello stesso modo.
Eppure sarebbe sbagliato cedere al catastrofismo. La Fenice di Venezia bruciò nella notte tra il 29 e il 30 gennaio 1996 e oggi è lì, restaurata, viva, piena di pubblico. Il Petruzzelli di Bari bruciò nell’ottobre del 1991, rimase un guscio vuoto per quasi vent’anni, e nel 2009 riaprì. I teatri, quando una comunità li vuole davvero, tornano. Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi ha già parlato di ricostruzione. Il ministro Giuli ha promesso che
“tornerà a splendere”. Speriamo.
La domanda vera, però, non è solo se il Sannazaro tornerà. È cosa tornerà. Un teatro non è solo le sue mura. È la compagnia che lo abita, il pubblico che lo riconosce come proprio, la continuità di un progetto artistico. Lara Sansone ha già detto che ripartiranno. Le sue parole, riferite da un attore della compagnia, erano nette:
“Ritorneremo.” Lo spero. Lo spero perché Napoli senza la sua Bomboniera è una città un po’ meno capace di riconoscersi.
Per ora, però, rimane il fumo su via Chiaia. E quel
“poco” del comandante dei vigili del fuoco che dice tutto.