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© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  8 Aprile 2026

 
  L’occhio del padrone  
 

 

PARTE II

 

I.

 

Undici giorni. È il tempo che è intercorso tra l’intesa di Ginevra — dove il 17 febbraio 2026 americani e iraniani avevano concordato i principi guida per una soluzione negoziata — e il primo bombardamento dell’Operation Epic Fury, il 28 febbraio. Undici giorni in cui qualcuno ha deciso che la finestra militare valesse più di quella diplomatica. La diplomazia non è fallita. È stata interrotta. Questa distinzione non è retorica: ha conseguenze giuridiche precise. Secondo diversi osservatori di diritto internazionale, un’alleanza il cui primo articolo sancisce l’impegno alla risoluzione pacifica delle controversie non può presentarsi ai propri membri con una guerra già iniziata e chiedere collaborazione. Eppure è esattamente quello che è accaduto.

Le conseguenze le conosciamo. Lo Stretto di Hormuz — il collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota analoga del gas naturale liquefatto — si è chiuso. Non metaforicamente: il traffico marittimo si è ridotto a un rivolo. Circa mille navi hanno atteso settimane di attraversarlo. Il Brent ha superato i cento dollari al barile, sfiorando i centoventi. Il gasolio ha oltrepassato i due euro al litro al self service. Il cherosene è stato razionato negli aeroporti del Nord — Bologna, Milano Linate, Venezia, Treviso — a partire dal 4 aprile. Il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Fatih Birol ha definito la situazione «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale nella storia»: più grave dello shock petrolifero del 1973, più grave di quello del 1979, più grave della crisi del gas russo del 2022. Non una tra le tante crisi energetiche. La peggiore di sempre.

Di fronte a questo, il mondo ha risposto. Il Pakistan ha introdotto la settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici e ha chiuso le scuole per due settimane. Il Vietnam ha emesso un ordine di lavoro remoto. Le Filippine hanno dichiarato l’emergenza energetica nazionale e ridotto la settimana lavorativa. L’Australia ha visto il premier rivolgersi alla nazione con un piano strutturato. L’Egitto ha decretato un giorno obbligatorio da remoto per il settore pubblico. La Malesia, l’Indonesia, la Slovenia: misure diverse, stessa logica. La Commissione Europea ha inviato una lettera formale ai ventisette Stati membri chiedendo, tra le altre cose, il ricorso al lavoro agile per almeno tre giorni alla settimana. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha pubblicato un decalogo di misure d’emergenza. Al primo posto, prima dei limiti di velocità in autostrada, prima degli incentivi ai mezzi pubblici: lavorare da casa dove possibile.

Osservare come i paesi europei si siano mossi — o non si siano mossi — è istruttivo. La Francia, che importa il trentacinque per cento del proprio diesel attraverso Hormuz, ha adottato misure di contenimento della domanda nel settore pubblico. La Spagna, al quaranta per cento di dipendenza, ha aperto un tavolo nazionale sull’efficienza energetica che includeva esplicitamente il lavoro da remoto tra le opzioni da sviluppare. La Germania, la meno esposta con il venti per cento, ha comunque emanato raccomandazioni alle imprese per incentivare il ricorso allo smart working nei periodi di picco della domanda. Nessuno di questi paesi ha trasformato l’emergenza in un diritto strutturale — siamo onesti su questo. Ma tutti hanno almeno riconosciuto che il problema esisteva e che qualcosa andava fatto.

L’Italia importa il cinquantasette per cento del proprio diesel attraverso Hormuz. È il paese europeo più esposto in assoluto. Ha prorogato il taglio delle accise di un mese.

Cinquecento milioni di euro. Una data di scadenza: primo maggio. Nessuna misura sul lavoro remoto. Nessun piano energetico d’emergenza presentato al Parlamento. Nessuna dichiarazione che nominasse il pendolarismo obbligatorio come costo collettivo da ridurre. La Smart Workers Union ha scritto al Governo il 3 aprile. La FLP aveva scritto il primo aprile. La FP CGIL aveva lanciato un appello urgente. La CISL Emilia Centrale aveva calcolato che ottantamila lavoratori reggiani in remoto anche solo un giorno a settimana avrebbero risparmiato oltre tremilaseicento barili di petrolio al mese. Da Palazzo Chigi non è arrivata risposta.

Poi, nella notte tra il 7 e l’ 8 aprile — dopo una giornata in cui il presidente degli Stati Uniti aveva scritto su Truth Social che «un’intera civiltà morirà stanotte, e non potrà mai essere riportata in vita», e in cui i cacciabombardieri israeliani avevano già colpito ponti a Kashan, Tabriz e Karaj uccidendo almeno due persone — è arrivato il cessate il fuoco di due settimane. Mediato dal Pakistan, annunciato su Truth Social alle diciotto e trentadue ora americana. Le borse europee hanno risposto con un rimbalzo tra il tre e il cinque per cento. Il petrolio è sceso del quattordici per cento in una seduta. Lo spread si è ristretto. I titoli dei giornali hanno cambiato argomento.

E con loro, l’urgenza di fare qualcosa.

 

II.

 

Esiste un genere letterario tipicamente italiano che potremmo chiamare la scoperta dell’acqua calda in tempo di crisi. Funziona così: arriva un’emergenza. Qualcuno scopre che esiste uno strumento — semplice, rapido, a costo zero — che potrebbe alleviarne gli effetti. Questo strumento viene presentato al grande pubblico come se fosse un’invenzione del momento, una risposta inedita a una sfida altrettanto inedita. Si aprono tavoli. Si formulano raccomandazioni. I sindacati scrivono lettere. I giornali pubblicano grafici. Gli esperti spiegano con la pazienza di chi sa già come va a finire. Qualcuno cita i numeri dell’AIE. Qualcun altro ricorda — quasi scusandosi dell’ovvietà — che già nel 2022 se ne era discusso. E nel 2020. E prima ancora.

Poi la crisi si attenua — o anche solo rallenta, anche solo per via di un cessate il fuoco di quattordici giorni fragile come un accordo su Truth Social — e tutto sparisce. Non viene archiviato con una decisione consapevole. Non c’è un comunicato che annunci la fine dell’urgenza. Non c’è un decreto che revochi le misure, perché le misure non sono mai state adottate. Semplicemente evapora, senza che nessuno si prenda la responsabilità di averlo lasciato andare. Come se non fosse mai stato sul tavolo. Come se la prossima crisi non arrivasse. Come se la prossima crisi non fosse già in arrivo.

Con il Covid è andata esattamente così. Nel marzo del 2020, in pochi giorni, milioni di lavoratori italiani si sono trovati a lavorare da casa per la prima volta. La transizione è stata caotica, improvvisata, senza strumenti adeguati e senza una norma che la governasse. Chi aveva un laptop lo ha aperto al volo. Chi non ce l’aveva si è arrangiato. Le connessioni hanno retto a stento. Eppure la macchina ha girato. I dati di produttività non sono crollati — in molti settori sono saliti. Gli studi accumulati in quegli anni — il più citato è il trial randomizzato controllato condotto dall’economista Nicholas Bloom della Stanford University su oltre milleseicento dipendenti, pubblicato su Nature nel 2024 — hanno documentato con precisione che lavorare da casa due giorni a settimana non produce effetti negativi sulla produttività né sulle possibilità di avanzamento professionale. Hanno documentato anche un dettaglio istruttivo: prima dell’esperimento, i manager prevedevano in media che il lavoro remoto avrebbe ridotto la produttività del 2,6 per cento. Alla fine dell’esperimento avevano cambiato idea. Non li avevano convinti i dati, che esistevano già. Li aveva convinti l’esperienza diretta — il che la dice lunga su quanto siano razionali, in partenza, le resistenze che stiamo analizzando.

Il cedimento è arrivato dopo, quando si è tornati in presenza. Non appena è stato possibile riaprire, la tendenza si è invertita con la stessa velocità con cui si era avviata. Non perché la produttività fosse calata. Non perché i lavoratori avessero chiesto di tornare. Perché il sistema ha la propria attrazione gravitazionale. L’ufficio pieno come stato di natura. L’ufficio vuoto come eccezione da giustificare. La percentuale di lavoratori in smart working in Italia è scesa dai picchi pandemici con una regolarità meccanica. Nel 2026, secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, i lavoratori agili erano circa tre milioni e mezzo, con una crescita dello 0,6 per cento rispetto all’anno precedente. Trecentocinquantamila unità in meno rispetto al picco del 2020. Una crescita dello 0,6 per cento nell’anno della peggiore crisi energetica della storia. Una crescita dello 0,6 per cento nell’anno in cui l’AIE metteva il lavoro remoto al primo posto del suo piano d’emergenza. In qualsiasi altro paese, quel dato sarebbe stato oggetto di politica pubblica urgente. In Italia è rimasto un dato dell’Osservatorio.

Con la crisi energetica del 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, è andata esattamente così. Per qualche mese il lavoro da remoto è tornato nel discorso pubblico come strumento di risparmio energetico. È stata emanata una circolare ministeriale che raccomandava alle pubbliche amministrazioni di favorire il ricorso allo smart working. I prezzi si sono poi stabilizzati, le forniture si sono riorganizzate, e il tema è scomparso di nuovo, silenziosamente, senza che nessuno dovesse giustificare il silenzio. La circolare non ha avuto seguito strutturale. Come se non fosse mai stata emanata.

Con Hormuz sta andando esattamente così. La tregua di due settimane ha già tolto la pressione politica necessaria per fare qualsiasi cosa. Il gasolio resta a oltre un euro e novanta al litro. Birol ha dichiarato a Le Figaro che settantacinque impianti energetici nella regione del Golfo sono stati attaccati e danneggiati, più di un terzo gravemente: riparazioni che richiederanno dai tre ai cinque anni. Ma la finestra politica si è già richiusa, con la stessa velocità meccanica, impersonale, inesorabile con cui si era aperta.

Pandemia. Ucraina. Hormuz. Sempre temporaneo. Mai strutturale.

C’è una parola per questo schema, e non è “sfortuna”, non è “impreparazione”, non è nemmeno “inerzia” — che almeno ha il pregio di essere passiva. Si chiama scelta. Una scelta che non viene mai dichiarata come tale, proprio perché non viene mai presa consapevolmente. Avviene per abbandono progressivo, per la forza di gravità di un sistema che preferisce il noto all’efficace, il consueto all’utile, la gentile concessione padronale al diritto esigibile. Le crisi aprono delle incrinature nell’ordine delle cose. Le incrinature si chiudono — se nessuno le presidia con una norma, con un diritto, con una legge che trasformi l’eccezione in regola. Il compito della politica sarebbe presidiarle. In Italia, quel presidio non c’è.

 

III.

 

Il 7 aprile 2026 è una data che merita di essere ricordata, se non altro per la sua involontaria densità simbolica. È il giorno in cui il presidente degli Stati Uniti scriveva su Truth Social che «un’intera civiltà morirà stanotte». È anche il giorno in cui l’Italia ha prodotto la propria risposta alla più grave crisi energetica della storia: ha reso perseguibile penalmente la mancata consegna di un documento che già si doveva consegnare.

La Legge 11 marzo 2026, n. 34 — la cosiddetta Legge annuale per le PMI, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 23 marzo ed entrata in vigore proprio il 7 aprile — ha introdotto sanzioni per i datori di lavoro che non consegnano ai dipendenti in smart working l’informativa annuale sui rischi per la salute: videoterminali, postura, affaticamento visivo, stress lavoro-correlato. L’obbligo esisteva già, previsto dall’articolo 22 della legge 81 del 2017. La novità è che ora chi non consegna quel foglio rischia l’arresto da due a quattro mesi, o un’ammenda fino a settemilaquattrocento euro.

Non tre giorni di remoto obbligatori. Non un diritto strutturale al lavoro agile. Non una misura di emergenza per i lavoratori che ogni mattina bruciano diesel per raggiungere uffici che potrebbero non raggiungere. Un’informativa annuale sui videoterminali, con sanzione penale. Mentre il Pakistan decretava la settimana corta, mentre l’Egitto introduceva lo smart working obbligatorio per decreto, mentre la Commissione Europea chiedeva ai ventisette governi di agire sull’organizzazione del lavoro, l’Italia si occupava di rendere più sanzionabile un obbligo burocratico preesistente. Questa risposta dice qualcosa di preciso sulle priorità del sistema: non il diritto, non l’emergenza, ma la compliance burocratica. Non il lavoratore, ma il documento che lo riguarda.

Vale la pena notare che quella stessa mattina del 7 aprile, mentre la legge entrava in vigore, il Ministro dell’Istruzione veniva interrogato sull’ipotesi di ricorrere alla didattica a distanza per le scuole come misura di risparmio energetico. La proposta era stata avanzata dal sindacato ANIEF, ed era già operativa a Dubai — dove la Knowledge and Human Development Authority aveva prolungato la DAD per tutte le scuole e università almeno fino al 17 aprile 2026, citando esplicitamente «una situazione regionale considerata instabile sul piano della sicurezza» — e in Libano, dove il ministero aveva formalizzato la didattica a distanza con lezioni da quaranta minuti e monitoraggio costante. La risposta, verificata e attribuita da Adnkronos del 7 aprile 2026: «non è contemplata in alcun modo».

Nello stesso periodo, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica stava lavorando su un piano di emergenza del gas redatto nel 2023 — concepito per la crisi russa, non per Hormuz, in un contesto geopolitico completamente diverso — cercando di adattarlo alla situazione attuale. Nessun piano è stato presentato al Parlamento. Nessuna delle misure allo studio — smart working, targhe alterne, riduzione dell’illuminazione pubblica, razionamento dei consumi nelle filiere più energivore — è diventata un atto formale di governo. Il Ministro della Difesa, in un’intervista al Corriere della Sera, aveva detto con una franchezza insolita per un membro dell’esecutivo: «nel giro di un mese molto potrebbe essere bloccato». Una frase che suonava come la premessa di qualcosa. La premessa non è arrivata.

La premier era nel Golfo il 3 e 4 aprile — prima leader occidentale a visitare la regione dall’inizio del conflitto. Un gesto di posizionamento diplomatico apprezzabile in sé. Da quel posizionamento non è però discesa alcuna politica energetica strutturale. Non risulta, negli atti pubblici del periodo, alcuna dichiarazione ministeriale che nomini lo smart working come risposta alla crisi energetica. Il Parlamento non ha votato nulla in materia. Il quadro ha la coerenza geometrica di un’assenza sistematica: ogni pezzo al suo posto, nessun pezzo che si muova.

Il silenzio dei grandi sindacati confederali merita un discorso a parte, ed è un silenzio che ha le sue spiegazioni — ma che vale la pena esaminare. CGIL, CISL e UIL esistono, tra le altre ragioni, per tutelare le condizioni di lavoro e il potere d’acquisto dei lavoratori. La crisi energetica ha eroso entrambi in modo diretto e misurabile: il costo del pendolarismo quotidiano è aumentato di decine di euro al mese per milioni di lavoratori. Una risposta strutturale avrebbe potuto essere una piattaforma sindacale unitaria che chiedesse il diritto al lavoro remoto come misura di difesa del salario reale. Non è arrivata. Sono arrivate lettere sparse, appelli urgenti non coordinati, proposte locali non raccordate a livello nazionale. Nulla che assomigliasse a una posizione unitaria capace di aprire una trattativa.

Vale la pena soffermarsi sul silenzio della sinistra politica, perché è un silenzio che ha una sua specifica qualità. Non è il silenzio di chi non sa cosa dire. È il silenzio di chi ha smesso, da qualche decennio, di frequentare il soggetto politico che dovrebbe rappresentare. Il lavoratore concreto — quello che paga il carburante, che fa i turni, che ogni mattina percorre chilometri per sedersi a una scrivania che potrebbe non raggiungere — non è più al centro del discorso progressista italiano. Il suo posto l’hanno preso categorie più visibili, più fotogeniche, più adatte alle logiche della comunicazione contemporanea. Tutte legittime. Nessuna capace, da sola, di costruire una rappresentanza politica radicata negli interessi materiali di chi lavora, si sposta e paga il carburante.

Non si tratta di un’omissione congiunturale. È il prodotto di un processo lungo trent’anni, durante il quale una parte della sinistra italiana ha progressivamente sostituito l’analisi degli interessi con la gestione delle identità. La politica come pratica di governo degli interessi collettivi è diventata, in alcuni casi, politica come pratica di distinzione. In questo schema, il pendolare che brucia diesel ogni mattina non riempie le piazze, non produce contenuti virali, non è una community. Eppure è il soggetto che porta il costo più diretto e più misurabile di ogni scelta che non viene fatta. Il socialismo è nato per dare voce a chi non ce l’ha, per nominare i meccanismi del potere, per rendere visibili i costi nascosti delle scelte dei potenti. In questo momento, quella voce non si sente.

 

IV.

 

Mentre questo saggio viene chiuso, la tregua è già in bilico.

Lo stretto di Hormuz è stato riaperto la mattina dell’8 aprile, dopo il cessate il fuoco. È rimasto aperto per qualche ora. Nel pomeriggio, dopo che Israele ha lanciato la più grande ondata di bombardamenti su Beirut dall’inizio della guerra — oltre duecentocinquanta morti, più di mille feriti, secondo la Protezione civile libanese, e un blindato italiano della missione Unifil colpito da fuoco israeliano — l’Iran ha richiuso lo stretto. La condizione centrale della tregua, violata nel giro di ore.

L’accordo esiste, nel frattempo, in due versioni. Quella pubblicata da Teheran in persiano includeva la clausola sull’«accettazione dell’arricchimento» dell’uranio. Quella condivisa in inglese dai diplomatici iraniani con i giornalisti non la conteneva. Il presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf — capo negoziatore designato — ha dichiarato che tre dei dieci punti sono stati già «apertamente e chiaramente violati», e ha avvertito che «in questa situazione una tregua bilaterale e i colloqui sono irragionevoli». I negoziati di Islamabad, inizialmente fissati per venerdì, sono slittati a sabato. Il vicepresidente Vance non vi parteciperà per ragioni di sicurezza. Netanyahu ha dichiarato: «Il nostro dito è sul grilletto, siamo sempre pronti alla guerra».

C’è però un dato che trascende la fragilità di questo specifico accordo, e che riguarda strutturalmente l’Italia. Anche se in futuro la situazione dovesse tornare del tutto alla normalità, Teheran è ormai consapevole del potere che ha di creare tensioni a livello economico e geopolitico facendo leva sullo stretto. Questo potere non scomparirà con la firma di nessun trattato. È un dato strutturale del nuovo assetto geopolitico della regione. Hormuz non sarà mai più, per l’Italia, quello che era il 27 febbraio 2026.

Lo stellone ha provveduto. Come sempre.

Lo stellone d’Italia è una categoria storiografica che non ha equivalenti precisi in altre lingue europee, e non a caso: è un fenomeno tipicamente nostro. Non indica la buona sorte nel senso ordinario. Indica qualcosa di più specifico e di più perturbante: la fortuna strutturale di un paese che sopravvive sistematicamente non per virtù — non per la qualità delle proprie istituzioni, non per la lungimiranza della propria classe dirigente, non per la solidità delle proprie scelte strategiche — ma per grazia ricevuta. Qualcosa arriva, ogni volta, a togliere le castagne dal fuoco prima che il fuoco diventi un incendio. Il paese sopravvive. E scambia sistematicamente quella grazia per conferma della propria inossidabile vitalità. Non impara nulla perché non ha bisogno di imparare: lo stellone provvederà anche la prossima volta. La lezione della storia, in Italia, è che non c’è lezione.

Il cessate il fuoco di due settimane è l’ultima manifestazione di questo schema. Non è arrivato per merito della diplomazia italiana, che nei colloqui non ha avuto alcun ruolo. È arrivato per iniziativa del Pakistan, mediato dal premier Shehbaz Sharif, ottenuto un’ora e mezza prima della scadenza dell’ultimatum con un accordo che già nei suoi termini porta impressa la propria fragilità. I negoziati formali iniziano sabato a Islamabad. L’accordo è una tregua, non una pace. Poi si vedrà.

Nel frattempo, quello che la tregua ha già fatto è più sottile e più duraturo di quanto sembrino i titoli dei giornali. Ha normalizzato un nuovo assetto geopolitico di Hormuz. Il pedaggio a due milioni di dollari a nave — da dividere tra Iran e Oman, con i proventi destinati formalmente alla ricostruzione — è già nei termini dell’accordo. È la logica che entrambe le parti possono presentare come un risultato: gli Stati Uniti possono descrivere l’accordo come una riapertura dello stretto, l’Iran può presentarlo come un riconoscimento del proprio controllo operativo. Alcuni analisti chiamano questo processo la Suezification di Hormuz: la trasformazione di una via d’acqua internazionale libera in un corridoio a pedaggio, sul modello di ciò che l’Egitto ottenne con il Canale di Suez nel 1956.

Il Canale di Suez funziona così da settant’anni. L’Egitto incassa, le navi pagano, il costo finisce nel prezzo finale delle merci. Nessuno ci fa più caso perché è diventato parte invisibile della struttura ordinaria dei prezzi. Se Hormuz seguirà lo stesso percorso, ogni barile che passerà per quello stretto avrà un sovrapprezzo strutturale incorporato. Non per l’emergenza: per il nuovo assetto permanente. La differenza con Suez è di scala: Hormuz muove circa il venti per cento del petrolio mondiale, Suez circa il dodici per cento del commercio globale totale. Un pedaggio su Hormuz non è una tassa sul commercio regionale. È una tassa sull’energia globale.

I mercati lo stanno già prezzando. Il petrolio è sceso del quattordici per cento dopo il cessate il fuoco, ma resta il trentuno per cento più caro di un anno fa. La nuova normalità verso cui si tende è strutturalmente più cara della normalità da cui siamo partiti. Il camionista che fa il pieno paga di più. La famiglia che si sposta in auto paga di più. Il lavoratore che percorre chilometri al giorno tra casa e ufficio paga di più. Non per qualche settimana — per anni. Non perché la crisi non sia finita — perché il nuovo assetto ha incorporato un costo permanente che si scarica a cascata su carburante, bollette, prezzo dei beni trasportati, inflazione. Chi assorbe questo costo non sono le grandi imprese, che hanno strumenti di copertura e catene di approvvigionamento alternative. Sono le famiglie. Sono i lavoratori. Sono quelli che non avevano voce in capitolo quando si è deciso di non fare nulla.

Per l’Italia, la matematica è particolarmente impietosa. Il cinquantasette per cento del diesel importato che transitava per Hormuz non tornerà agli stessi prezzi pre-guerra. Non perché il conflitto non finirà — finirà, in un modo o nell’altro — ma perché le infrastrutture distrutte richiedono anni per essere ricostruite, perché il pedaggio è già nei termini dell’accordo, perché il rischio geopolitico di Hormuz è stato definitivamente rivalutato dai mercati assicurativi e non tornerà ai livelli precedenti. L’Italia è il paese europeo più esposto. E in questa nuova normalità più cara, il pendolarismo obbligatorio — quello che l’AIE aveva messo al primo posto del suo decalogo come la misura più urgente, più semplice, a costo zero — continua esattamente come prima. Perché non c’è una legge che lo bilanci. Perché non c’è un diritto che lo limiti. Perché il padrone ha ancora il suo occhio. E lo stellone, questa volta, ha provveduto solo a rinviare il problema.

 

V.

 

Vale la pena essere precisi, prima di concludere, su cosa significherebbe concretamente fare ciò che non si è fatto. Non per utopia. Per chiarezza.

L’AIE, nel suo rapporto Sheltering From Oil Shocks, calcola che tre giorni settimanali di lavoro remoto potrebbero ridurre tra il due e il sei per cento il consumo nazionale di petrolio in automobili. Il trasporto su strada rappresenta circa il quarantacinque per cento della domanda globale di petrolio. Ogni giorno in cui un lavoratore non percorre il tragitto casa-ufficio è un giorno in cui quella quota non brucia carburante. Moltiplicato per i milioni di lavoratori italiani che potrebbero lavorare da remoto e non lo fanno — non perché non vogliano, non perché le loro mansioni non lo consentano, ma perché non ne hanno il diritto — il risparmio è reale, misurabile, immediato. A costo zero per lo Stato.

Non richiede investimenti infrastrutturali. Non richiede tecnologie nuove. Non richiede sussidi, incentivi fiscali, gare d’appalto, anni di attuazione progressiva. Richiede una sola cosa: che il lavoro da remoto smetta di essere una deroga individuale revocabile per diventare un diritto strutturale esigibile.

La legge 81 del 2017 lo disciplina ancora come accordo bilaterale tra le parti: senza obblighi generali, senza standard minimi esigibili, senza protezione strutturale di alcun tipo. Chi lavora da remoto lo fa perché il proprio datore glielo consente. Non perché ne ha il diritto. Questa asimmetria è la condizione che rende possibile tutto il resto: il padrone che revoca il remoto quando vuole, il manager che convoca tutti in ufficio cinque giorni su cinque, il sistema che torna alla forma che già conosce appena la pressione cala. Senza un diritto, ogni conquista è provvisoria. Senza una norma, ogni emergenza ricomincia da zero.

Concretamente, trasformare quella deroga in diritto significherebbe almeno tre cose. Prima: riconoscere il diritto al lavoro remoto per tutte le mansioni compatibili, con un numero minimo di giorni garantiti per legge e non negoziabili unilateralmente dal datore. Seconda: spostare l’onere della prova — non è il lavoratore che deve giustificare la richiesta di lavorare da remoto, è il datore che deve giustificare il diniego con ragioni oggettive e verificabili. Terza: prevedere che nei periodi di crisi energetica certificata — quando l’AIE o la Commissione Europea emettono raccomandazioni di emergenza — il numero minimo di giorni in remoto venga automaticamente elevato, senza bisogno di trattative azienda per azienda, sindacato per sindacato, corridoio per corridoio.

Non è una proposta rivoluzionaria. È quello che altri paesi hanno già fatto, in forme diverse. Il Portogallo ha introdotto nel 2021 il diritto dei genitori a lavorare da remoto senza necessità di accordo individuale. Il Belgio ha riconosciuto nel 2022 il diritto dei dipendenti del settore privato a richiedere il lavoro da remoto e ha imposto ai datori l’obbligo di motivare il rifiuto. L’Irlanda ha introdotto nello stesso anno il Right to Request Remote Work, con procedure definite e tempistiche di risposta obbligatorie. Nessuno di questi paesi ha risolto il problema in modo definitivo — siamo onesti su questo. Ma tutti hanno spostato l’asse: dal favore del datore al diritto del lavoratore. Dall’eccezione alla norma.

È quello che le raccomandazioni europee chiedono esplicitamente. È ciò che distingue una politica da un’intenzione: la norma che produce effetti indipendentemente dalla buona volontà del singolo datore, dalla stagione politica, dall’umore del responsabile di turno. La norma che non scompare quando il prezzo del petrolio scende del quattordici per cento in una seduta di borsa, e che non dipende dalla tenuta di una tregua negoziata su Truth Social.

La resistenza a tutto questo non è irrazionale dal punto di vista di chi la esercita. È perfettamente coerente con una logica: quella del capitale che ha bisogno di vedere per controllare, e quella della psiche che ha bisogno di vedere per esistere. Queste due logiche — che la Parte I di questo saggio ha cercato di analizzare nei loro strati profondi, marxiani e junghiani — non si smontano con le emergenze. Le emergenze le sospendono, le mettono tra parentesi, le rendono temporaneamente impresentabili. Ma le parentesi si chiudono. E quando si chiudono, la logica riprende esattamente da dove si era interrotta.

Si smonta con le leggi. Con i diritti. Con la trasformazione di ciò che ogni crisi rende ovvio in ciò che ogni norma rende esigibile. Con la decisione politica — presa in tempo di pace, non sotto la pressione di un ultimatum su Truth Social, non nell’urgenza di una guerra che ha già trovato il suo cessate il fuoco provvisorio — di riconoscere che il lavoro da remoto non è una risposta emergenziale da attivare quando Hormuz chiude e da archiviare quando riapre. È uno strumento di politica energetica. È uno strumento di politica del lavoro. È una scelta di priorità collettive: decidere che gli interessi di chi lavora e si sposta e paga il carburante contano quanto — se non più — dell’esigenza del padrone di vedere le sedie occupate alle nove di mattina.

La prossima crisi arriverà. Non è una previsione catastrofista: è lettura della storia recente. E forse non è nemmeno la prossima: Hormuz è stato riaperto e richiuso nel giro di ore, mentre queste righe venivano scritte. La dipendenza italiana da quello stretto non è cambiata. Il cinquantasette per cento del diesel importato resta lì, strutturalmente vulnerabile. I prezzi rimarranno elevati per anni. E ogni volta che arriverà la prossima crisi, il dibattito ripartirà da capo. Tre giorni come rivoluzione. Due giorni come realtà. Zero come norma. A meno che qualcuno, in tempo di pace, non decida di trasformare finalmente quella sequenza in qualcosa di diverso.

Il proverbio dice che l’occhio del padrone ingrassa il cavallo. Fu scritto quando il cavallo era l’unico motore disponibile, quando la presenza fisica era l’unica forma di lavoro concepibile, quando nessuno immaginava che un lavoratore potesse produrre valore da un luogo che il padrone non poteva vedere. Quel mondo non esiste più. Le alternative ci sono, sono collaudate, sono economicamente vantaggiose, sono energeticamente necessarie. Sono lì, disponibili, a costo zero. Da anni.

Lo stellone non rifornisce le pompe di benzina.

E prima o poi — prima di quanto si pensi, prima di quanto si voglia ammettere — non basterà neanche a fare finta che il problema non esista.

 

 
 
Gabriele Vitella

 

 
 

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