C’è un modo di ascoltare il Settecento che non passa dall’urgenza della tesi né dalla smania della riscoperta, ma da una forma di familiarità colta, quasi domestica. Un ascolto che non chiede di essere stupito, bensì accompagnato. Prime donne nasce esattamente in questo spazio: non come dichiarazione programmatica, non come operazione di rottura, ma come attraversamento consapevole di un repertorio che vive di equilibrio, di retorica controllata, di una bellezza che non ha bisogno di alzare la voce per affermarsi.
Il titolo, volutamente ampio, richiama una stagione storica in cui la voce — femminile, o affidata ai grandi castrati — era al centro di una complessa geografia simbolica: teatro e chiesa, affetti e disciplina, espressione e architettura. Non si tratta qui di ricostruire filologicamente un’epoca né di esibirne i contrasti, ma di rimettere in circolo una qualità del canto e dell’ascolto che appartiene a quel mondo e che oggi rischia spesso di essere semplificata.
Il programma è costruito con intelligenza narrativa. Le arie, i mottetti e le pagine strumentali non si dispongono come numeri isolati, ma come tappe di un percorso che alterna tensione e distensione, nitore e calore, senza mai spezzare il filo. Un disco che invita a respirare.
L’apertura affidata ad Antonio Vivaldi ha il compito di definire subito il terreno. Armatae face et anguibus, aria di Vagaus dalla Juditha triumphans, è una pagina di carattere che nel tempo ha conosciuto letture fortemente polarizzate. Gabetta imprime una spinta che in certi momenti contiene il respiro della frase, ma Viotti tiene la linea con fermezza, e il profilo marziale del brano trova comunque la sua coerenza. Non c’è ricerca dell’effetto immediato; piuttosto, una tensione che si sviluppa senza forzature, lasciando che la scrittura faccia il suo corso.
Questo atteggiamento attraversa l’intero blocco vivaldiano. Nei mottetti (Ascende laeta, Canta in prato, ride in monte), la vocalità si fa più aperta, più luminosa, ma non perde mai la sua sobrietà. La cantabilità emerge come elemento strutturale, non come occasione di esibizione. Anche nei passaggi più festosi, l’espressione resta sempre leggibile, inserita in un disegno più ampio che privilegia la continuità del discorso musicale.
Se Vivaldi rappresenta il versante della chiarezza formale e della tensione ben temperata, Nicola Porpora offre il cuore lirico del disco. Il Salve Regina in fa maggiore — composto nel 1730 per la contralto veneziana detta La Zabetta, il cui timbro e la cui agilità erano già leggendari ai contemporanei — si sviluppa come una lunga arcata cantabile, in cui la voce è chiamata non tanto a stupire quanto a sostenere. Qui Marina Viotti mostra una piena confidenza con una scrittura che vive di respiro, di appoggio, di equilibrio fra parola e suono. Il canto procede con naturalezza, lasciando che la musica si dispieghi senza urgenze, sostenuta da un accompagnamento che ascolta e accompagna a sua volta.
Porpora, maestro di canto e architetto della vocalità settecentesca, emerge in tutta la sua statura non come emblema di virtuosismo, ma come compositore di una cantabilità pensata, costruita, profondamente consapevole dei mezzi espressivi della voce. L’ascolto di queste pagine restituisce una dimensione devozionale sobria, lontana tanto dal patetismo quanto dall’astrazione.
Le pagine strumentali inserite nel programma non interrompono il flusso, ma lo ampliano. Il Concerto per violino RV 387 di Vivaldi, dedicato ad Anna Maria della Pietà, non è un semplice intermezzo: è una finestra aperta sul contesto sonoro in cui queste voci prendevano forma. La scrittura concertante dialoga idealmente con il canto, ricordando che nel Settecento la distinzione fra vocale e strumentale era spesso più porosa di quanto oggi siamo abituati a pensare.
La sezione finale dedicata a Giovanni Porta completa il percorso con una cifra diversa. Compositore meno frequentato ma perfettamente inserito nel suo tempo, Porta offre in Volate gentes una scrittura distesa, aperta, in cui la tensione cede il posto a un senso di espansione serena — non staticità, ma scioglimento. Qui la voce può muoversi con maggiore libertà, pur restando fedele all’orientamento generale del disco. L’Alleluia conclusivo non cerca la perorazione finale, ma si pone come naturale risoluzione del discorso, lasciando all’ascoltatore una sensazione di equilibrio compiuto.
Determinante, lungo tutto il disco, è il lavoro dell’Orchestre de l’Opéra Royal sotto la direzione di Andrés Gabetta. Il suono è sempre leggibile, l’articolazione curata, il basso continuo presente senza mai farsi invadente — anche se in certi momenti la spinta ritmica lascia meno spazio di quanto la scrittura vocale richiederebbe. L’orchestra non compete con la voce, ma la sostiene, la incornicia, la accompagna come parte integrante del progetto. È una concezione musicale che privilegia l’insieme rispetto al dettaglio isolato, e che trova nelle produzioni legate all’Opéra Royal de Versailles una collocazione naturale.
Prime donne non è un disco che chiede di essere ascoltato per essere giudicato, ma per essere abitato. Non propone rivoluzioni né proclami, ma un modo di stare dentro il repertorio con agio, competenza e consapevolezza. È un ascolto che cresce col tempo, che si lascia riprendere senza stancare, e che restituisce al Settecento una voce viva, non musealizzata. Un disco che respira, e che invita a respirare.