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© Gabriele Vitella

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enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  14 Marzo 2026

 
  La stanza come risposta  
 

 

C’è un dato, dentro la ricerca nazionale DAAI presentata alla Camera dei Deputati il 12 marzo 2026, che non è stato sufficientemente sottolineato nel dibattito che ne è seguito. Non il numero — 200.000 adolescenti in grave ritiro sociale in Italia, cifra che ormai circola da mesi — ma la composizione: il 75% di quei 200.000 sono femmine. Quasi una ragazza su dieci tra i tredici e i quindici anni, nei capoluoghi, presenta un quadro di ritiro sociale grave. Nei casi più estremi: isolamento quasi totale, inversione del ritmo sonno-veglia, pensieri depressivi e autolesivi, incapacità di varcare la soglia di casa.

Questa non è una nota a margine. È il centro della questione.

Vale subito una precisazione sulla fonte. DAAI è l’acronimo di Dialoghi Adolescenziali Aree Interne, una ricerca nazionale promossa dall’ASL di Benevento e realizzata dall’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali. Lo studio ha coinvolto oltre 900 adolescenti tra i tredici e i diciotto anni in cinque regioni italiane, confrontando attraverso questionari standardizzati i residenti nelle aree interne con quelli delle aree metropolitane. Non è dunque un sondaggio di opinione né una rilevazione clinica su casi già segnalati: è uno studio di popolazione, con un campione rappresentativo, che permette proiezioni sull’intera fascia d’età a livello nazionale. Il fatto che i suoi risultati convergano con quelli di ricerche precedenti condotte da CNR e Istituto Superiore di Sanità ne rafforza il valore.

Il termine hikikomori viene dal giapponese: hiku, tirare, e komoru, isolarsi, rinchiudersi. Lo psichiatra Tamaki Saitō lo coniò negli anni Novanta per descrivere un fenomeno che allora sembrava strettamente legato alla cultura nipponica — alla sua ipercompetitività, alla vergogna sociale, al legame soffocante tra madre e figlio, all’assenza strutturale del padre. Giovani, quasi sempre maschi, che smettevano di uscire. Prima abbandonavano le attività extrascolastiche, poi i coetanei, poi la scuola, poi qualsiasi contatto con l’esterno che non fosse mediato da uno schermo. La stanza diventava l’unico spazio abitabile. Il mondo, qualcosa da cui proteggersi.

Per decenni, in Occidente, si è guardato a quel fenomeno con una certa distanza antropologica — come a una patologia culturalmente specifica, comprensibile solo dentro la logica del Giappone postbellico e del suo modello di sviluppo. Poi il fenomeno ha cominciato a diffondersi. In Corea del Sud, in Spagna, in Francia, in Argentina. E in Italia, dove oggi i dati ci consegnano un profilo che con quello giapponese condivide la sostanza — il ritiro, la stanza, il silenzio — ma non la forma. Perché qui il ritiro ha una faccia prevalentemente femminile, un’età d’esordio sempre più precoce, e un epicentro preciso: la scuola.

Questa trasformazione merita un’analisi che vada oltre la cronaca del disagio.

Il ribaltamento

Il profilo canonico dell’hikikomori — maschio, tendenzialmente solitario, appassionato di videogiochi o anime, sostenuto economicamente dai genitori fino all’età adulta — non è scomparso. Esiste ancora, ed è documentato: l’associazione Hikikomori Italia, in un sondaggio del 2019 su 288 famiglie, rilevava che l’87% dei casi erano maschi. Ma qualcosa, nel frattempo, si è mosso. E si è mosso rapidamente.

La ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità, quella del CNR-IRPPS pubblicata su Scientific Reports, e ora la ricerca DAAI convergono su un punto: nelle forme moderate di ritiro sociale, le ragazze sono oggi più numerose dei ragazzi. Nelle forme gravi, il sorpasso è avvenuto con una velocità che ha sorpreso gli stessi ricercatori. Marco Crepaldi — psicologo, fondatore nel 2017 dell’associazione Hikikomori Italia, autore di Hikikomori. I giovani che non escono di casa (2019) e del recentissimo Un figlio hikikomori (2026) — lo interpreta come un cambiamento strutturale: non un’anomalia statistica, ma il segnale che qualcosa si è modificato nel modo in cui la società italiana produce disagio nei giovani, e in particolare nelle giovani donne. Crepaldi è oggi il punto di riferimento nazionale sul fenomeno: la sua prospettiva non è solo clinica, ma culturale e associativa, costruita in anni di lavoro diretto con migliaia di famiglie. È da questa posizione che proviene la formula, su cui torneremo, del ritiro come protesta inconsapevole.

Perché le ragazze? E perché ora?

La risposta più immediata — e in parte corretta — chiama in causa i social media. Le ragazze sono mediamente più iperconnesse dei coetanei maschi, più esposte a dinamiche di confronto estetico e performativo, più vulnerabili alle logiche della visibilità che i social amplificano. Ma questa spiegazione, da sola, è insufficiente. Il CNR lo dice esplicitamente: chi è già in uno stato avanzato di ritiro tende a usare sempre meno i social, fino ad abbandonarli del tutto. Il digitale può essere un fattore scatenante, ma non è il fattore definitivo. E soprattutto non spiega perché l’epicentro del disagio non sia il confronto estetico online, ma la scuola.

Vale la pena di fare un passo indietro. L’hikikomori giapponese era, nella sua configurazione originaria, un figlio della meritocrazia di rendimento: un sistema educativo e lavorativo che non ammetteva deroghe, che identificava il valore della persona con la sua produttività, che lasciava poco spazio al fallimento e nessuno alla differenza. Il giovane che si ritirava era quello che non riusciva a stare dentro quella logica — e che, piuttosto che affrontarla, sceglieva di uscirne. La stanza era la negazione del sistema.

In Italia il meccanismo è simile, ma i soggetti sono cambiati. Le ragazze di tredici anni che oggi si ritirano nei capoluoghi non stanno fuggendo da un sistema di salarymen e aspettative lavorative rigidissime. Stanno fuggendo da qualcosa di più diffuso e più pervasivo: un ambiente in cui ogni prestazione è visibile, ogni errore è pubblico, ogni momento di inadeguatezza è potenzialmente permanente. La scuola è il primo teatro di questa esposizione. Ma non è l’unica scena.

La scuola come campo di battaglia

La ricerca DAAI è molto precisa su questo punto: il principale terreno di sofferenza delle ragazze in ritiro sociale non è il corpo — che pure pesa — né le relazioni sentimentali, né l’accettazione sociale nel senso ampio del termine. È la scuola. È lì che si concentrano i vissuti di inadeguatezza, fallimento ed esclusione. È lì che qualcosa si rompe.

Questo dato è scomodo, perché sposta la responsabilità. Non è più solo un problema del singolo, della famiglia disfunzionale, del genitore assente o iperprotettivo. È un problema dell’istituzione. La scuola — così come è strutturata, così come valuta, così come gestisce il successo e il fallimento — produce in una percentuale crescente di adolescenti una sofferenza così intollerabile da rendere la stanza un rifugio più sicuro dell’aula.

Bisogna fermarsi su questa immagine. Una ragazza di tredici anni che smette di uscire non lo fa per pigrizia, né per una generica fragilità caratteriale. Lo fa perché qualcosa, nel mondo a cui si affaccia ogni mattina, le è diventato insostenibile. E quella cosa ha spesso il volto della valutazione, del confronto, dell’aspettativa impossibile da soddisfare.

Il sistema scolastico italiano continua a essere strutturato intorno alla prestazione misurabile, al voto come strumento principale di orientamento identitario. In un’epoca in cui le pressioni esterne si sono moltiplicate e accelerate, in cui la vita dei ragazzi è già saturata da confronti continui e da una visibilità che non lascia margini di errore, la scuola non ha saputo trasformarsi in uno spazio di contenimento del disagio. È rimasta, troppo spesso, uno spazio di esposizione al giudizio.

Le ragazze, socializzate fin dalla prima infanzia a una maggiore sensibilità relazionale, a un’attenzione più intensa allo sguardo altrui, a standard di comportamento più rigidi — più brave, più ordinate, più diligenti — sono le prime a cedere sotto questo peso. Il ritiro non è irrazionale. È, in una certa misura, adattivo: si sottrae al giudizio chi non riesce più a reggerne il peso.

C’è un aspetto ulteriore che merita attenzione. Le ragazze che si ritirano non sono, nella maggior parte dei casi, le ragazze che rendono meno. Sono spesso ragazze che rendono molto, o che vorrebbero rendere molto, e che si trovano a confrontarsi con uno iato insostenibile tra le aspettative che hanno interiorizzato e la percezione delle proprie prestazioni reali. La ricerca parla di vissuti di inadeguatezza, non di incapacità oggettiva. È la distanza tra chi si vorrebbe essere e chi si teme di essere — amplificata dalla visibilità, registrata dal voto, confermata dallo sguardo dei compagni — a produrre il collasso.

Il paradosso della metropoli

Uno degli elementi più controintuitivi emersi dalla ricerca DAAI riguarda la geografia del disagio. L’ipotesi iniziale era che le aree interne — più isolate, meno servite, con meno opportunità — producessero più ritiro sociale. I dati dicono il contrario: i giovani delle aree interne sono meno esposti al ritiro grave rispetto ai coetanei dei capoluoghi. Nelle grandi città, tra le ragazze di tredici-quindici anni, si tocca il 13,3% di ritiro grave. Nelle aree interne, la quota scende al 4,4%.

La spiegazione che i ricercatori offrono è elegante e, a ben guardare, profonda: nelle aree interne la vita online non sostituisce la socialità con i coetanei. Le famiglie sono più presenti, il tessuto relazionale è più denso, il progetto di vita ha ancora una dimensione comunitaria — anche quando implica spostarsi verso la città per studiare o lavorare. La metropoli, al contrario, offre tutto tranne la prossimità. Offre stimoli, opportunità, connessioni — ma li consegna dentro un sistema di pressione e confronto che per molti giovani è semplicemente invivibile.

C’è qualcosa di paradossale, e di storicamente significativo, in questo dato. La modernità ha promesso che più città significava più libertà, più possibilità, più vita. E in larga parte quella promessa è stata mantenuta. Ma ha anche prodotto un tipo di individuo sempre più solo, sempre più esposto, sempre più privo degli ammortizzatori sociali che la comunità tradizionale offriva — per quanto imperfetta, per quanto soffocante in altri sensi. L’hikikomori urbano è, tra le altre cose, il prodotto di questa contraddizione.

Non è nostalgismo invocare questo dato. È analisi. La città come spazio di emancipazione ha un costo, e quel costo lo pagano in misura sproporzionata i più giovani e i più fragili. La comunità piccola, con i suoi limiti e la sua sorveglianza, offriva almeno una rete di relazioni faccia a faccia che la città anonima non sa replicare. Quando quella rete manca, o quando viene sostituita da relazioni mediate dallo schermo, l’adolescente che non regge rimane solo con la propria inadeguatezza.

La variabile silenziata

C’è un altro elemento della ricerca DAAI che merita di essere messo in primo piano, perché nel dibattito pubblico tende sistematicamente a scomparire. È la variabile economica.

Nelle famiglie con basso titolo di studio, l’incidenza del ritiro sociale grave tra i figli arriva al 10,6% — più del doppio rispetto alle famiglie con genitori laureati, dove si ferma al 4,2%. Per le ragazze nelle famiglie con meno risorse, il rischio sale al 16%.

Questi numeri raccontano qualcosa di preciso: l’hikikomori non è un fenomeno democratico. Ha una distribuzione di classe. Colpisce di più chi ha meno strumenti culturali ed economici per reggere la pressione del sistema, chi cresce in famiglie che non possono permettersi supporto psicologico, ripetizioni, attività extrascolastiche, reti di protezione informale. Il disagio si accumula dove già esistono fragilità strutturali.

Eppure il racconto pubblico dell’hikikomori in Italia tende a presentarlo come un fenomeno trasversale, generazionale, quasi democratico nella sua diffusione — come se la stanza fosse uguale per tutti. Non lo è. La stanza della ragazza figlia di operai in periferia di Napoli e quella della figlia di professionisti nel centro di Milano non sono la stessa stanza, non producono lo stesso ritiro, non hanno le stesse possibilità di uscita.

Trascurare questa dimensione non è solo un errore analitico. È una scelta politica, anche quando inconsapevole. Significa continuare a trattare il disagio giovanile come un problema psicologico individuale, da risolvere con interventi terapeutici puntuali, invece di interrogarsi sulle condizioni strutturali che lo producono.

Il ritiro come critica

Crepaldi usa una formula che vale la pena di prendere sul serio: il ritiro sociale non è solo una fuga, è anche una protesta. Spesso inconsapevole, a volte esplicitata. Dietro la paura c’è anche una critica.

È una formula che rischia di essere fraintesa — come se stesse romantizzando la sofferenza, come se il ritiro fosse una scelta politica consapevole. Non lo è, e Crepaldi lo sa. Ma c’è qualcosa di vero in quella formulazione, e vale la pena di svilupparla.

Una società che chiede prestazione continua, visibilità permanente, disponibilità totale al confronto e alla valutazione, produce inevitabilmente una risposta di rifiuto in chi non riesce o non vuole adeguarsi a quei ritmi. Il ritiro non è razionale, non è efficace, non migliora la vita di chi lo pratica — anzi la peggiora, nel medio e lungo periodo, in modo quasi sempre irreversibile se non trattato. Ma è comprensibile. È la risposta di un organismo che ha esaurito le sue risorse adattive di fronte a un ambiente che non lascia spazio all’imperfezione, alla lentezza, alla differenza.

In questo senso, l’hikikomori è uno specchio. Ci mostra, amplificato e portato all’estremo, qualcosa che appartiene a molti — la fatica di stare al mondo come lo abbiamo costruito, la difficoltà di sostenere un’identità sotto sorveglianza continua, il desiderio di sparire almeno per un momento dalla traiettoria dei giudizi altrui. La differenza tra chi si ritira e chi regge non è sempre una differenza di carattere o di salute mentale. È spesso una differenza di risorse — interne ed esterne — e di circostanze.

La stanza non è una scelta. Ma è una risposta. E le risposte, anche quelle disfunzionali, hanno sempre una logica. Capire quella logica è il primo passo per non limitarsi a trattare il sintomo.

Cosa chiede questa generazione

C’è una tentazione, di fronte a questi dati, che bisogna resistere: quella di trasformare il problema in un catalogo di soluzioni. Più psicologi nelle scuole, più ore di educazione emotiva, più attenzione ai segnali precoci. Tutto giusto, tutto necessario. Ma insufficiente se non accompagnato da una domanda più radicale.

Cosa sta cercando di dirci questa generazione ritirandosi?

Non le singole ragazze, ognuna con la sua storia specifica e irriducibile a qualsiasi categoria. Ma il fenomeno nel suo insieme, nella sua accelerazione, nella sua trasformazione di profilo. C’è qualcosa che questa generazione non riesce più a reggere, e che le generazioni precedenti hanno retto — non necessariamente perché fossero più forti, ma perché il mondo era strutturato diversamente, perché i ritmi erano diversi, perché la visibilità aveva confini, perché l’errore aveva un tempo di dimenticanza.

Oggi l’errore resta. I social lo archiviano, i compagni lo ricordano, la scuola lo registra. L’identità adolescenziale — che per definizione è instabile, sperimentale, fragile — viene esposta a una sorveglianza che nessuna generazione precedente ha conosciuto con questa intensità. E le ragazze, più degli altri, ne portano il peso: perché su di loro la sorveglianza è storicamente più intensa, perché i loro corpi e i loro comportamenti sono da sempre oggetto di un giudizio pubblico da cui i coetanei maschi sono in larga misura esentati.

C’è una parola che ricorre in molte testimonianze degli hikikomori e delle loro famiglie: stanchezza. Non la stanchezza fisica, non quella clinica della depressione — anche se quella spesso arriva dopo. Una stanchezza più sottile, più difficile da nominare. La stanchezza di dover sempre dimostrare qualcosa, di dover sempre essere all’altezza di uno standard che si sposta ogni volta che lo si avvicina. La stanchezza di essere guardati.

La stanza, allora, non è solo un rifugio dal mondo. È anche un confine. Un tentativo, disperato e disfunzionale, di stabilire un limite tra sé e la pressione del fuori. Non è una soluzione — e chi la sceglie lo sa, a un certo livello, anche quando non riesce a uscirne. Ma è una risposta a qualcosa di reale.

Il compito che ci spetta — come adulti, come educatori, come società — non è solo aiutare chi è già dentro la stanza a uscirne. È interrogarsi su cosa abbiamo costruito fuori, che rende quella stanza, per un numero crescente di ragazze e ragazzi, l’unico posto in cui è possibile respirare. Finché non saremo disposti a fare questa domanda — davvero, senza deflettere verso le soluzioni prima di aver capito il problema — continueremo a rincorrere un’emergenza che abbiamo contribuito a produrre.

 

 
 
Gabriele Vitella
 
 
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