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© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  6 Aprile 2026

 
  L’occhio del padrone  
 

 

PARTE I

 

I.

 

Il 20 marzo 2026, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha pubblicato un documento che nessun governo occidentale ha letto con la serietà che meritava. Si chiama Sheltering From Oil Shocks, e al primo posto del suo decalogo di misure d’emergenza per ridurre la domanda di petrolio c’è una raccomandazione precisa: lavorare da casa dove possibile. Non al secondo posto, non al terzo. Al primo. Prima dei limiti di velocità in autostrada. Prima dell’incentivo ai mezzi pubblici. Prima di qualsiasi altra misura di risparmio energetico immediato.

La ragione è aritmetica e non lascia spazio a interpretazioni: il trasporto su strada rappresenta circa il 45 per cento della domanda globale di petrolio. Ogni giorno in cui un lavoratore non si sposta da casa verso l’ufficio è un giorno in cui quella quota non brucia carburante. L’AIE calcola che tre giorni settimanali di lavoro remoto, dove le mansioni lo consentano, potrebbero ridurre tra il 2 e il 6 per cento il consumo nazionale di petrolio in automobili.

Tre giorni a settimana. È la proposta di un’agenzia internazionale che descrive la più grave crisi energetica nella storia del mercato petrolifero globale. Tre giorni come soglia minima di risposta a un’emergenza senza precedenti.

In Italia, quella soglia non la raggiunge quasi nessuno. La realtà del lavoro agile nel 2026 è fatta di due giorni settimanali — nei casi fortunati in cui esistono — elargiti un po’ a fatica per gentile concessione padronale, revocabili in qualsiasi momento, soggetti all’umore del responsabile di turno. Non sono un diritto. Non sono una conquista contrattuale. Sono una deroga individuale regolata dalla legge 81 del 2017, che disciplina il lavoro agile come accordo bilaterale tra lavoratore e datore, senza obblighi generali, senza standard minimi esigibili, senza protezione strutturale di alcun tipo. Chi lavora da remoto lo fa perché il suo datore glielo consente. Non perché ne ha il diritto.

Eppure questo è il punto di partenza del dibattito. Tre giorni come rivoluzione. Due giorni come realtà. Zero come norma.

Sarebbe tentante liquidare la questione come un ritardo culturale, un problema di mentalità da superare con la giusta comunicazione, il giusto incentivo, la giusta pressione normativa. Questa lettura è sbagliata — non perché sottovaluti le resistenze, ma perché le attribuisce alla superficie quando risiedono in profondità. La resistenza al lavoro remoto non è un’abitudine da correggere. È una struttura da comprendere. E per comprenderla bisogna scendere più in profondità di quanto il dibattito pubblico di solito si spinga.

Bisogna andare da Marx. E da Jung.

 

 

II.

 

Il Capitale di Karl Marx non è un manuale di economia. È filosofia del lavoro. Questa distinzione non è accademica — è la condizione per capire quello che Marx stava davvero cercando di dire, al di là delle letture ideologiche che hanno trasformato un’opera di pensiero in un catechismo politico o in un bersaglio polemico.

Marx parte da una domanda elementare: cosa succede all’essere umano quando lavora all’interno del sistema capitalistico? La risposta, già abbozzata nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e poi sviluppata nel Capitale del 1867, si chiama alienazione. Il lavoro, nella visione marxiana, non è una semplice attività produttiva. È l’atto attraverso cui l’essere umano si oggettiva nel mondo, si riconosce nelle cose che produce, costruisce la propria identità attraverso la trasformazione della materia. Lavorare è il modo in cui l’uomo dice: sono stato qui. Ho cambiato qualcosa. Questo esiste perché io l’ho fatto.

Il capitalismo spezza questo legame. Separa il lavoratore dal prodotto del suo lavoro — che appartiene a chi possiede i mezzi di produzione, non a chi li ha usati. Separa il lavoratore dal processo produttivo — che viene suddiviso, parcellizzato, reso incomprensibile nella sua totalità. Separa il lavoratore dagli altri lavoratori — perché la competizione sostituisce la collaborazione come principio organizzativo. E separa il lavoratore da se stesso — perché ciò che fa al lavoro non esprime chi è, ma chi deve essere per sopravvivere.

In questo quadro, il controllo visivo non è un’aberrazione. Non è un residuo di arretratezza culturale che sparirà con la giusta formazione manageriale. È una necessità strutturale del capitale.

Quando il capitalista compra il tempo del lavoratore — la forza-lavoro, nel linguaggio di Marx — compra una potenzialità, non una certezza. La forza-lavoro è la capacità di lavorare, non il lavoro effettivo. Trasformare la potenzialità in realtà, estrarre lavoro effettivo dalla forza-lavoro acquistata, è il problema fondamentale del capitalista. E la soluzione storica a questo problema è la sorveglianza.

Il sorvegliante — il caposquadra, il direttore di stabilimento, il manager di ufficio — non è un incidente del sistema. Non è una scelta organizzativa tra le tante. È la funzione che il capitale si dà per garantire che il tempo acquistato si trasformi in lavoro estratto. È il sistema che si rende visibile in una figura umana. Marx lo analizza nel Capitale con una precisione che non ha perso nulla in quasi due secoli: il processo di produzione capitalistico è un processo di valorizzazione del capitale, e la sorveglianza è la condizione di questa valorizzazione.

«Se io non ti vedo, tu non lavori». Questa frase — pronunciata da amministratori delegati di multinazionali nel 2026 con la stessa naturalezza con cui l’avrebbe pronunciata un fattore del Quattrocento — non è stupida. Non è ignorante. È la logica del capitale enunciata senza eufemismi. Il capitale non compra risultati — compra tempo. E il tempo si controlla con l’occhio.

Questo spiega perché i dati non bastano. Da decenni la ricerca empirica sul lavoro agile produce risultati convergenti: la produttività non diminuisce, spesso aumenta; i lavoratori riportano livelli più alti di soddisfazione e motivazione; il tasso di dimissioni volontarie scende; le aziende riducono i costi operativi. Uno studio randomizzato controllato condotto dall’economista Nicholas Bloom della Stanford University su oltre milleseicento dipendenti di un’azienda tecnologica — pubblicato sulla rivista scientifica Nature nel 2024 — ha rilevato che lavorare da casa due giorni a settimana non produce effetti negativi né sulla produttività né sulle possibilità di avanzamento professionale. La ricerca ha anche documentato un dato che il management fatica a metabolizzare: prima dell’esperimento, i manager prevedevano in media che il lavoro da remoto avrebbe ridotto la produttività del 2,6 per cento. Alla fine dell’esperimento avevano cambiato idea. Sondaggi internazionali su lavoratori in regime misto registrano in modo sistematico percentuali elevate di chi si dichiara più efficace rispetto al tempo in cui era sempre in sede.

Questi numeri esistono, sono accessibili, sono stati pubblicati su riviste e piattaforme di settore. Non vengono citati nelle riunioni in cui si decide di richiamare tutti in ufficio cinque giorni su cinque. Non vengono citati perché il problema non è là. Il problema è che il capitale non misura la produttività — misura il controllo. E il controllo visivo è l’unica forma di sorveglianza che il capitalista conosce dall’Ottocento in poi.

C’è però qualcosa che la lettura marxiana, da sola, non cattura completamente. Marx spiega la struttura oggettiva. Spiega perché il sistema ha bisogno del controllo visivo. Non spiega — o non spiega abbastanza — perché il singolo manager, l’individuo in carne e ossa che siede nella stanza con la visuale libera sulle scrivanie, prova qualcosa che assomiglia al piacere quando vede le sedie occupate. Perché quell’occhio sul dipendente non è solo uno strumento: è un bisogno.

Per questo bisogna andare da Jung.

 

III.

 

Carl Gustav Jung non ha mai scritto di lavoro agile. Non ha mai analizzato il presenteismo aziendale, né le politiche di return to office delle grandi corporation. Ma ha elaborato una mappa della psiche umana che si applica a questi fenomeni con una precisione che nessuno strumento più recente ha saputo eguagliare. Applicare Jung al management non è un esercizio retorico. È un tentativo di vedere, sotto la superficie della decisione organizzativa, ciò che la muove davvero.

Il punto di partenza è il concetto di Ombra — non come metafora generica del lato oscuro, ma come categoria tecnica precisa. L’Ombra, in Jung, è la parte della personalità che l’io cosciente rifiuta di riconoscere come propria. Non è il male in senso morale. È tutto ciò che è stato escluso dall’identità consapevole: tutto ciò che si è censurato, rimosso, dichiarato incompatibile con l’immagine che si ha di sé. Può contenere impulsi negativi, ma anche qualità positive che per qualche ragione non si riesce ad accettare come proprie. La struttura è sempre la stessa: l’io cosciente costruisce se stesso per differenza, escludendo ciò che non può integrare.

L’Ombra non scompare perché viene esclusa. Continua a esistere nell’inconscio, e là accumula energia. Prima o poi cerca uno sbocco. Il meccanismo attraverso cui si manifesta senza essere riconosciuta è la proiezione: l’Ombra viene attribuita all’altro. Ciò che non si vuole vedere in sé diventa ciò che si vede nell’altro con chiarezza cristallina. L’accusa che si muove agli altri è spesso il ritratto di sé che non si riesce ad accettare.

Il meccanismo della proiezione è il cuore della dinamica che stiamo analizzando. Il manager che non si fida del dipendente che non vede sta proiettando su di lui qualcosa che appartiene a sé. Cosa proietta? Esattamente quello di cui ha paura: il desiderio di sottrarsi al controllo, la tentazione di non lavorare quando nessuno guarda, l’impulso di fare altro, di fermarsi, di perdersi. Cose umane, universali, che tutti conoscono. Ma che l’io cosciente del manager rifiuta di riconoscere come proprie, perché sono incompatibili con l’immagine che ha di sé: quello che lavora sempre, quello su cui si può contare, quello che non si ferma mai.

«Se io non ti vedo, tu non lavori». Traduzione junghiana: «Se loro non mi vedono, io non lavoro». La frase descrive il soggetto che la pronuncia, non il destinatario. È una confessione mascherata da accusa. E come tutte le proiezioni, è tanto più violenta quanto più il soggetto è incapace di riconoscerla come tale.

Vale la pena fermarsi su questo meccanismo, perché è più sottile di quanto sembri in prima lettura. La proiezione non è una bugia deliberata. Non è una strategia calcolata per scaricare la colpa sull’altro. È un processo inconscio — il soggetto che proietta è genuinamente convinto di stare descrivendo l’altro, non se stesso. Questo è ciò che la rende così resistente: non si smonta con la logica, perché non è stata costruita con la logica. Si smonta — quando si smonta — solo attraverso un lavoro di presa di coscienza che richiede tempo, disponibilità e spesso la mediazione di qualcuno che stia fuori dal campo proiettivo.

Il manager che convoca tutti in ufficio cinque giorni su cinque non sta mentendo quando dice che lo fa per la collaborazione, per la cultura aziendale, per la trasmissione del sapere. Ci crede. Questa è la parte più importante da capire: ci crede davvero. L’ideologia — nel senso marxiano del termine, come sistema di rappresentazioni che nasconde i rapporti reali di produzione — non funziona attraverso la menzogna consapevole. Funziona attraverso la sincera convinzione di stare dicendo la verità.

Ma la proiezione dell’Ombra è solo il primo strato. Sotto ce n’è un altro, più denso, che riguarda la struttura del sé del manager come funzione di ruolo.

Jung distingue tra l’io — il centro della coscienza — e la persona, la maschera sociale che l’individuo indossa per relazionarsi con il mondo esterno. La persona non è falsa in senso patologico: è necessaria, è la forma che la socialità impone. Il medico che indossa il camice, il giudice che indossa la toga, il manager che indossa la giacca e siede alla scrivania con la visuale libera sulle scrivanie degli altri: tutti stanno interpretando una persona, tutti stanno occupando un ruolo sociale che ha una forma precisa, riconoscibile, trasmessa.

Il problema nasce quando l’individuo si identifica interamente con la persona, quando smette di sapere chi è al di là del ruolo che recita. Quando la maschera diventa il volto. Jung descrive questa condizione con una certa severità: chi si identifica con la persona è come un attore che non riesce a uscire dal personaggio anche quando il sipario è calato. La sua identità è interamente esterna — dipende dal riconoscimento altrui, dalla conferma sociale, dalla visibilità del proprio ruolo.

Il manager medio — quello che non decide le strategie ma gestisce le persone, quello collocato nel mezzo della gerarchia, abbastanza in alto da avere potere e abbastanza in basso da subirne uno molto più grande — è particolarmente esposto a questa identificazione. La sua identità è costruita interamente attorno alla visibilità del proprio potere. Non ha i risultati spettacolari del vertice aziendale da esibire. Non ha la competenza tecnica del lavoratore di base da far valere. Ha il ruolo. E il ruolo si manifesta attraverso la gestione visibile delle persone che gli stanno sotto.

La scrivania con la poltrona leggermente più alta. L’ufficio con la porta di vetro attraverso cui si vede e si è visti. La riunione non sempre necessaria, ma sempre convocata. Il corridoio percorso con passo deciso. Il piano aperto di scrivanie su cui il suo sguardo scorre libero, senza ostacoli, senza angoli ciechi. Sono tutti elementi di una scenografia che produce un senso di sé. Sono la prova concreta, quotidianamente rinnovata, che lui è qualcuno. Che conta. Che ha sotto di sé delle persone che lavorano sotto il suo occhio.

L’ufficio pieno è uno specchio. Il manager che entra al mattino e vede le scrivanie occupate si vede riflesso in quella scena: io sono il centro di questo sistema, senza di me non girerebbe, la mia presenza organizza la presenza degli altri. Non è un pensiero esplicito e consapevole. È qualcosa di più viscerale, più rapido, che avviene prima del pensiero. Una conferma immediata e somatica dell’identità che il ruolo gli ha costruito.

L’ufficio vuoto è uno specchio che non riflette niente. Il manager che entra e non trova nessuno perde drammaticamente quella conferma. Non è solo una questione di controllo produttivo — è una questione di sopravvivenza dell’immagine di sé. Il dipendente che lavora da casa non sta solo sottraendosi alla sorveglianza: sta privando il manager della sua ragione d’essere visibile. E questo produce qualcosa che somiglia all’angoscia — non all’irritazione, non alla preoccupazione razionale per la produttività. All’angoscia. Quella forma di disagio senza oggetto preciso che Jung associa alle minacce all’integrità del sé.

«È più bello vedere le persone in presenza».

Come affermazione va presa sul serio, perché dice qualcosa di vero sulla psicologia di chi la pronuncia, anche se non dice niente di utile sul tema che pretende di affrontare.

Il bello della visione. Il piacere puramente estetico dell’ufficio pieno. Questa frase — che circola davvero, pronunciata da dirigenti di aziende contemporanee con una disinvoltura sconcertante — è la più onesta delle tre formule del controllo visivo. Non finge di essere un argomento. Non cita la collaborazione, non invoca la creatività, non parla di cultura aziendale. È un’estetica, appunto. Il padrone che contempla i propri dipendenti seduti alle scrivanie prova qualcosa. Non è piacere della produttività. È piacere della visione. La soddisfazione di chi guarda ciò che possiede e lo vede al là dove dovrebbe essere, secondo la propria personale concezione.

Studi di psicologia organizzativa documentano questo fenomeno con una certa regolarità: i manager riportano livelli più alti di soddisfazione lavorativa quando i loro collaboratori sono fisicamente presenti, indipendentemente dalla produttività misurata. Non è sadismo. Non è malevolenza. È una dipendenza — da un’immagine di sé che il controllo produce e che senza controllo svanisce. Una dipendenza che non si cura con l’educazione al cambiamento, né con i corsi di formazione sul lavoro agile. Perché non è razionale. Viene da più lontano.

Qui Jung introduce una terza categoria, la più difficile e la più necessaria: la possessione archetipica. Non nel senso soprannaturale e folkloristico del termine, ma nel senso tecnico preciso che Jung gli attribuisce nel suo lavoro sull’inconscio collettivo. Siamo in presenza di una possessione archetipica quando un individuo smette di essere il soggetto delle proprie scelte e diventa il veicolo attraverso cui un complesso psichico collettivo si esprime. Quando non sceglie, ma è scelto. Quando non agisce, ma è agito da qualcosa che lo precede e lo supera.

L’inconscio collettivo, nella psicologia analitica, non è la somma degli inconsci individuali. È lo strato più profondo della psiche, condiviso da tutta l’umanità, che contiene le strutture fondamentali dell’esperienza umana: gli archetipi. Gli archetipi non sono immagini fisse. Sono disposizioni, forme vuote che si riempiono di contenuto storico e culturale. Il Padre. Il Re. Il Guerriero. Il Trickster. L’Ombra. L’Anima. Ciascuno di questi schemi organizza l’esperienza in modo caratteristico, produce emozioni riconoscibili, genera comportamenti tipici. Si attivano quando le circostanze lo richiedono — o quando l’io è abbastanza debole da non saperli contenere.

Il Padrone — non nel senso giuridico-contrattuale, ma nel senso archetipico — è una di queste forme. È la figura di chi possiede, di chi dispone del lavoro altrui, di chi ha il diritto di vedere e di giudicare. Non è un’invenzione del capitalismo industriale: è una struttura psichica antica quanto la divisione del lavoro umano. Il padrone mesopotamico che sorvegliava i servi nei campi. Il signore feudale che contava i villaggi dal castello. Il manifatturiero ottocentesco che passeggiava tra i telai. Il direttore del call center che guardava il monitor con i tempi di risposta. Il manager del 2026 che conta le sedie occupate alle nove di mattina. La forma cambia. La struttura archetipica resta.

Il capitalismo ha riempito quell’archetipo di contenuto specifico, gli ha dato una forma istituzionale precisa, lo ha legittimato attraverso il contratto e la proprietà privata. Ma la disposizione di fondo — qualcuno che guarda, qualcuno che è guardato, e il guardare come esercizio di potere — è molto più antica di qualsiasi modo di produzione. Questo spiega perché la resistenza al lavoro remoto non è un fenomeno specificamente capitalista, nel senso stretto del termine. È la risposta di una struttura psichica archetipica alla minaccia della propria dissoluzione.

Il manager che vuole vedere le scrivanie occupate non sta facendo una scelta manageriale razionale. Sta incarnando questo archetipo. Sta lasciando che quella forma antica parli attraverso di lui con la voce del presente. Non è una colpa individuale. Non è una debolezza psicologica da correggere con il coaching. È una possessione nel senso tecnico junghiano: un complesso psichico collettivo che prende il controllo dell’io e lo usa come strumento. Chi è posseduto da un archetipo non sa di esserlo. Crede di stare scegliendo liberamente. Questa è precisamente la natura della possessione.

La Rivoluzione industriale ha materializzato questo archetipo in architetture e pratiche precise che si sono sedimentate nell’inconscio collettivo. La fabbrica come luogo di controllo assoluto del corpo e del tempo. Il taylorismo come sua forma più scientifica: il lavoro scomposto in movimenti elementari, ciascuno misurato, ciascuno ottimizzato, ciascuno sorvegliato. Il call center degli anni Novanta come sua reincarnazione nel lavoro immateriale: la postazione fissa, la cuffia, il monitor che registra ogni secondo di inattività. L’ufficio open space degli anni Duemila come sua forma estetica più sofisticata: nessuna parete, nessun nascondiglio, la visuale libera come principio architettonico, il controllo trasformato in design.

Ogni stagione ha avuto la sua forma di sorveglianza. Ogni forma ha lasciato una traccia nell’inconscio collettivo di chi lavora e di chi fa lavorare. Si stratificano. Si sedimentano. Diventano habitus — nel senso che Bourdieu dà al termine: disposizioni incorporate, schemi di percezione e di azione che operano al di sotto della coscienza, che sembrano naturali perché sono stati interiorizzati così a fondo da non essere più distinguibili dalla natura stessa. Il manager che non riesce a immaginare un lavoro che non si veda non sta esercitando la propria volontà: sta eseguendo un programma che la storia ha scritto in lui attraverso generazioni di pratica, di imitazione, di incorporazione inconsapevole.

Vale la pena citare un caso documentato che illumina questa dinamica con una chiarezza quasi chirurgica. Nel 2023, quando alcune grandi aziende tecnologiche americane — quelle che più di tutte avevano costruito la propria identità sull’idea di reinventare il futuro del lavoro — hanno imposto il ritorno in ufficio ai propri dipendenti, le motivazioni addotte erano esattamente quelle attese: collaborazione, innovazione, cultura aziendale. Ma i ricercatori che hanno analizzato i dati interni hanno trovato qualcosa di diverso: i manager di livello intermedio erano i più accesi sostenitori del rientro, molto più dei vertici e molto più dei lavoratori di base. E i manager di livello intermedio erano anche quelli la cui funzione di coordinamento — la loro stessa ragione d’essere nella gerarchia aziendale — era più facilmente sostituibile da strumenti digitali. Il ritorno in ufficio non era una scelta organizzativa: era una difesa identitaria.

Il dipendente invisibile — quello che lavora da casa, che non si vede, che non richiede coordinamento fisico — non mette in discussione solo la produttività del sistema. Mette in discussione la necessità del manager come figura. E questa è una minaccia di un ordine completamente diverso, che non si risolve con i dati sulla produttività e non si placa con le ricerche di Stanford. Perché tocca l’identità, non la performance.

C’è ancora un ultimo strato da esplorare, il più scomodo. Jung ha analizzato con precisione il rapporto tra potere e libido psichica. Il potere, nella sua lettura, non è solo uno strumento di controllo esterno: è una fonte di energia psichica per chi lo esercita. Esercitare potere produce eccitazione, produce vitalità, produce un senso di espansione del sé. Non necessariamente in forme consapevoli o perverse — può essere qualcosa di molto quieto, quasi impercettibile. La soddisfazione di chi organizza, di chi decide, di chi ha sotto di sé qualcosa che obbedisce.

Il controllo visivo è una forma di questo piacere. Non il più violento, non il più esplicito. Ma uno dei più quotidiani e dei più radicati. L’occhio che scorre sulle scrivanie occupate compie un atto di possesso. Non è metafora: è psicologia. L’oggetto posseduto, visto, controllato, rassicura il possessore della propria identità e del proprio potere. Quando l’oggetto scompare dalla vista, non è solo assente: mette in discussione il possessore stesso. La dipendenza si manifesta in quel momento — nell’angoscia di fronte alla sedia vuota, nel disagio dell’ufficio semideserto, nel bisogno di convocare una riunione solo per vedere di nuovo le facce.

Ecco perché il ritorno in ufficio obbligatorio non è mai stato davvero una questione di produttività. I dati lo smentiscono da troppi anni perché qualcuno possa ancora crederci in buona fede. È una questione di identità, di conferma, di piacere del controllo, di possessione archetipica che si autoalimenta. È la psicologia del padrone che ha trovato nel luogo di lavoro fisico il suo teatro naturale, e che non intende rinunciarvi — non perché non possa, ma perché non sa chi sarebbe senza.

 

IV.

 

Perché i dati non bastano, allora? Perché le ricerche sulla produttività, gli studi sul benessere, i calcoli sul risparmio energetico non spostano nulla di strutturale? Non perché siano falsi — sono veri, verificati, replicati. Ma perché sono argomenti razionali rivolti a un problema che non è razionale.

La sintesi tra Marx e Jung produce una diagnosi che nessuno dei due, da solo, potrebbe formulare nella sua interezza. Marx spiega la struttura oggettiva: il controllo visivo è una necessità del capitale, non una scelta individuale. È la forma che il sistema si dà per estrarre valore dalla forza-lavoro acquistata. Non sparisce quando si dimostra che non è necessario — perché non è mai stato necessario in senso produttivo. È necessario in senso sistemico: è il modo in cui il capitale si garantisce che la sua logica venga rispettata anche quando nessuno la controlla esplicitamente.

Jung spiega la dinamica soggettiva: il controllo visivo è anche una nevrosi del potere, un bisogno psicologico che si autoalimenta, una possessione archetipica che il singolo manager vive come se fosse una scelta libera e razionale quando in realtà è il prodotto di una storia che lo abita. La Rivoluzione industriale parla attraverso di lui. Il taylorismo parla attraverso di lui. Centocinquant’anni di disciplina del corpo operaio parlano attraverso di lui. Lui è convinto di stare decidendo. In realtà sta obbedendo a qualcosa di molto più antico di qualsiasi sua decisione.

Messi insieme, i due piani producono qualcosa di preciso: la resistenza al lavoro remoto non è irrazionale dal punto di vista di chi la esercita. È perfettamente coerente all’interno di una logica: quella del capitale che ha bisogno di vedere per controllare, quella della psiche che ha bisogno di vedere per esistere. Il problema non è la logica in sé: è che quella logica è diventata invisibile a se stessa. Si maschera da principio organizzativo, da cultura aziendale, da preoccupazione per la collaborazione. Non si riconosce per quello che è.

Un sistema che funziona per necessità strutturale e per possessione archetipica non si smonta con una presentazione in PowerPoint. Non si smonta con i numeri. Non si smonta dimostrando che la produttività non è calata. Si smonta rendendo visibile ciò che si nasconde. Nominando la struttura di potere che il controllo visivo serve. Riconoscendo la psicologia del padrone per quello che è, senza moralismi ma senza indulgenze.

La crisi energetica del 2026 ha reso tutto questo urgente in un modo che non era mai stato così chiaro. Ha dimostrato, con la precisione brutale dei fatti, che il pendolarismo quotidiano non è una scelta neutra: è un costo energetico, ambientale, economico che ricade su tutti. Ha dimostrato che il controllo visivo non è solo una questione privata tra datore e lavoratore: è una scelta con conseguenze globali. E ha dimostrato che chi si rifiuta di cambiarlo non sta difendendo la produttività. Sta difendendo il proprio occhio.

L’occhio del padrone ingrassa il cavallo, dice il proverbio. Ma il proverbio è stato scritto quando il cavallo era l’unico motore disponibile e non c’erano alternative al controllo diretto. Oggi le alternative esistono, sono collaudate, sono economicamente vantaggiose e energeticamente necessarie.

L’occhio del padrone non ingrassa più nessun cavallo. Brucia petrolio.

 

 
 
Gabriele Vitella

 

 
 

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