I. Il fatto
Il 27 marzo 2026, alcuni bombardieri americani erano già in volo verso la Sicilia quando qualcuno, a Washington o nei comandi operativi della U.S. Air Force, si è ricordato di comunicare il piano di volo all’Aeronautica italiana. Non una richiesta — una comunicazione. Gli aerei erano in aria, la rotta era tracciata, la destinazione era Sigonella. Da lì sarebbero ripartiti verso il Medio Oriente, verso la guerra contro l’Iran che gli Stati Uniti e Israele conducono dal 28 febbraio 2026.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha detto no.
Il capo di Stato maggiore Luciano Portolano ha trasmesso il diniego al comando americano: gli aerei non potevano atterrare. Non erano stati autorizzati. Non rientravano nelle categorie previste dai trattati bilaterali in vigore. Non c’era stata alcuna consultazione preventiva con i vertici militari italiani. La procedura non era stata rispettata — e la procedura, in questo caso, non è burocrazia: è esercizio concreto della sovranità di un popolo sul proprio territorio.
Vale la pena fermarsi sulla struttura di questo episodio, perché contiene qualcosa di più di una violazione procedurale. Gli aerei erano già in volo. L’autorizzazione era un dettaglio da sbrigare mentre i motori giravano, mentre le rotte erano già calcolate, mentre il carburante bruciava e la missione era, nei fatti, già iniziata. Non si tratta di una svista amministrativa, del tipo che si risolve con una telefonata di scuse e un modulo compilato in ritardo. Si tratta di qualcosa di più strutturale: il modo in cui un sistema abituato a muoversi senza chiedere permesso si comporta quando dimentica, per un momento, che esiste qualcuno a cui il permesso andrebbe chiesto.
Quella dimenticanza racconta più di mille analisi geopolitiche. Racconta di un’architettura di relazioni in cui l’Italia è presente come infrastruttura, non come interlocutore. In cui le basi sul suolo italiano sono percepite, da chi le usa, come appendici operative di un sistema di comando che non ha sede a Roma. In cui la sovranità formale — quella scritta nei trattati, quella che Crosetto ha invocato giustamente — coesiste da decenni con una subalternità sostanziale che nessuno ha mai messo seriamente in discussione.
Oggi qualcuno l’ha messa in discussione. E questo, indipendentemente da chi lo ha fatto e perché, merita di essere analizzato con la serietà che richiede. Merita soprattutto di essere inserito in una cornice storica e teorica che vada oltre la cronaca del giorno — una cornice che permetta di capire non solo cosa è successo il 27 marzo, ma perché è importante, cosa significa, e cosa dovrebbe seguirne. Perché gli episodi passano. I principi, se nessuno li difende, svaniscono con loro.
II. Sigonella, 1985 — la memoria che brucia
Per capire cosa è accaduto il 27 marzo 2026, bisogna tornare al 10 ottobre 1985. Quella notte, sul tarmac della base di Sigonella, le forze speciali americane della Delta Force si sono trovate faccia a faccia con i carabinieri italiani. I militari statunitensi avevano circondato un Boeing egiziano appena atterrato. I carabinieri hanno circondato i militari americani. Per qualche ora, in quella base siciliana che ospita personale di entrambi i paesi, si è consumata una delle crisi diplomatiche più acute nella storia del dopoguerra italiano.
A bordo del Boeing c’erano quattro membri del Fronte per la Liberazione della Palestina che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro e ucciso Leon Klinghoffer, un turista americano disabile, gettandolo in mare nella sua sedia a rotelle. Ronald Reagan aveva ordinato ai caccia F-14 della Navy di intercettare il Boeing egiziano che li trasportava verso la libertà e di costringerlo ad atterrare in Italia. Voleva i quattro a tutti i costi — voleva processarli in America, voleva la scena, voleva il messaggio politico che un presidente americano poteva mandare al mondo in piena Guerra Fredda: nessun terrorista sfugge alla giustizia degli Stati Uniti.
Bettino Craxi ha detto no.
Non era un no ideologico, non era anti-americanismo, non era la postura di un leader che cercava visibilità internazionale. Era l’applicazione di un principio semplice e inattaccabile: i reati erano stati commessi in acque internazionali su una nave italiana. La giurisdizione era italiana. Sul suolo italiano — e Sigonella è suolo italiano, anche se ci lavorano militari americani — decidono le leggi italiane e le autorità italiane. La presenza americana nella base è regolata da trattati che definiscono cosa gli Stati Uniti possono e non possono fare. E quello che voleva fare Reagan quella notte non era previsto da nessun trattato.
Reagan ha ceduto. I quattro sono stati processati in Italia. La crisi diplomatica è rientrata. Ma ha lasciato un segno: la dimostrazione che, quando un governo italiano lo vuole davvero, il confine tra ciò che è consentito e ciò che non lo è può essere tenuto. Non è un confine automatico, non si tiene da solo — richiede volontà politica, richiede la disponibilità ad assumersi un costo. Ma può essere tenuto.
Quella notte Craxi era presidente del Consiglio da un anno e mezzo. Era socialista, laico, fieramente autonomo. Ha tenuto la posizione durante la Guerra Fredda, quando l’Italia dipendeva dall’ombrello atlantico per la sua stessa sopravvivenza strategica, quando il prezzo politico di dire no a Washington era enormemente più alto di quanto non lo sia oggi. Senza vacillare, con la flemma di chi sa di avere ragione e non ha bisogno di alzare la voce per dimostrarlo. Con garbo, verrebbe da dire. Ma senza equivoci.
Quarant’anni dopo, la scena si ripete nelle sue coordinate essenziali. La base è la stessa. Il meccanismo è lo stesso — gli americani che usano il suolo italiano come se fosse proprio, l’Italia che ricorda che non lo è. Ma il mondo intorno è cambiato in modo radicale, e questo cambiamento è il vero soggetto di questo saggio. Perché nel 1985 l’episodio di Sigonella era un caso specifico, circoscritto, una controversia giuridica su chi aveva giurisdizione su quattro terroristi. Nel 2026 la posta in gioco è incomparabilmente più alta: si tratta di stabilire se l’Italia partecipa o no a una guerra regionale che potrebbe durare anni e le cui conseguenze economiche e geopolitiche sono ancora tutte da misurare.
III. La guerra che non abbiamo scelto
Per capire perché quei bombardieri erano in volo verso Sigonella, bisogna ricostruire con pazienza la catena di eventi che ha portato all’attuale conflitto — una catena che comincia il 7 ottobre 2023 e non ha ancora una fine visibile.
L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha innescato una cascata. Israele ha risposto con una campagna militare a Gaza di proporzioni che non si vedevano da decenni nel conflitto mediorientale. Parallelamente, ha cominciato a colpire con crescente intensità gli alleati dell’Iran nella regione — Hezbollah in Libano, le milizie in Siria e Iraq, le strutture di Hamas fuori da Gaza. L’Iran, che aveva costruito negli anni quello che chiamava Asse della Resistenza — una rete di gruppi armati sciiti distribuiti dalla Palestina allo Yemen — ha visto smontare quella rete pezzo per pezzo.
Nel giugno 2025, Israele ha lanciato l’operazione Rising Lion: raid aerei massicci contro obiettivi militari e nucleari iraniani. Netanyahu l’ha presentata come azione preventiva per impedire a Teheran di dotarsi dell’arma nucleare. Gli Stati Uniti sono entrati direttamente nel conflitto il 22 giugno, bombardando tre siti nucleari iraniani. Un cessate il fuoco è stato siglato il 24 giugno 2025 — ma è durato poco più di otto mesi.
Il 17 febbraio 2026, a Ginevra, mediati dall’Oman, iraniani e americani hanno raggiunto un’intesa su alcuni “principi guida”. I negoziati sembravano finalmente avviati su basi ragionevoli. Washington ha riconosciuto progressi limitati ma reali. La direzione sembrava quella giusta.
Undici giorni dopo, il 28 febbraio 2026, mentre i negoziati erano ancora in corso, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’Operation Epic Fury: una campagna coordinata di attacchi aerei contro installazioni militari iraniane, siti nucleari, e la leadership politica e militare di Teheran. L’operazione è stata presentata come attacco preventivo. Teheran l’ha definita un’aggressione illegale e non provocata.
Questo è il punto che va detto con chiarezza assoluta, senza retorica e senza infingimenti: la diplomazia non è fallita. È stata interrotta. Undici giorni separano l’intesa di Ginevra dai bombardamenti su Teheran. Undici giorni in cui qualcuno ha valutato che i negoziati andassero troppo a rilento, o che i “principi guida” concordati non fossero sufficienti, o — ed è l’ipotesi più difficile da escludere — che la finestra militare fosse aperta e andasse sfruttata prima che l’Iran rafforzasse ulteriormente le proprie difese. Qualunque sia la spiegazione, il risultato è lo stesso: si è scelto di colpire mentre si parlava.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Teheran ha lanciato l’operazione Vera Promessa 4: missili e droni contro Israele, contro le basi americane nella regione, contro i paesi del Golfo che ospitano infrastrutture americane. Dubai è stata colpita, il Burj Al Arab ha preso fuoco, un terminal dell’aeroporto è stato evacuato. Emirati, Qatar, Bahrein, Kuwait, Oman, Arabia Saudita — tutti hanno subito attacchi. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è stato dichiarato sotto controllo iraniano. Circa mille navi sono rimaste in attesa di attraversarlo, tra cui duecento petroliere cariche di rifornimenti necessari in tutto il mondo.
Il piano americano — guerra lampo, decapitazione del regime, crollo della Repubblica Islamica per effetto combinato dei bombardamenti esterni e delle pressioni interne — non ha funzionato. Il regime non è crollato. La leadership è rimasta compatta. I Pasdaran, le Guardie Rivoluzionarie, hanno assunto un peso crescente nella gestione del paese. E la generazione più giovane dei comandanti, quella che aveva criticato per anni la “pazienza strategica” di Khamenei come un cedimento mascherato da prudenza, sembra aver preso le redini delle scelte operative. Quella generazione, stando alle analisi disponibili, non ha nessuna intenzione di fermarsi.
Il conflitto si è esteso. È diventato regionale in senso pieno. E l’Italia è dentro, che lo voglia o no — perché la base militare italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stata colpita da un attacco attribuito all’Iran nella notte tra l’undici e il dodici marzo 2026. Nessun militare italiano è rimasto ferito, grazie ai bunker. Il ministro Crosetto e il ministro Tajani hanno condannato l’attacco invitando alla de-escalation. Il Consiglio Supremo di Difesa si è riunito il 13 marzo esprimendo preoccupazione.
Preoccupazione. La parola giusta, certo. Ma una parola che non risponde alla domanda più scomoda: come ci siamo finiti? Chi ha deciso che i soldati italiani fossero esposti al fuoco iraniano in una guerra che il Parlamento italiano non ha mai votato?
IV. L’Iran — un punto fermo
Prima di procedere, una precisazione necessaria — non per difendersi dalle accuse prevedibili, ma perché la chiarezza intellettuale lo richiede, e perché il ragionamento che segue non può poggiare su equivoci.
Niente di quello che segue costituisce una difesa del regime iraniano. La Repubblica Islamica è una teocrazia che opprime le donne, che perseguita i dissidenti, che giustizia chi manifesta. L’otto e il nove gennaio 2026, le autorità iraniane hanno ucciso migliaia di persone scese in piazza a chiedere la fine del regime — una mattanza condannata da Amnesty International e da ogni organizzazione per i diritti umani degna di questo nome. Il regime iraniano non ha nulla di progressista, nulla di emancipatorio, nulla che meriti solidarietà da chi sta dalla parte dei popoli.
Detto questo, e detto con la necessaria chiarezza, il ragionamento che segue riguarda altro. Riguarda il diritto internazionale, la sovranità dei popoli, il principio per cui la legittimità di un obiettivo non autorizza qualsiasi mezzo, e non autorizza chiunque ad agire ovunque senza consenso. Riguarda l’Italia, non l’Iran. Riguarda il diritto degli italiani a non essere trascinati in una guerra che non hanno scelto — indipendentemente da chi sia il nemico di quella guerra.
Esiste una tecnica retorica collaudata, usata in ogni conflitto della storia recente, per silenziare il dissenso: chi critica l’intervento è dalla parte del nemico. Chi mette in discussione i mezzi difende i fini del nemico. Chi chiede che il proprio paese non venga esposto senza consenso democratico è un fiancheggiatore, un ingenuo, un traditore. È un sofisma — e va smontato ogni volta che si presenta, con la pazienza che merita e la fermezza che richiede.
Si può ritenere il regime iraniano un sistema politico abominevole e allo stesso tempo ritenere che attaccarlo mentre si negozia, trascinando nella guerra paesi che non l’hanno scelta, usando il suolo di alleati senza chiedere permesso, sia una scelta sbagliata — strategicamente, moralmente, giuridicamente. Sono due giudizi indipendenti. La loro indipendenza non è debolezza: è la condizione di qualsiasi pensiero che voglia essere onesto.
Vale la pena ricordarlo, perché la pressione a confondere questi piani è fortissima e costante. Chi dissente viene messo di fronte a una scelta falsa: sei con noi o sei con loro. Come se non esistesse un terzo polo — quello di chi sta con il proprio popolo, con il proprio paese, con il diritto democratico di decidere del proprio destino. Quel terzo polo ha un nome antico e onorato: si chiama autonomia. E l’autonomia, nella tradizione socialista, non è mai stata neutralità — è stata la condizione necessaria per poter scegliere davvero.
V. Coordinate storiche — il popolo sovrano come valore socialista
Qui è necessario rallentare. Questo è il cuore del ragionamento, e il cuore del ragionamento, per essere inattaccabile, ha bisogno di fondamenta storiche solide. Perché la tesi che si vuole sostenere — che la sovranità popolare sia un valore profondamente socialista, non un residuo nazionalista da archiviare — richiede una dimostrazione, non una semplice affermazione.
Esiste una vulgata corrente, diffusa con una certa pigrizia intellettuale nei circoli della sinistra contemporanea, secondo cui parlare di sovranità popolare sarebbe un argomento di destra — populista, nazionalista, potenzialmente fascistoide. Ogni volta che qualcuno usa quella parola in un contesto progressista, scatta un riflesso condizionato: attenzione, questo è il linguaggio dei sovranisti europei. È una vulgata falsa, storicamente infondata, e la storia del pensiero socialista la smentisce con una precisione che non lascia spazio a equivoci.
Il nodo concettuale da sciogliere prima di tutto è questo: nel pensiero socialista, la sovranità popolare non è mai stata un fine in sé — è sempre stata uno strumento. Lo strumento attraverso cui un popolo organizzato può resistere allo sfruttamento delle potenze esterne, difendere le proprie condizioni di vita, costruire le istituzioni necessarie alla giustizia sociale. La nazione, in questa prospettiva, non è un’entità mistica, non è sangue e terra, non è destino collettivo nel senso romantico-nazionalista del termine. È la forma organizzativa che la storia ha dato alla classe lavoratrice in un territorio dato. È il campo in cui si gioca la partita — non la squadra, e tanto meno il trofeo.
Questa distinzione è il firewall concettuale contro ogni accusa di fascismo. Il nazionalismo di destra mette la nazione sopra il popolo — la nazione come realtà trascendente che precede gli individui, li supera, li annulla quando necessario. Il socialismo mette il popolo dentro la nazione — la nazione come strumento al servizio degli interessi concreti di chi ci vive e ci lavora, strumento che vale nella misura in cui serve queste persone e che perde ogni legittimità quando viene usato contro di loro. Invertire questa gerarchia — mettere la nazione prima del popolo — è il tradimento che trasforma un principio progressista in uno reazionario.
Marx ed Engels, nel Manifesto del Partito Comunista del 1848, sono espliciti su questo punto: il proletariato deve conquistare il potere politico, deve “elevarsi a classe nazionale”, deve diventare esso stesso la nazione. Non c’è emancipazione senza Stato, e lo Stato, nella realtà storica del XIX e XX secolo, è nazionale. Non è un caso che il Manifesto dedichi alcune delle sue pagine più dense al rapporto tra lotta di classe e questione nazionale: i due piani non si escludono, si intrecciano. L’internazionalismo socialista non è la rinuncia alla sovranità — è la solidarietà tra popoli sovrani, la federazione degli interessi dei lavoratori di paesi diversi che si riconoscono come alleati nella stessa lotta, non come sudditi di un ordine sovranazionale che nessuno di loro ha scelto.
Jean Jaurès, il grande leader socialista francese assassinato nel luglio 1914 proprio perché si opponeva con ogni mezzo alla guerra imminente, aveva elaborato su questi temi una posizione di straordinaria lucidezza. La pace, per Jaurès, non era sentimentalismo né utopia: era interesse di classe. Le guerre le fanno i potenti — gli industriali che vendono armi, i finanzieri che prestano denaro agli stati belligeranti, i politici che usano il nazionalismo come strumento di consenso interno. Le guerre le pagano i poveri — con la vita nelle trincee, con la miseria nei quartieri operai privati degli uomini giovani, con le risorse pubbliche sottratte alle politiche sociali per finanziare i cannoni. Jaurès non era un pacifista per principio astratto: era un socialista che sapeva leggere i meccanismi del potere con una precisione che i suoi eredi hanno spesso perduto.
In Italia, questa tradizione ha un nome preciso: Pietro Nenni.
Negli anni Cinquanta, quando l’Italia costruisce la sua identità politica del dopoguerra dentro il sistema atlantico, Nenni rappresenta la voce dell’autonomia. Si è opposto alla NATO, ha criticato il Piano Marshall come strumento di subordinazione economica e politica oltre che di ricostruzione materiale, ha mantenuto per anni una posizione di equidistanza tra i blocchi che gli è costata molto in termini di credibilità internazionale. Non lo ha fatto per filosovietismo sentimentale — Nenni non era un illuso, conosceva i limiti del sistema sovietico. Lo ha fatto per una ragione di principio: il movimento operaio italiano non può essere il braccio armato di nessuna potenza straniera, né sovietica né americana. Deve restare autonomo, deve mantenere la capacità di giudicare e di scegliere, deve difendere gli interessi del popolo italiano in quanto tale e non in quanto pedina di un disegno geopolitico deciso altrove.
Quando l’URSS ha rivelato il suo volto reale — con i carri armati a Budapest nel novembre 1956, con la repressione brutale di una rivolta popolare che chiedeva libertà e autonomia — Nenni non ha esitato. Ha restituito il Premio Stalin, un gesto simbolico di rottura netta. Ha rotto con Mosca, avviando il PSI verso quella che sarebbe diventata la politica di centrosinistra degli anni Sessanta. Ma non ha abbandonato il principio fondamentale: la sovranità vale per tutti. Vale per l’Ungheria sotto i carri armati sovietici esattamente come vale per l’Italia sotto l’ombrello americano. Il principio non è negoziabile in base a chi lo viola, e non diventa meno importante perché è scomodo applicarlo quando il violatore è un alleato.
E poi c’è Craxi — il momento più alto, il più nitido, il più cinematografico di questa tradizione. Il momento in cui un principio astratto ha incontrato una situazione concreta, con un costo reale e una scelta reale da fare.
Sigonella 1985 non è un episodio folkloristico della storia italiana, buono per le commemorazioni e per le rievocazioni nostalgiche. È la dimostrazione pratica, verificabile, documentata, di cosa significa applicare il principio della sovranità popolare quando costa qualcosa applicarlo. Reagan non era un interlocutore qualunque — era il presidente degli Stati Uniti nel pieno della Guerra Fredda, il garante dell’ombrello nucleare sotto cui l’Italia dormiva, l’uomo che teneva in scacco l’URSS con la sua politica di riarmo e di pressione. Dirgli no aveva un prezzo. Craxi lo ha pagato — politicamente, nei rapporti atlantici, in termini di immagine internazionale, in termini di rapporti personali con un’amministrazione americana che non dimentica facilmente i no.
Lo ha fatto lo stesso. Perché sul suolo italiano le leggi italiane si applicano a tutti, alleati compresi. Perché la giurisdizione non si cede in cambio di protezione, senza diventare altro da ciò che si dichiara di essere. Perché un paese che abdica alla propria autonomia per compiacere un alleato più potente non è un alleato — è un satellite. E i satelliti non hanno storia, non hanno dignità, non hanno la capacità di difendere gli interessi del proprio popolo quando questi interessi confliggono con quelli del pianeta attorno a cui orbitano.
Questa è la linea. Da Marx a Jaurès, da Nenni a Craxi. È ininterrotta, è documentata, è orgogliosa. Non è fascismo — è la spina dorsale della migliore tradizione progressista italiana ed europea. Chi la confonde con il nazionalismo di destra o non conosce la storia, o la conosce e sceglie di ignorarla per ragioni di convenienza politica immediata. In entrambi i casi, non è un interlocutore serio.
VI. Il tradimento intellettuale della sinistra contemporanea
Dagli anni Novanta in poi, nella sinistra europea e italiana in particolare, è avvenuta una sostituzione silenziosa — graduale, quasi impercettibile nei suoi singoli passaggi, ma sistematica e profonda nel suo effetto complessivo. Una sostituzione che ha riguardato non solo i programmi politici, non solo le alleanze di governo, ma il vocabolario stesso con cui la sinistra pensa e parla.
La sovranità popolare è diventata governance — parola inglese, tecnocratica, che evoca procedure e regolamenti piuttosto che popoli e interessi. Gli interessi nazionali — categoria che la tradizione socialista aveva usato senza pudore, perché gli interessi del popolo italiano sono interessi nazionali — sono diventati valori universali, astratti, indipendenti da qualsiasi territorio e da qualsiasi popolo specifico. La rappresentanza di chi lavora, di chi produce, di chi paga le tasse e subisce le conseguenze delle crisi, è diventata rappresentanza di chi si indigna, di chi manifesta, di chi porta avanti cause giuste ma spesso lontane dalla vita quotidiana della maggioranza.
Il popolo concreto — quello con i suoi bisogni materiali, i suoi stipendi che non crescono da vent’anni, le sue bollette che aumentano ogni volta che c’è una crisi energetica, il prezzo del carburante che sale quando i bombardieri americani decollano da qualche parte del Mediterraneo — è scomparso dal discorso politico della sinistra. Sostituito da categorie astratte, da diritti post-materialisti assolutamente legittimi ma insufficienti a costruire una rappresentanza politica capace di governare, da una morale pubblica sempre più sofisticata e sempre meno capace di toccare le condizioni reali di vita della maggioranza delle persone.
Il risultato pratico è sotto gli occhi di tutti. Ogni volta che qualcuno dice che gli italiani non dovrebbero pagare le guerre degli americani, che il suolo italiano non può essere usato come piattaforma operativa per conflitti che il Parlamento italiano non ha scelto, la risposta della sinistra è prevedibile come un riflesso condizionato: attenzione, questo argomento lo usa anche la destra. Come se la verità di un’affermazione dipendesse dalla provenienza politica di chi la pronuncia. Come se il prezzo del petrolio salisse o scendesse in base all’identità partitica di chi lo osserva. Come se la vita dei soldati italiani ad Erbil valesse di più o di meno a seconda di chi chiede conto di averli esposti a quel rischio.
Questo è il cortocircuito — non politico, intellettuale. Non si tratta di una scelta tattica sbagliata, di un errore di comunicazione, di una cattiva lettura del consenso elettorale. Si tratta della rinuncia all’analisi in favore della gestione delle appartenenze. Si tratta della trasformazione della politica da pratica di governo degli interessi collettivi a pratica di distinzione identitaria: noi siamo quelli che non dicono certe cose perché certe cose le dicono i cattivi. È la politica come igiene, non come progetto.
La sinistra ha smesso di fare analisi di classe sulla guerra. Ha adottato il frame atlantista — valori occidentali contro autoritarismi — senza chiedersi chi paga il costo materiale di questa narrativa, chi è il soggetto concreto che subisce le conseguenze concrete delle scelte militari fatte in nome di quei valori. I lavoratori italiani che vedono salire il prezzo della benzina ogni volta che i mercati energetici vengono destabilizzati da un nuovo conflitto. Le aziende manifatturiere del nord-est che dipendono dal gas che arriva attraverso rotte sempre più insicure. I pensionati che vedono erodere il potere d’acquisto dall’inflazione energetica che ogni guerra nel Golfo produce con meccanica certezza. Queste persone non sono una categoria astratta. Sono il popolo che la sinistra ha smesso di rappresentare, distratta dalla ricerca di soggetti politici più mobili, più visibili, più adatti alle logiche dei social media e delle manifestazioni di piazza.
C’è di più, e va detto con la stessa franchezza. Esiste un paradosso storico di straordinaria amarezza: in questo momento, la difesa della sovranità popolare italiana — il principio per cui il suolo italiano non può essere usato per guerre che il popolo italiano non ha scelto — viene praticata, imperfettamente e per ragioni non sempre limpide, da un governo di centrodestra. Crosetto ha detto no ai bombardieri americani. Il Parlamento non ha votato nulla sulla partecipazione italiana al conflitto — e questo è un problema democratico serio, ma è anche, nei fatti, una forma di resistenza passiva al trascinamento dell’Italia in una guerra che non è la nostra.
La sinistra si trova nella posizione grottesca di non riuscire ad applaudire una cosa giusta perché la fa il nemico politico. Non riesce a separare il giudizio sul governo — legittimo, necessario, dovuto — dal giudizio sull’azione specifica. E così, su una delle questioni più importanti degli ultimi decenni, tace o balbetta. Si nasconde dietro la condanna generica della guerra — giusta, ma insufficiente — senza entrare nel merito di cosa questo conflitto significhi per il popolo italiano concreto, senza chiedere conto di chi ha esposto i nostri soldati ad Erbil, senza pretendere che il Parlamento voti, senza fare la cosa più elementare che un partito di sinistra dovrebbe fare: stare dalla parte di chi paga.
Questa è la misura del fallimento. Non elettorale, anche se il fallimento elettorale è la sua conseguenza visibile. Intellettuale. La perdita della capacità di ragionare per interessi, di chiedersi a chi giova una scelta, di nominare con precisione chi è il soggetto che subisce le conseguenze di ogni decisione politica. Senza quella capacità, la sinistra non è un’alternativa: è un’appendice morale del sistema che dice di voler cambiare.
VII. Aviano — l’altra Sigonella
C’è una base di cui si parla poco, in questi giorni di discussioni su Sigonella e sui bombardieri negati. Si chiama Aviano, è in provincia di Pordenone, in Friuli, e ospita il 31° Fighter Wing dell’U.S. Air Force con i suoi F-16 Fighting Falcon. È una delle basi americane più importanti in Europa, ed è italiana quanto Sigonella — nel senso che si trova su suolo italiano, è regolata dagli stessi trattati bilaterali, e gli stessi limiti formali si applicano al suo utilizzo.
Mentre il dibattito pubblico si concentrava su Sigonella e sui bombardieri a cui è stato negato l’atterraggio, Aviano funzionava. I movimenti di aerei militari americani da e per le basi italiane sono stati continui dall’inizio del conflitto, documentati da osservatori indipendenti che tracciano il traffico aereo militare attraverso i transponder e i log di volo pubblicamente disponibili. Aerei da trasporto, aerei da ricognizione, aerei che rientrano nelle categorie dei voli logistici consentiti dai trattati — ma anche, secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, cacciabombardieri in configurazione tattica i cui movimenti hanno sollevato domande che non hanno ricevuto risposte soddisfacenti.
Questo non è necessariamente illegale, e va detto con la precisione che il tema richiede. I trattati bilaterali prevedono una serie di utilizzi consentiti senza autorizzazione preventiva del governo italiano: rifornimento, logistica, sorveglianza, supporto alle operazioni NATO. Il problema è che il confine tra questi utilizzi consentiti e il supporto operativo diretto a missioni di guerra che il governo italiano non ha autorizzato non è sempre netto, non è sempre verificabile in tempo reale, e non è sempre verificato con la sistematicità che la situazione richiederebbe.
La domanda che nessuno pone con la necessaria serietà in Parlamento è questa: qual è, esattamente, il perimetro di ciò che le basi americane in Italia possono fare senza chiedere permesso? Il NATO SOFA del 1951, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 aggiornato nel 1973, il Memorandum d’intesa Italia-USA del 1995 — questi documenti sono stati scritti in un mondo che non esiste più, con un’America che non esiste più, per scenari strategici che appartengono a un’altra epoca storica. C’è però un dettaglio che aggrava ulteriormente il quadro: i trattati bilaterali sulle basi americane in Italia sono coperti da segreto di Stato. Il loro contenuto esatto non è pubblicamente disponibile. Gli italiani non sanno, nei dettagli, a cosa hanno acconsentito. Non sanno cosa è consentito e cosa non lo è, dove finisce la logistica e dove comincia il supporto operativo a missioni di guerra. Questa opacità non è un difetto tecnico del sistema — è una scelta politica. E una democrazia che accetta di non sapere a quali condizioni il proprio suolo viene usato non è del tutto padrona di sé. Il mondo del 1954 era quello della deterrenza nucleare, della cortina di ferro, della minaccia sovietica alle porte dell’Europa. In quel contesto, la presenza americana in Italia aveva una funzione difensiva chiara e condivisa: proteggere l’Europa occidentale dall’espansionismo sovietico. Si può discutere se quella funzione giustificasse il segreto. Non si può discutere se il segreto sia accettabile nel 2026, quando quei trattati vengono invocati per decidere se i bombardieri americani possono o non possono usare il suolo italiano per andare a fare la guerra in Iran.
Il mondo del 2026 è strutturalmente diverso. La minaccia sovietica non esiste più nella forma che aveva giustificato quegli accordi. E il silenzio americano che ha seguito il diniego di Crosetto — nessuna protesta formale, nessuna reazione ufficiale, secondo le fonti disponibili — non va letto come rispetto. Va letto come il calcolo di chi sa che la partita è lunga, che i rapporti con l’Italia sono importanti e vale la pena non inasprirli oltre misura, che il momento per una discussione più esplicita sulle basi e sui loro utilizzi arriverà. L’Italia farebbe bene a prepararsi a quella conversazione invece di aspettare che arrivi improvvisata.
VIII. La Spagna — lo specchio
Il confronto con la Spagna non serve a sminuire il gesto di Crosetto — che va riconosciuto per quello che è: un atto di coraggio istituzionale in un momento difficile, con un alleato potente e non abituato a ricevere rifiuti da chi considera parte del proprio sistema di basi. Un atto che ha un precedente illustre, come si è visto, e che si inserisce in una tradizione di difesa della sovranità italiana che non appartiene a nessun partito in particolare.
Il confronto serve a illuminare qualcosa di diverso: la differenza tra due tipi di risposta, tra due livelli di consapevolezza politica, tra due modi di intendere il rapporto con un alleato in tempo di guerra.
Madrid non ha solo negato l’utilizzo delle basi militari di Rota e Moron alle forze americane impegnate nell’operazione contro l’Iran. Ha fatto qualcosa di più radicale e di più significativo: ha chiuso il proprio spazio aereo agli aerei militari americani coinvolti in quella operazione. Non il suolo, non le basi — il cielo. Un gesto che non riguarda una violazione procedurale, che non risponde a un episodio specifico, ma che afferma una posizione politica chiara: questa guerra non la vogliamo, non vogliamo essere parte di essa in nessuna forma, e lo spazio aereo spagnolo non diventerà il corridoio attraverso cui passano le missioni di bombardamento senza che noi ne siamo stati informati e senza che noi abbiamo scelto.
La differenza con la risposta italiana non è di grado — non è che la Spagna ha fatto di più e l’Italia di meno. È una differenza di natura, di registro, di livello al quale viene formulata la risposta. Il no italiano è stato un no amministrativo e giuridico: avete violato le procedure previste dai trattati, quindi non potete atterrare. È un no corretto, tecnicamente ineccepibile, politicamente coraggioso. Ma rimane all’interno della logica dei trattati esistenti — ne rivendica l’applicazione, non ne mette in discussione la struttura.
Il no spagnolo è stato qualcosa di diverso: un no politico, che esce dalla logica dei trattati per fare una scelta di posizionamento. Non “non hai chiesto l’autorizzazione”, ma “questa guerra non la vogliamo”. Non una reazione a un episodio, ma l’affermazione di una posizione. Sono due cose diverse, e la differenza conta.
L’Italia, dopo il no di Crosetto, non ha fatto quella scelta. Ha risposto a un episodio, ha ripristinato il rispetto delle procedure, ha inviato un segnale a Washington. Ma non ha detto nulla sulla guerra nel suo complesso — non ha preso posizione sul merito del conflitto, non ha definito quale sia il suo orientamento, non ha indicato agli italiani e agli alleati dove si colloca in questa crisi. È una postura di ambiguità calcolata, comprensibile nella logica della politica estera di un paese che non vuole rompere con nessuno. Comprensibile, ma insufficiente come risposta a una crisi di questa portata.
La domanda che la Spagna pone all’Italia, con il solo fatto di aver scelto, è semplice e un po’ imbarazzante: cosa vuole l’Italia? Non cosa vuole questo governo, non cosa vuole questo ministro, non cosa impongono i trattati del 1954. Cosa vuole l’Italia, come paese, come popolo, come comunità politica che ha il diritto e il dovere di decidere del proprio destino?
La storia italiana del dopoguerra offre risorse per rispondere. Non solo Craxi e Sigonella — anche De Gasperi che tratta con gli americani da una posizione di dignità nazionale pur dentro la scelta atlantica, anche Moro che costruisce una politica estera italiana nel Mediterraneo cercando margini di autonomia che Washington non sempre gradiva. L’Italia ha una tradizione di negoziazione con i propri alleati che non appartiene a nessuno schieramento, ma che tutti gli schieramenti, nei momenti migliori, hanno saputo praticare. Il problema è che quei momenti migliori sono stati rari, e i momenti di subalternità silenziosa sono stati la norma. Oggi si apre, forse, uno spazio per invertire questa proporzione.
IX. Che cosa vogliamo — la domanda politica
Non è una domanda retorica. Non è una domanda che si pone per il piacere di porla, sapendo già che non avrà risposta. È la domanda più concreta e più urgente che una democrazia possa porsi: una domanda che riguarda vite, risorse, sicurezza, futuro. Ed è la domanda che avrebbe dovuto essere posta prima — prima che i bombardieri fossero in volo, prima che Erbil venisse colpita, prima che il prezzo del carburante salisse e lo Stretto di Hormuz diventasse un campo di battaglia.
Il Parlamento italiano non ha mai votato sulla partecipazione, diretta o indiretta, a questo conflitto. Non c’è stata una mozione, non c’è stato un dibattito parlamentare formale sul coinvolgimento italiano, non c’è stata una consultazione del Consiglio Supremo di Difesa prima dell’inizio delle operazioni. Eppure i soldati italiani ad Erbil sono stati colpiti il 12 marzo. Eppure le basi italiane sono state usate per attività di supporto operativo dall’inizio del conflitto. Eppure il costo energetico della guerra ricade ogni giorno sulle famiglie italiane, sulle imprese italiane, sull’economia italiana.
Siamo già dentro. Nessuno lo ha deciso democraticamente. Non è un’accusa — è una constatazione. È la descrizione di come funziona, in pratica, l’architettura di accordi e di relazioni che lega l’Italia agli Stati Uniti e all’alleanza atlantica: un’architettura che ha una logica propria, che si autoriproduce, che tende a coinvolgere automaticamente chi ne fa parte senza che ci sia bisogno di una scelta esplicita ogni volta. È un’architettura costruita per un’altra epoca, ma che continua a funzionare — e a produrre conseguenze — nell’epoca attuale.
Questo è il punto che va detto con la massima chiarezza, senza alzare i toni e senza demagogia: la questione non è scegliere tra l’America e l’Iran, tra l’Occidente e i suoi nemici, tra la democrazia e la teocrazia. Nessuno sta proponendo di rompere con la NATO, di espellere le basi americane, di allinearsi con Teheran. La questione è più elementare e più fondamentale: si tratta di decidere — come paese, come popolo, attraverso i meccanismi democratici che ci siamo dati — se vogliamo partecipare a questa guerra, in quale misura, a quali condizioni, con quale consapevolezza delle conseguenze.
Quella decisione non è stata presa. Nessuno l’ha chiesta agli italiani. E il fatto che nessuno la chieda — né il governo, che preferisce la postura dell’ambiguità calcolata, né l’opposizione, che non riesce a trovare la voce su questi temi, né il dibattito pubblico nella sua forma dominante, intrappolato tra tifo atlantista e nostalgie terzomondiste — è già una risposta. Una risposta per default. Una subalternità silenziosa che si perpetua per inerzia, perché non chiede nulla, perché non disturba nessuno, perché è la via di minima resistenza in un sistema di alleanze che premia chi non fa domande.
La proposta concreta — non velleitaria, non anti-atlantista, non utopistica — è questa: una revisione negoziata degli accordi sulle basi americane in Italia alla luce del contesto attuale. Non espulsione, non rottura dell’alleanza atlantica, non gesti simbolici che non cambiano nulla nella sostanza. Rinegoziazione — la parola è questa, e merita di essere detta chiaramente. Una rinegoziazione che definisca con maggiore precisione i limiti degli utilizzi consentiti, che preveda meccanismi di consultazione preventiva obbligatoria per tutte le operazioni che non siano puramente logistiche, che stabilisca procedure parlamentari chiare per i casi in cui le basi italiane vengano usate per missioni di guerra, che aggiorni la cornice giuridica dal 1954 al 2026.
Non è una proposta rivoluzionaria. È una proposta di buon senso democratico. È quello che un paese adulto, con una tradizione politica ricca e una storia di autonomia che risale almeno a Craxi, dovrebbe essere in grado di avanzare ai propri alleati senza che questo venga interpretato come un atto ostile. Se viene interpretato come un atto ostile, il problema non è nella proposta — è nella qualità di un’alleanza che non tollera che i soci minori abbiano una voce in capitolo sulle condizioni del sodalizio.
Il socialismo non ha mai chiesto l’impossibile. Ha sempre chiesto, con pazienza e con metodo, che il popolo sapesse, decidesse, scegliesse. Che le scelte che riguardano la vita di tutti fossero prese da tutti, attraverso i meccanismi della democrazia rappresentativa. Che la guerra — se guerra deve essere — fosse una scelta consapevole, discussa, votata, e non la conseguenza automatica di trattati firmati quando Eisenhower era presidente, Stalin era appena morto, e nessuno poteva immaginare il mondo in cui ci troviamo oggi.
X. Senza nostalgia
Questo non è un saggio nostalgico. Craxi non torna. Il PSI non torna. Il Novecento non torna, con le sue certezze ideologiche, i suoi partiti di massa che sapevano con precisione di chi erano espressione e di chi erano nemici, la sua geografia politica in cui le posizioni erano chiare e i confini erano marcati. Quello che è stato è stato, e il lutto per ciò che non è più è uno spreco di energie che servirebbero per capire ciò che è.
Ma i principi restano. Restano perché non appartengono a un’epoca — appartengono a una logica. La logica per cui chi paga le conseguenze di una scelta dovrebbe poter partecipare a quella scelta. La logica per cui l’alleanza tra nazioni non è la cancellazione della sovranità di ciascuna, ma la federazione volontaria di sovranità che si rispettano, che negoziano, che si confrontano da pari. La logica per cui la pace non è assenza di guerra — non è il silenzio delle armi in attesa della prossima esplosione — ma condizione attiva che si costruisce, si difende, si sceglie ogni volta, con la consapevolezza che la scelta alternativa ha sempre un costo che qualcuno paga e che quel qualcuno non è mai chi decide.
Schierarsi oggi significa rivendicare quella tradizione — non come museo, non come reliquia da esporre nelle occasioni commemorative, ma come bussola per orientarsi in un presente che ha perso molti dei suoi punti di riferimento. Significa dire, con la voce ferma di chi sa da dove viene e sa dove vuole andare, che questo suolo non è una proprietà americana. Che questo popolo non è una variabile strategica di Washington, un costo da ottimizzare nel calcolo di una potenza che persegue i propri interessi con la disinvoltura di chi non ha imparato a chiedere permesso. Che chiunque voglia rappresentare questo popolo davvero — di destra, di sinistra, di centro, di qualsiasi collocazione politica — deve avere il coraggio di dirlo, in modo chiaro, in modo pubblico, in modo che non lasci spazio a interpretazioni ambigue.
Craxi aveva ragione nel 1985 — aveva ragione nel metodo, nel principio, nella disponibilità a pagare un prezzo per ciò in cui credeva. Crosetto ha fatto la cosa giusta nel 2026 — ha applicato le regole, ha difeso la procedura, ha detto no quando il no era dovuto. Queste due frasi, messe una accanto all’altra, non sono una contraddizione: sono la mappa di un paese che attraversa decenni e cambia governo, cambia maggioranze, cambia linguaggio politico, ma che conserva, nei momenti in cui qualcuno ha il coraggio di farlo valere, un principio fondamentale. Il principio che il popolo sovrano è quello che decide, non quello che subisce.
Resta aperta la domanda più difficile: chi ha il coraggio di farlo valere in modo sistematico, non solo negli episodi, non solo quando la violazione è così evidente da non poter essere ignorata? Chi ha il coraggio di costruire, con pazienza e con metodo, una posizione italiana su questa guerra che sia il frutto di una scelta consapevole e non il residuo di un’inerzia storica? Chi ha il coraggio di portare questa domanda in Parlamento, di chiedere un voto, di far decidere il popolo?
Sono domande aperte. Questo saggio non ha la pretesa di chiuderle. Ha la pretesa, più modesta e forse più utile, di renderle più difficili da ignorare.
Perché ignorarle ha un costo. Non metaforico — reale. Lo paga il camionista che fa il pieno e trova il gasolio a due euro e venti. Lo paga l’azienda che ordina materie prime e scopre che le catene di approvvigionamento si sono di nuovo spezzate. Lo paga il soldato che serve il suo paese ad Erbil e che quella notte di marzo ha sentito le esplosioni avvicinarsi senza che nessuno, a Roma, avesse mai deciso che lui dovesse essere lì in quel momento, in quel conflitto, in quella guerra. Ignorare le domande non le fa sparire: le trasforma in conseguenze. E le conseguenze, come sempre, le pagano quelli che non hanno mai avuto voce in capitolo.
Il socialismo è nato per dare voce in capitolo a chi non ce l’ha. È nato per nominare i meccanismi del potere, per rendere visibili i costi nascosti delle scelte dei potenti, per costruire le condizioni in cui il popolo — quello concreto, quello che lavora e paga e subisce — possa decidere davvero. Non è un progetto finito. Non è un progetto datato. È un progetto che ogni generazione deve reimparare a fare proprio, con il linguaggio e gli strumenti del proprio tempo. Questo è il tempo. Questo è il luogo. Sigonella è il punto da cui ricominciare.
Con garbo. Ma senza equivoci.