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© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  3 Aprile 2026

 
  Chi ha violato il patto  
 

 

I. La minaccia

 

Il 1° aprile 2026 Donald Trump ha dichiarato al Daily Telegraph di stare fortemente considerando il ritiro degli Stati Uniti dalla NATO — quando gli è stato chiesto se ci avrebbe ripensato dopo la guerra contro l’Iran, ha risposto: «beyond reconsideration». Non ci ripenso. Il giorno prima, il 31 marzo, Marco Rubio su Fox News aveva posto la domanda con la brutalità di chi la considera già risposta: quando gli alleati negano le basi, a cosa serve la NATO? Perché ci siamo? La risposta implicita, non dichiarata ma leggibile in ogni sillaba, è questa: siamo nella NATO per proteggere alleati che non si comportano da alleati. E se non si comportano da alleati, troviamo altri modi per difendere i nostri interessi.

La dichiarazione è arrivata dopo settimane di tensioni con gli alleati europei che si sono rifiutati di mettere a disposizione le proprie basi e i propri spazi aerei per le operazioni americane contro l’Iran. Francia, Germania, Spagna, Italia — con gradazioni diverse, con linguaggi diversi, con motivazioni diverse — hanno tutte resistito, in un modo o nell’altro, alla pressione di Washington. E Washington ha risposto come risponde chi è abituato a non ricevere rifiuti: con la minaccia di abbandonare il gioco.

Vale la pena fermarsi su questa sequenza con la calma analitica che merita. Non per difendere la NATO come istituzione sacra — non lo è, e chi la tratta come tale rinuncia alla facoltà di pensare. Ma per capire che cosa è successo davvero, chi ha violato che cosa, e perché la narrativa di Trump — gli alleati ingrati che hanno tradito l’America — è, nei termini precisi dei fatti, rovesciata di centottanta gradi.

 

II. La struttura del paradosso

 

Il ragionamento di Washington, nella sua forma più elementare, suona così: gli Stati Uniti hanno protetto l’Europa per settant’anni, hanno mantenuto basi militari su suolo europeo a proprie spese, hanno garantito la sicurezza del continente sotto l’ombrello nucleare atlantico. In cambio, hanno chiesto lealtà. Quando l’America ha avuto bisogno di quella lealtà — quando ha chiesto agli alleati di aprire le loro basi per una campagna militare necessaria e giustificata — gli alleati hanno detto no. Questo no è un tradimento. E il tradimento ha conseguenze.

È un ragionamento che ha una sua coerenza interna, e sarebbe disonesto negarlo. Sarebbe anche disonesto, però, non notare che cosa manca in questo ragionamento. Manca un dettaglio di una certa rilevanza: Washington non ha chiesto. Ha usato.

Il 27 marzo 2026, come ho ricostruito nel pezzo precedente, i bombardieri americani erano già in volo verso Sigonella quando qualcuno si è ricordato di comunicare il piano di volo all’Aeronautica italiana. Non una richiesta preventiva. Una comunicazione a fatto avviato. Gli aerei erano in aria, la rotta era calcolata, la missione era, nei fatti, già partita. Solo a quel punto qualcuno ha pensato che forse valeva la pena informare il governo del paese su cui quegli aerei stavano per atterrare. Il ministro Crosetto ha detto no. Ha applicato le procedure previste dai trattati bilaterali in vigore. Ha fatto esattamente quello che quei trattati prevedono che un governo italiano faccia quando la procedura non viene rispettata. E Washington si è infuriata.

Questo è il paradosso su cui vale la pena insistere, perché ha una struttura logica precisa che merita di essere resa visibile: gli Stati Uniti stavano usando il suolo di un alleato senza autorizzazione, in violazione delle procedure concordate, per condurre una guerra che quell’alleato non aveva scelto. Quando l’alleato ha fatto rispettare le proprie regole — le stesse regole che Washington aveva firmato, le stesse regole su cui si fonda il sistema di basi americane in Europa — la risposta è stata: traditori. Chi non rispetta le regole accusa chi le rispetta di aver tradito l’alleanza. È una struttura argomentativa che ha un nome preciso nella logica formale. Nelle relazioni internazionali si chiama, più semplicemente, prepotenza.

 

 

III. Che cosa dice il Trattato del Nord Atlantico

 

Il Trattato del Nord Atlantico, firmato a Washington il 4 aprile 1949, ha un articolo 5 che tutti citano e un articolo 1 che quasi nessuno ricorda. L’articolo 5, quello della difesa collettiva, è diventato il simbolo dell’alleanza: un attacco contro uno è un attacco contro tutti. Giustamente citato il 12 settembre 2001, giustamente invocato ogni volta che si discute di sicurezza europea. Ma l’articolo 1 dice qualcosa di altrettanto fondamentale, e dice cose che mal si conciliano con la condotta americana degli ultimi mesi: le parti si impegnano a risolvere le controversie internazionali con mezzi pacifici, e a non ricorrere alla minaccia o all’uso della forza in qualsiasi modo incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite.

L’articolo 1, si badi, non è un preambolo di intenti. È un obbligo contrattuale. Un obbligo che gli Stati Uniti, lanciando Operation Epic Fury undici giorni dopo aver raggiunto un’intesa a Ginevra, mentre i negoziati erano ancora formalmente in corso, hanno quantomeno eluso. La diplomazia non è fallita: è stata interrotta. Questa distinzione non è retorica — ha conseguenze giuridiche e politiche precise. Un’alleanza che ha come primo articolo l’impegno alla risoluzione pacifica delle controversie non può chiedere ai propri membri di essere complici di una campagna militare lanciata mentre si negoziava una soluzione diplomatica.

Nessuno lo dice in questi termini, naturalmente. Il linguaggio della politica estera ha le sue convenzioni, e tra queste convenzioni c’è quella di non applicare agli alleati più potenti gli stessi standard che si applicano a tutti gli altri. Ma le convenzioni non cambiano i fatti. I fatti sono che Washington ha lanciato una guerra mentre trattava, ha usato basi alleate senza rispettare le procedure, e ora minaccia di abbandonare l’alleanza perché gli alleati hanno fatto rispettare le procedure. La ritorsione è contro chi ha fatto rispettare le regole che Washington stessa aveva firmato.

 

IV. L’alleanza come protezione e come vincolo

 

C’è un modo di leggere la NATO, diffuso nei circoli atlantisti di ogni colore politico, che la riduce a una polizza assicurativa: gli americani ci proteggono, noi paghiamo il premio con le basi e con la lealtà politica, e in cambio non veniamo invasi da nessuno. È una lettura che ha una sua logica durante la Guerra Fredda, quando la minaccia sovietica era reale e l’ombrello nucleare americano era l’unica garanzia concreta di sopravvivenza per l’Europa occidentale. De Gasperi nel 1949 sapeva benissimo che l’Italia firmava un patto asimmetrico: la sicurezza in cambio della presenza, la protezione in cambio della subalternità. Era una scelta consapevole, fatta in un contesto specifico, con un nemico specifico alle porte.

C’è un altro modo di leggere la NATO, molto meno frequente, che la tratta come un patto fondato su obblighi reciproci, su procedure condivise, su un sistema di regole che vale per tutti. In questa lettura, l’alleanza non è una gerarchia con Washington in cima e gli altri sotto — è una federazione di sovranità che si sono accordate su alcune regole e che si aspettano che quelle regole vengano rispettate da tutti, compreso il membro più potente. Questa lettura corrisponde al testo del Trattato, alla lettera dei suoi articoli, alla forma giuridica che i fondatori dell’alleanza hanno scelto. Il problema è che la pratica ha sistematicamente tradito la forma. L’America ha agito, nella NATO, come un socio di maggioranza che tollera i soci di minoranza finché non intralciano i propri piani.

Le due letture hanno coesistito per decenni in una tensione non dichiarata. Gli europei hanno preferito non scegliere tra le due, incassando i benefici della protezione americana senza mai affrontare il costo politico di definire esplicitamente i limiti di quella dipendenza. Washington ha mantenuto l’ambiguità, che le consentiva di invocare l’alleanza quando ne aveva bisogno e di ignorarla quando non le conveniva. Il sistema ha funzionato finché gli interessi erano sufficientemente allineati. Quando hanno smesso di esserlo — come nel 2003 con l’Iraq, come oggi con l’Iran — la tensione è diventata visibile e l’ambiguità non ha retto.

Trump ha reso esplicita, con una schiettezza che in qualche modo si apprezza, la prima lettura. La NATO è uno strumento al servizio degli interessi americani. Se gli alleati non sono utili, l’alleanza non ha ragione di esistere. Non è una logica sorprendente — è la logica di qualsiasi grande potenza in qualsiasi epoca storica. Ciò che è sorprendente è che ci siano ancora, in Europa, dirigenti politici che fingono di non riconoscerla o che si scandalizzano quando viene enunciata senza eufemismi.

L’alternativa non è l’ingenuità. L’alternativa è prendere atto che un’alleanza fondata esclusivamente sulla dipendenza dal membro più forte non è un’alleanza — è un vassallaggio con benefici. E che la reazione corretta a una minaccia di abbandono non è la supplica, ma la costruzione delle condizioni per non averne bisogno. Quella costruzione richiede tempo, risorse, volontà politica. Richiede soprattutto la disponibilità a fare domande scomode su ciò che si è accettato per decenni senza discuterlo — una disponibilità che in Italia è ancora largamente assente.

 

V. Il precedente che non si vuole vedere

 

Nel 2003, quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq, la Francia e la Germania hanno detto no. Chirac e Schröder si sono opposti pubblicamente, alla luce del sole, in Consiglio di Sicurezza. Donald Rumsfeld ha coniato l’espressione «Old Europe» per etichettare con disprezzo questa resistenza. George W. Bush ha costruito la coalition of the willing — la coalizione dei volenterosi — scavalcando il Consiglio di Sicurezza e ignorando gli alleati che non volevano seguire. Le conseguenze di quella guerra — la destabilizzazione dell’Iraq, l’ascesa dell’ISIS, il caos regionale che dura ancora — sono note.

Chi ha ragione in quel caso non è una domanda retorica. È una domanda con una risposta storica abbastanza chiara, anche se pochi la formulano con questa brutalità. La Francia e la Germania avevano ragione. Non perché Saddam Hussein fosse un leader accettabile — non lo era, per le stesse ragioni per cui la Repubblica Islamica non è accettabile oggi. Ma perché la guerra era sbagliata, era illegale secondo il diritto internazionale, era fondata su informazioni false, e le sue conseguenze erano prevedibili da chiunque avesse letto con attenzione i rapporti degli ispettori ONU.

C’è però un elemento di quella crisi che viene sistematicamente dimenticato quando si discute del 2026. Nel 2003, pur nel conflitto politico aperto tra Washington e Parigi, nessuno si aspettava che la Francia consentisse agli aerei militari americani di sorvolare il proprio territorio senza autorizzazione, o che le basi NATO in Europa venissero usate per la campagna irachena senza consultazione preventiva degli alleati che le ospitavano. Il principio della consultazione era rispettato, anche nel conflitto. Ciò che distingue oggi da allora non è la litigiosità degli alleati — quella è sempre esistita. È il fatto che Washington abbia ritenuto di poter fare a meno della consultazione del tutto, come se le basi europee fossero appendici operative di un comando che non deve rendere conto a nessuno.

Quel precedente conta, perché stabilisce che la resistenza degli alleati europei alle avventure militari americane non è una novità del 2026, non è anti-americanismo, non è un capriccio dei governi di sinistra europei. È una posizione che ha radici storiche, che è stata difesa da governi di centro-destra come quello di Chirac, che ha poi trovato una giustificazione retrospettiva nella catastrofe irachena. E che oggi si ripresenta con una logica analoga, anche se il contesto è diverso e la posta in gioco è ancora più alta.

 

VI. Che cosa vuole davvero Trump

 

La minaccia di uscire dalla NATO va letta su due livelli. Il primo è il livello tattico: una pressione negoziale, un’alzata di voce destinata a produrre concessioni prima che la crisi si stabilizzi. Trump ha usato questa tecnica sistematicamente — con gli alleati commerciali, con i partner diplomatici, con i propri collaboratori. La minaccia come apertura di trattativa. Il “beyond reconsideration” come punto di partenza, non come punto di arrivo.

Il secondo livello è più strutturale, e più inquietante. Trump rappresenta una corrente del pensiero strategico americano — non nuova, non marginale — che ritiene che l’impegno americano in Europa sia costoso, poco produttivo, e storicamente superato. Quella corrente ha radici antiche. Robert Taft, senatore dell’Ohio e leader dei conservatori repubblicani negli anni Quaranta e Cinquanta, si oppose strenuamente all’ingresso americano nella NATO proprio con argomenti che Trump potrebbe sottoscrivere parola per parola: le alleanze permanenti impegnano l’America in guerre europee che non la riguardano, limitano la libertà d’azione del Congresso, e servono gli interessi dell’establishment della costa Est più che quelli del paese reale. Taft perse quella battaglia. Ma la sua corrente non è mai scomparsa — è rimasta latente, riemergendo a intervalli regolari ogni volta che l’America si è sentita sopraffatta dal peso dei propri impegni globali.

Trump è il prodotto più compiuto di quella tradizione nella politica americana contemporanea. Non è un isolazionista puro — è disposto a usare la forza militare, come dimostra la campagna contro l’Iran. Ma è un unilateralista convinto: l’America agisce per i propri interessi, da sola o con chi sceglie di coinvolgere, senza chiedere permesso e senza rendere conto ad alleanze che considera gabbie più che risorse. In questa visione, la NATO non è un valore — è uno strumento. E uno strumento che non funziona si cambia o si getta via.

Sapere su quale dei due livelli operino le parole di Trump in questo momento non è semplice, e probabilmente non lo sa nemmeno lui con precisione. Ma la risposta europea non può dipendere da questa incertezza. Deve essere costruita supponendo il caso peggiore — che la minaccia sia seria, che l’alleanza sia in discussione reale, che il sistema di sicurezza europeo costruito in settant’anni sia meno solido di quanto si è sempre creduto.

Un elemento del discorso alla nazione del 1° aprile merita attenzione specifica. Nelle ore che hanno preceduto il discorso, Trump aveva annunciato ai giornalisti che avrebbe espresso il suo disgusto per la NATO davanti al paese. Nel discorso formale, durato diciannove minuti, l’Alleanza Atlantica non è stata nominata nemmeno una volta. Non è un ripensamento — è una scelta di regia. Il messaggio aggressivo sulla NATO era destinato agli alleati europei, attraverso i media internazionali. Il discorso alla nazione era destinato agli americani, e agli americani la NATO non interessa. Pubblici diversi, messaggi diversi, dosati con la precisione di chi sa esattamente cosa vuole ottenere da ciascuno. L’imprevedibilità di Trump non è caos — è un metodo. Capirlo è il primo passo per non esserne sopraffatti.

E qui si apre la domanda più scomoda: se questa è la situazione, che cosa significa per l’Europa, e per l’Italia in particolare, continuare a discutere di sovranità delle basi come se fosse una questione tecnica di procedure amministrative? Che cosa significa reclamare il diritto a non partecipare a una guerra specifica, senza affrontare la questione più profonda del sistema di dipendenza strategica dentro cui quella guerra si colloca?

 

VII. Il nodo italiano

 

L’Italia, in questa crisi, ha un problema specifico che altri paesi europei non hanno nella stessa misura. Il problema non è la dimensione delle basi americane sul proprio territorio — anche se quella dimensione è significativa, con Aviano, Sigonella, Vicenza, Camp Darby tra Pisa e Livorno, Gaeta, Napoli. Il problema è la qualità del dibattito politico su quello che quelle basi significano, su quale relazione vogliamo avere con esse, su quali condizioni siamo disposti ad accettare in cambio della presenza americana.

Quel dibattito non c’è. O meglio: c’è nella forma dell’episodio. C’è quando qualcosa accade — quando i bombardieri vengono respinti, quando una base viene coinvolta in una notizia, quando la tensione diventa impossibile da ignorare. E poi sparisce, riassorbito dall’inerzia di un sistema che preferisce non fare domande perché le risposte sarebbero scomode.

Il confronto con altri grandi paesi europei è istruttivo. La Germania, dopo la fine della Guerra Fredda, ha costruito un dibattito parlamentare esplicito e ricorrente sulla presenza militare americana sul proprio territorio, sui limiti del suo utilizzo, sulla compatibilità tra quegli accordi e la politica estera tedesca. Un dibattito imperfetto, non sempre conclusivo, spesso strumentale — ma esistente, visibile, capace di produrre vincoli reali. La Francia ha risolto il problema alla radice uscendo dal comando militare integrato della NATO nel 1966, sotto De Gaulle, e rientrandovi solo nel 2009 sotto Sarkozy — una scelta che ha mantenuto per decenni un margine di autonomia che nessun altro alleato europeo ha mai avuto. L’Italia non ha fatto né l’una né l’altra cosa. Ha accettato la presenza, ne ha incassato i benefici economici e politici, e ha preferito non discuterne le condizioni.

Il risultato è che oggi, quando la crisi rende quelle condizioni improvvisamente rilevanti, l’Italia non ha una posizione. Ha un gesto — il no di Crosetto, coraggioso e corretto — ma non ha una politica dietro quel gesto. Non ha una cornice parlamentare, non ha un dibattito pubblico degno di questo nome. Ha un ministro che ha fatto la cosa giusta per le ragioni giuste, esprimendo la volontà di un governo che ha il suo mandato popolare — ma in isolamento istituzionale quasi totale, senza che nessuno abbia mai chiesto al Parlamento, e attraverso di esso ai cittadini, se quella posizione corrisponde a una scelta consapevole o solo a una reazione d’emergenza.

Nel frattempo i conti arrivano. Il 2 aprile un razzo ha colpito la base di Shama in Libano, sede del contingente italiano Unifil — secondo attacco a personale italiano dopo quello di Erbil del 12 marzo. Nessun ferito, per fortuna. Ma i soldati italiani vengono colpiti in un conflitto che il Parlamento italiano non ha mai votato, in un teatro che nessuno ha deciso democraticamente di presidiare in queste condizioni. E sul fronte economico: S&P Global ha tagliato le stime di crescita dell’Italia per il 2026 allo 0,4%, dimezzate rispetto alle previsioni precedenti. Il costo della chiusura di Hormuz — un quinto del petrolio mondiale bloccato nel Golfo Persico — lo pagano le famiglie italiane alla pompa di benzina, le imprese italiane sulle catene di approvvigionamento, l’economia italiana nei numeri di fine anno. Non è una guerra lontana. È già qui.

La minaccia di Trump alla NATO cambia le coordinate di questo deficit in modo radicale. Non perché renda l’uscita americana dall’alleanza imminente o certa — non lo è, e probabilmente non lo sarà. Ma perché rende evidente, per chiunque voglia vederlo, che la certezza sulla quale l’intera architettura della sicurezza europea è stata costruita — la garanzia americana come elemento stabile, prevedibile, non negoziabile — non è più tale. Non da oggi, non improvvisamente: da anni. Ma oggi è dichiarata apertamente, senza eufemismi, da un presidente americano in carica.

In questo contesto, la posizione italiana dell’ambiguità calcolata — non troppo vicini, non troppo lontani, non dire mai nulla che possa essere interpretato come una scelta netta — non è più sostenibile come postura strategica. È sostenibile come tattica di breve periodo, per guadagnare tempo mentre la crisi evolve. Ma non è una politica. E un paese che non ha una politica su dove si trova, su cosa difende, su in quale Europa vuole vivere, è un paese che lascia che gli altri decidano per lui.

 

VIII. La lezione spagnola, rivisitata

 

Ho già scritto, nel pezzo precedente, della risposta spagnola: la chiusura dello spazio aereo agli aerei militari americani impegnati in Iran, un gesto che non era una reazione a un episodio procedurale ma l’affermazione di una posizione politica. Quella risposta merita di essere riesaminata alla luce della minaccia di Trump alla NATO, perché la sua logica diventa ancora più chiara.

La Spagna ha scelto. Non ha aspettato che Washington definisse i termini della relazione. Ha definito i propri termini, pubblicamente, con le conseguenze che questo comportava in termini di pressione diplomatica e di rischio di ritorsioni. Lo ha fatto perché una posizione esplicita, anche se scomoda, è più difendibile di un’ambiguità che lascia aperta ogni interpretazione. Lo ha fatto perché un paese che sa dove sta è in una posizione negoziale più forte di un paese che non lo sa.

La risposta di Trump alla resistenza europea non è stata quella di un alleato offeso che pretende spiegazioni. È stata quella di chi ha capito che la protezione non è più percepita come indispensabile come lo era un tempo. E che chi non la percepisce come indispensabile non è facilmente ricattabile con la minaccia di ritirarla.

Questo è il vero cambio di paradigma che la crisi del 2026 sta producendo, lentamente, attraverso la pressione degli eventi: l’Europa sta scoprendo — o sta essendo costretta a scoprire — che la dipendenza strategica dall’America non è un dato di natura. È una scelta. Una scelta che è stata fatta settant’anni fa in circostanze molto diverse, e che oggi può essere rivista, rinegoziata, ridefinita. Non per rottura — non nell’immediato, non in modo avventato. Ma per scelta consapevole, presa democraticamente, con gli occhi aperti sulle conseguenze.

 

IX. La domanda che resta

 

Trump dice che il ritiro americano dalla NATO è «beyond reconsideration» — non ci ripenso. Rubio chiede perché gli Stati Uniti siano nella NATO se gli alleati negano le basi. Sono dichiarazioni destabilizzanti, poste in malafede o in buona fede, non importa: producono un effetto preciso nell’interlocutore europeo. Lo costringono a rispondere. Lo costringono a chiedersi: e noi? Perché siamo nella NATO? Cosa difende questa alleanza, nell’Europa del 2026? A quali condizioni vogliamo restare?

Sono domande che fanno paura, perché le risposte sono difficili e le conseguenze delle risposte sbagliate sono enormi. Ma sono domande che vanno fatte, proprio perché fanno paura. Un’alleanza che non può essere discussa non è un’alleanza — è un dogma. E i dogmi, nella politica come nella religione, sopravvivono finché nessuno li mette alla prova. Quando vengono messi alla prova — come Trump sta facendo, con la brutalità di chi non ha interesse a preservare le convenzioni diplomatiche — o reggono alla verifica, oppure mostrano la loro fragilità.

La NATO regge alla verifica? La risposta onesta è: dipende da quale NATO. L’alleanza come sistema di difesa collettiva fondato su obblighi reciproci, su procedure condivise, su un equilibrio negoziato tra le sovranità dei membri — quella NATO è difendibile, e vale la pena difenderla. L’alleanza come gerarchia con Washington in cima, come meccanismo attraverso cui le basi europee vengono usate senza chiedere permesso per guerre che gli europei non hanno scelto — quella NATO non regge alla verifica, e non meriterebbe di reggere.

La crisi del 2026 offre un’opportunità inattesa, e come tutte le opportunità inattese rischia di passare senza essere colta. L’opportunità è questa: riformulare, esplicitamente e senza eufemismi, quale alleanza vogliamo. Non quella che abbiamo ereditato dalla Guerra Fredda. Non quella che Trump vorrebbe ridurre a un rapporto di forza puro. Quella che potremmo costruire, se avessimo la chiarezza di capire cosa vogliamo difendere e il coraggio di dirlo.

Il paradosso di chi chiede lealtà dopo aver violato le regole ha una soluzione semplice, in teoria: si ricorda a chi lo chiede che le regole valgono per tutti. Si fa notare che l’alleanza non era un assegno in bianco, che le basi non erano una proprietà americana, che il consenso degli alleati non era implicito e scontato ma esplicito e negoziale. Si dice, con la voce ferma di chi sa di avere ragione, che chi viola le procedure non ha titolo per lamentarsi di chi le fa rispettare.

Ma c’è una domanda più scomoda di tutte, che la crisi del 2026 ha reso impossibile eludere: gli statunitensi sono ancora nostri alleati? O siamo semplicemente vassalli che hanno avuto l’ardire di ricordare di esistere? La differenza non è retorica. Un alleato discute, negozia, rispetta le procedure anche quando è il più forte. Un vassallo viene consultato quando fa comodo e ignorato quando non fa comodo. La rabbia di Washington di fronte al no di Crosetto — e il tono di Trump al Telegraph — suggerisce che qualcuno, dall’altra parte dell’Atlantico, si sia dimenticato di quale dei due sia il nostro ruolo nel patto.

Craxi lo ha detto nel 1985, sul tarmac di Sigonella, con i carabinieri che fronteggiavano la Delta Force. Crosetto lo ha fatto nel 2026, con le procedure e con le firme. Il passo successivo — portare questa posizione fuori dall’episodio, dentro una politica, davanti al Parlamento, al popolo che ha il diritto di scegliere — è ancora da fare.

È il passo più difficile. Ed è il solo che conta.

 

 
 
Gabriele Vitella

 

 
 

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