Dominus Transitorius — nam omnia transeunt, et ipse transibit. Turbata sunt maria, commoti sunt mercatores, et pretium olei in caelum abiit. Quid autem mirum? Sic agitur, cum Fortuna fallit.
Il Signore Transitorio. Tutto passa, e anche lui passerà. Non è una citazione — è una categoria. La coniamo qui, nello spirito di Erasmo da Rotterdam che nel 1511 scrisse l’Elogio della Follia facendo ridere i potenti mentre li seppelliva vivi, con quella cortesia feroce che è il privilegio esclusivo di chi ha letto abbastanza da non aver più paura di nessuno. Turbata sunt maria: i mari sono in tumulto. Commoti sunt mercatores: i mercanti sono sconvolti. Et pretium olei in caelum abiit: e il prezzo del petrolio è andato alle stelle. Nessuna sorpresa. È quel che succede quando la Fortuna fa il suo lavoro. Erasmo lo sapeva. Lo sapevano prima di lui i goliardi, quei chierici vagabondi che attraversavano l’Europa universitaria del XII secolo cantando contro i potenti e la Fortuna cieca: sors immanis et inanis, rota tu volubilis — sorte mostruosa e vuota, ruota che gira. Lo sappiamo noi adesso, nell’aprile del 2026, guardando uno Stretto di Hormuz bloccato, un Brent a 97 dollari al barile, e un presidente degli Stati Uniti che ordina alla sua Marina di sparare e uccidere mentre i suoi negoziatori cercano un accordo. Il sorriso di Erasmo non è invecchiato. Ha solo trovato materiale nuovo.
Luigi Zoja, psicanalista junghiano e tra i più lucidi osservatori del rapporto tra psicologia e potere, ha descritto nel suo Paranoia — Bollati Boringhieri, 2011, nuova edizione 2023 — il profilo del leader paranoico carismatico con una precisione che dispensa dall’uso dei nomi propri: l’inflazione psichica, la certezza granitica di essere stato eletto dalla storia, la percezione di ogni dissenso come tradimento, l’incapacità strutturale di perdere senza reinterpretare la sconfitta come cospirazione. Non è una patologia moderna. È un archetipo. Si ripresenta attraverso i secoli con variazioni di costume — la toga, il manto, il doppiopetto, la cravatta rossa — ma con la medesima struttura psichica di fondo. Jung la chiamava inflazione psichica: il momento in cui l’Io si identifica con qualcosa che lo supera infinitamente, una forza archetipica, un mandato cosmico, una figura divina. L’inflazione psichica non è necessariamente sinonimo di follia clinica — chi ne è investito può essere funzionale, coerente, persino brillante nella sua logica interna. Il problema è che quella logica interna smette di fare i conti con la realtà esterna. E quando la realtà si ostina a non corrispondere all’immagine che chi è stato divorato dall’archetipo ha di sé, il meccanismo di difesa è uno solo: la realtà ha torto. Quel che cambia rispetto al passato è la scala del danno. Un principe rinascimentale poteva devastare un ducato. Un presidente degli Stati Uniti gestisce la più grande potenza militare del pianeta, un blocco navale che strozza il venti per cento del petrolio mondiale, e un arsenale nucleare. La differenza tra allora e oggi non è qualitativa. È quantitativa. Ma la quantità, a un certo punto, diventa qualità.
Il 12 aprile 2026, domenica di Pasqua ortodossa, il presidente degli Stati Uniti ha pubblicato sulla sua piattaforma social un’immagine generata dall’intelligenza artificiale in cui compariva nelle vesti di Gesù Cristo: tunica bianca, manto rosso, luce emanata dalle mani su un malato disteso, figure in ascensione sullo sfondo. Rimossa il mattino seguente tra le polemiche. Poi la difesa: era raffigurato come un dottore. Nell’immagine non c’è nessun dottore. C’è un’iconografia della guarigione miracolosa che chiunque con occhi e un minimo di catechismo può riconoscere. Ma la smentita della realtà è parte integrante del sistema — non un incidente, non una gaffe. È il metodo. La menzogna non serve a convincere: serve a stancare. A saturare lo spazio dell’attenzione fino a rendere impossibile distinguere il vero dal falso. Umberto Eco, che di semiotica se ne intendeva, avrebbe riconosciuto la struttura: non è propaganda nel senso novecentesco, che cercava l’adesione. È qualcosa di più moderno e di più efficace: è rumore. E il rumore non si confuta. Si subisce.
La reazione più significativa non è venuta dalla sinistra, che ormai commenta questi episodi con la stanca regolarità con cui si registra il meteo. È venuta dall’interno. Tucker Carlson ha definito il post vile su ogni livello. Marjorie Taylor Greene, deputata repubblicana della Georgia e tra le sostenitrici più rumorose di Trump al Congresso, ha scritto di spirito dell’Anticristo. Candace Owens ha suggerito che fosse arrivato il momento di mettere il nonno in una casa di riposo. Tre voci della destra americana più radicale che si dissociano pubblicamente dall’uomo che hanno contribuito a costruire. Non è dissidenza politica. È la crepa nello specchio. Ed è il momento esatto che Zoja descrive come il punto di collasso dell’inflazione psichica: quando l’immagine gonfiata di sé supera la soglia che anche i seguaci più fedeli riescono a sostenere. A quel punto, il leader o si ritira — e non è nella natura dell’inflato ritirarsi — o raddoppia. Ogni previsione razionale suggerisce che raddoppierà.
Il 22 aprile 2026 il British Medical Journal — fondato nel 1840, tra le riviste mediche più autorevoli al mondo — ha pubblicato un articolo a firma di David Nicholl, neurologo, e Trisha Greenhalgh, docente di medicina di base all’Università di Oxford, in cui i due specialisti sollevano la questione di una valutazione clinica della salute mentale del presidente degli Stati Uniti. I due autori richiamano esplicitamente la cosiddetta «regola di Goldwater», il principio deontologico che vieta di diagnosticare figure pubbliche senza averle visitate, prima di discuterne i limiti: quando le decisioni di un capo di Stato hanno conseguenze di vita o di morte per milioni di persone, si chiedono, quel divieto è ancora assoluto? Il fatto che la domanda compaia su una rivista peer-reviewed è già di per sé un dato. I due specialisti osservano inoltre che il test cognitivo eseguito da Trump — il Montreal Cognitive Assessment, uno strumento di screening di base — non equivale a un profilo neuropsicologico completo, e che un esame adeguato richiederebbe strumenti più approfonditi come l’Addenbrooke’s Cognitive Examination, sviluppato specificamente per distinguere le forme precoci di deterioramento cognitivo. Nessuno glielo ha somministrato. Nessuno ha chiesto di farlo. Nel frattempo, il 19 aprile 2026, lo stesso presidente ha firmato un ordine esecutivo per accelerare la ricerca federale sulle terapie psichedeliche — LSD incluso — definendo la crisi della salute mentale americana uno dei più urgenti problemi di salute pubblica del paese. C’è qualcosa di involontariamente dadaista nel fatto che un ordine esecutivo sulla salute mentale e un appello medico urgente su quella del suo firmatario portino quasi la stessa data di calendario.
C’è poi un episodio che Zoja non ha potuto includere nelle sue analisi ma che vi si adatta con una precisione quasi letteraria. Il 15 aprile 2026, JD Vance — vicepresidente degli Stati Uniti, convertito al cattolicesimo nel 2019 — ha risposto pubblicamente alle dichiarazioni di Papa Leone XIV contro la guerra in Iran. Il papa, ha detto Vance, non sembrerebbe conoscere la tradizione della guerra giusta, che ha oltre mille anni di storia nella teologia cristiana. Il vicepresidente degli Stati Uniti che corregge il papa sulla teologia. Agostino di Ippona, Tommaso d’Aquino, Grozio, i secoli di elaborazione del pensiero cristiano sul limite morale della guerra: tutto questo, secondo Vance, sarebbe sfuggito al successore di Pietro. Erasmo avrebbe preso appunti. E Pete Hegseth — ex conduttore di Fox News nominato Segretario alla Difesa, l’uomo che gestisce operativamente il blocco navale di Hormuz — durante una funzione religiosa trasmessa in streaming dal Pentagono il 17 aprile 2026 ha recitato ad alta voce quello che riteneva essere il versetto di Ezechiele 25:17. Quel versetto, nella versione di Hegseth, non viene dalla Bibbia. Viene dal film Pulp Fiction di Quentin Tarantino, dove il personaggio di Jules Winnfield lo declama prima di sparare a qualcuno. Il versetto biblico autentico è una sola frase sulla vendetta divina; la versione di Tarantino è una parafrasi cinematografica allungata e drammatizzata, scritta per fare effetto sul grande schermo, non per essere pregata al Pentagono. Hegseth non lo sapeva. O forse sì. In entrambi i casi, la prima potenza militare del mondo gestisce una guerra con la Bibbia di Tarantino.
Veniamo al conto. Chi paga, quanto, e perché nessuno lo dice chiaramente.
Lo Stretto di Hormuz è un corridoio d’acqua largo nel punto più stretto trentatré chilometri, tra la penisola arabica e le coste iraniane. Attraverso quello stretto transita circa il venti per cento del petrolio mondiale e il diciassette per cento del gas naturale liquefatto consumato sul pianeta. Non è una via commerciale tra le tante: è la via commerciale più strategicamente sensibile che esista, il collo di bottiglia attraverso cui passa buona parte dell’energia che muove l’economia globale. Chiuderla anche parzialmente significa colpire l’economia mondiale con uno strumento di precisione. L’Iran lo sa da decenni. Trump lo ha scoperto nel momento in cui ha deciso di chiuderla lui per primo, con il blocco navale avviato il 13 aprile 2026, e ora si trova nella posizione paradossale di chi ha bloccato uno stretto per fare pressione su un paese e si ritrova a fare pressione sull’intera economia globale, alleati inclusi.
Nelle prime ventiquattr'ore una petroliera cinese — la Rich Starry, bandiera del Malawi, proprietà Shanghai Xuanrun Shipping, 188 metri di lunghezza — ha invertito la rotta avvicinandosi allo Stretto, poi ha ripreso la navigazione e completato il transito. Il blocco che doveva strangolare l'Iran stava già navigando nelle sue stesse eccezioni. Il 21 aprile la tregua scadeva. Trump aveva giurato di non prorogarla. L’ha prorogata, a tempo indeterminato, dichiarando che non c’è nessuna pressione temporale e nessuna scadenza. Il 22 aprile i Pasdaran hanno sequestrato due navi commerciali a Hormuz — la Epaminondas, bandiera liberiana, e la MSC Francesca, bandiera panamense — e hanno incassato i primi proventi dei pedaggi imposti sulle navi in transito. Il 23 aprile Trump ha ordinato alla Marina di sparare ed affondare qualsiasi imbarcazione iraniana che posi mine nello Stretto. Il Brent ha superato i 100 dollari al barile. Il Dominus Transitorius minaccia di eliminare le navi e le navi passano; minaccia di non prorogare la tregua e la proroga; minaccia di sparare e affondare mentre i suoi negoziatori cercano un accordo. Il primo round di Islamabad si è chiuso senza accordo su nessuno dei tre nodi aperti — programma nucleare, riapertura di Hormuz, risarcimento dei danni di guerra. Il secondo round è saltato prima di cominciare: l’Iran ha disertato. Sic agitur, cum Fortuna fallit.
Il prezzo lo pagano altri. L’Italia importa il 57% del diesel da raffinerie che dipendono dal petrolio del Golfo. Non è una vulnerabilità recente: è il risultato di decenni di scelte energetiche che hanno privilegiato la dipendenza sulla diversificazione, il breve termine sul lungo, la comodità politica sulla strategia. Il 22 aprile 2026 Eurostat ha validato il dato definitivo: il rapporto deficit/PIL dell’Italia nel 2025 si attesta al 3,1%. Un decimale sopra la soglia del 3%. Il debito pubblico sale al 137,1% del PIL, rispetto al 134,7% del 2024. L’Italia è il secondo paese più indebitato rispetto al PIL nell'intera Unione Europea, dopo la sola Grecia. La crescita del PIL per il 2026 viene rivista dal governo dallo 0,7% allo 0,6%; per il 2027, dallo 0,8% allo 0,6%. Il debito salirà al 138,6% nel 2026, e vi resterà anche nel 2027. Quel decimale sopra la soglia del 3% ha una conseguenza precisa e devastante: l’Italia non può uscire dalla procedura d'infrazione europea per disavanzo eccessivo, e non può attivare la clausola di salvaguardia che avrebbe consentito di ottenere circa 12 miliardi aggiuntivi per la difesa fuori dai vincoli di bilancio. Il governo che vuole portare la spesa militare al 2% del PIL — come richiede la NATO — non può farlo perché ha sforato il tetto europeo di un decimale. La circolarità è perfetta, e perfettamente italiana.
Giorgia Meloni, commentando i dati via social, ha scritto che fa arrabbiare constatare che l’Italia sarebbe stata comunque sotto il 3% di deficit se, anche nel 2025, sulle casse dello Stato non avesse gravato l’esborso di miliardi per il Superbonus — «la sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II». Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, in conferenza stampa, ha spiegato che il Superbonus pesa 40 miliardi nel 2026 e altri 20 nel 2027. Poi ha citato Vujadin Boškov, lo storico allenatore serbo che aveva guidato l’Inter e la Sampdoria: «Come diceva Boskov, rigore è quando arbitro fischia. Puoi essere d’accordo o no, ma sono queste le regole del gioco.» Sul possibile scostamento unilaterale dal Patto di stabilità: «Ci muoveremo da soli? Non lo escluderei.» Ha aggiunto: «Parlando con i miei colleghi, in tanti si ritrovano come me a fare il medico nell’ospedale da campo: abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti e che dobbiamo curare. Non possiamo dargli l’aspirina.» Giorgetti ha precisato anche che il dibattito sull'uscita dalla procedura per deficit eccessivo lo interessava moltissimo fino al 28 febbraio 2026 — data dell'attacco USA-Israele all'Iran. Dopo quella data, «mi interessa relativamente di meno».
In questo contesto il Consiglio dei Ministri del 3 aprile 2026 ha adottato un decreto-legge: proroga del taglio delle accise al 1° maggio e contributi alle imprese per efficienza energetica. Niente di strutturale. Il paese più esposto d’Europa alla crisi energetica più grave degli ultimi vent’anni ha risposto abbassando il prezzo della benzina alla pompa.
La Commissione europea, il 22 aprile, ha presentato il piano AccelerateEU: aiuti di Stato, coordinamento sulle riserve, e — tra le misure più discusse — un giorno obbligatorio di telelavoro a settimana per i lavoratori che possono farlo. L’Agenzia Internazionale dell’Energia aveva già inserito il lavoro da remoto al primo posto nel suo decalogo di emergenza energetica, sopra i limiti di velocità sulle autostrade. Pakistan, Vietnam, Filippine, Australia, Egitto, Malaysia: tutti hanno adottato decreti in questa direzione. Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio italiano, ha commentato a Telelombardia la bozza del piano europeo con queste parole: «Spegnete il riscaldamento, lavorate di meno, viaggiate di meno e lavate di meno. Se queste sono soluzioni alla guerra in Iran e al caro bollette e gasolio, ditemi se sono normali quelli che sono a Bruxelles.» Nel frattempo, l’Italia aveva già prorogato le accise.
Leo Longanesi, giornalista e aforista italiano, nel novembre 1945 aveva scritto nel suo diario — poi pubblicato in Parliamo dell’elefante — che la bandiera nazionale italiana dovrebbe recare una grande scritta: «Ho famiglia.» Erano passati tre mesi dalla fine della guerra. Eravamo stati bombardati, occupati, liberati, invasi di nuovo, liberati di nuovo. Eppure la priorità strutturale del sistema — la logica profonda che regolava ogni comportamento pubblico e privato, dalla burocrazia alla politica — era ancora quella: prima di tutto, la famiglia. Non nel senso virtuoso del termine. Nel senso di Guicciardini.
Francesco Guicciardini, storico e diplomatico fiorentino del Cinquecento, aveva coniato la parola particulare per descrivere l’interesse personale elevato a sistema — non la corruzione nel senso volgare, ma qualcosa di più sottile e di molto più resistente: la tendenza strutturale a filtrare ogni problema collettivo attraverso la lente di ciò che conviene a me, ora, in questo momento preciso. In Narrare l’Italia (Bollati Boringhieri, 2024), Luigi Zoja traccia la lunga storia della narrazione collettiva italiana: dal Rinascimento in poi, un paese che si è raccontato una storia di grandezza sempre più distante dalla realtà dei fatti, sviluppando meccanismi sofisticatissimi per non dover mai fare i conti con questa distanza. È possibile leggere questa diagnosi in chiave di inflazione psichica collettiva: la stessa struttura che Zoja aveva descritto nei leader paranoici di Paranoia si ripresenta, su scala nazionale, come narrazione identitaria sempre più rumorosa e sempre meno fondata. La crisi energetica è un problema collettivo per definizione: richiede sacrifici distribuiti, scelte impopolari, una visione che vada oltre il ciclo elettorale. Tutte cose che il particulare non sa fare, non vuole fare, e non farà finché il conto non arriva direttamente a casa. E il conto sta arrivando.
Ennio Flaiano aveva annotato nel suo Diario notturno del 1951 questa cosa: «Questo popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti e di cognati...» I puntini erano nell’originale. Flaiano li lasciava lì, sospesi, perché sapeva che la lista non finisce mai e che non ha senso finirla. I nipoti e i cognati sono ancora qui, settantacinque anni dopo. Non sono arrivati per meriti particolari. Sono arrivati perché qualcuno li conosceva, e qualcuno conosceva qualcuno. Siedono nei consigli di amministrazione, negli uffici ministeriali, nelle commissioni parlamentari, nelle redazioni. Il sistema regge finché c’è abbastanza da distribuire. Quando non c’è più — e il Brent ad oltre cento dollari al barile è un segnale preciso sulla direzione — il sistema cerca un colpevole esterno. Oggi il colpevole esterno si chiama Superbonus, o Trump, o Bruxelles, o i migranti, secondo le convenienze del momento e il colore della cravatta di chi parla.
Pier Paolo Pasolini lo aveva scritto già negli anni Settanta, sul Corriere della Sera e nelle Lettere luterane: parlava di mutazione antropologica, di un paese che stava cambiando non nei valori dichiarati ma nei comportamenti reali. Il consumismo, argomentava Pasolini, aveva fatto ciò che nessuna ideologia aveva saputo difendere né distruggere: aveva eroso la cultura popolare, il senso di appartenenza a una comunità che non fosse definita dal potere d’acquisto. In quel ciclo di scrittura sosteneva che la trasformazione consumista aveva distrutto un mondo reale sostituendolo con un’irrealtà in cui la scelta autentica — tra bene e male, tra ciò che si è e ciò che si acquista — non era più possibile. Cinquant’anni dopo, la mutazione è completa. Il paese che Pasolini vedeva trasformarsi si è trasformato. E adesso deve fare i conti con una crisi che richiede esattamente ciò che la mutazione ha eroso: solidarietà, visione collettiva, disponibilità al sacrificio condiviso. Il mercato non produce queste cose. I social media non le producono. Le produce la politica, quando funziona. E la politica, in Italia, non funziona da un pezzo.
Il sottotitolo di questo pezzo parla di giovani col coltello facile. Non è un’aggiunta di colore: è la conseguenza logica di tutto ciò che precede. Il particulare si replica per generazioni: chi cresce in un paese che non ha investito sulla sua formazione, che non ha costruito un mercato del lavoro in cui valga la pena restare, che non ha creato un sistema di welfare che consenta di mettere su famiglia senza rischiare la rovina finanziaria — cresce senza che la propria volontà conti granché. Quando il futuro smette di sembrare qualcosa che si costruisce e inizia a sembrare qualcosa che capita — o non capita — la frustrazione cerca uno sfogo. A volte è l’emigrazione. A volte è il ritiro digitale. A volte, in un numero crescente di casi che le cronache registrano con la stanca regolarità delle cose che non si vogliono più capire, è la violenza episodica, improvvisa, sproporzionata rispetto alla causa apparente. Questo non è un giudizio morale: è una diagnosi. Ed è parte del conto. Il conto del particulare che si è occupato di sé per mezzo secolo e adesso presenta la fattura ai suoi figli.
La sinistra italiana non è immune da questa analisi. Anzi. C’è una domanda che non riesce a porsi, o non vuole: come si fa a essere stati così a lungo dalla parte sbagliata? Non si tratta di alleanze tattiche sbagliate o di comunicazione insufficiente. Si tratta di un tradimento intellettuale che dura da trent’anni e che ha radici precise. La sinistra post-comunista, poi democratica, poi progressista ha costruito la propria identità internazionale intorno alla convinzione che gli Stati Uniti democratici fossero un punto di riferimento morale. Prima Clinton, poi Obama, poi Biden: ogni elezione americana diventava un evento totemico, una conferma che il mondo poteva andare nella direzione giusta. In junghiano: una proiezione colossale. Il transfert di una collettività che aveva perso il proprio soggetto politico reale — il lavoratore concreto, il pendolare, chi paga il carburante, chi ha i figli col coltello facile — e lo aveva cercato, in compensazione, in un’immagine idealizzata dell’America progressista. Le proiezioni, come sapeva Jung, non durano. Prima o poi la realtà dell’oggetto si impone sull’immagine proiettata. E quando accade, il disinganno è proporzionale all’idealizzazione precedente.
E adesso Washington è questo: un presidente che si raffigura come Gesù, attacca il Papa, ordina di sparare ed affondare le navi che posano mine a Hormuz, attacca la premier italiana al Corriere della Sera, firma ordini esecutivi sugli psichedelici mentre la rivista medica più autorevole del mondo ne chiede la valutazione clinica, e si vanta di non avere scadenze mentre il mondo paga oltre 100 dollari al barile. Il messia americano esisteva solo nella proiezione. Adesso che la proiezione si è rotta, la sinistra italiana si trova senza un linguaggio per parlare di energia, di lavoro, di geopolitica reale — perché per trent’anni ha delegato queste cose agli esperti, alle istituzioni europee, ai meccanismi di mercato. E gli esperti, le istituzioni europee e i meccanismi di mercato non votano.
L’alleanza atlantica non è un vincolo eterno di fedeltà personale: è un accordo di sicurezza collettiva che ha senso finché serve la sicurezza collettiva. Quando uno dei contraenti avvia una guerra che destabilizza i mercati energetici globali, blocca uno Stretto internazionale senza mandato del Consiglio di Sicurezza, e poi chiede agli alleati di coprirlo diplomaticamente — l’accordo ha già cambiato natura. Meloni, almeno, ha avuto la chiarezza involontaria di mostrarlo. Roma ha negato a Washington l’uso della base di Sigonella per il transito di armi verso il teatro iraniano — una scelta di cui il governo non ha quasi parlato, trapelata attraverso le fonti americane e le reazioni di Trump. Trump, il 14 aprile, al Corriere della Sera: «Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo. Non è più la stessa persona, e l’Italia non sarà lo stesso Paese.» Non c’è niente di sbagliato nel non voler prestare una base militare per una guerra che non si condivide. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 14 aprile, ricevendo al Quirinale una delegazione di studenti delle scuole di giornalismo, ha osservato che se i potenti della terra usassero un po’ di autoironia, anche in piccole dosi, il mondo ne trarrebbe giovamento. Non ha fatto nomi. Non ne aveva bisogno.
Va detto — e va detto con chiarezza, una volta, senza equivoci — che la critica al governo Netanyahu e ai coloni israeliani nei territori occupati non ha nulla a che fare con l’antisemitismo. Sono piani completamente separati, e confonderli è essa stessa uno strumento politico: è il meccanismo che Netanyahu usa da anni per schivare la critica legittima. L’apporto dell’ebraismo alla cultura occidentale è fondamentale e inattaccabile: Cristo era un rabbi ebreo della Galilea del primo secolo. Il monoteismo, il concetto di alleanza, la centralità della Legge, la tradizione del commento e del dubbio come metodo — senza l’ebraismo non esiste il cristianesimo, non esiste l’islam, non esiste larga parte del pensiero europeo moderno da Spinoza a Marx a Freud a Kafka. Un popolo che rappresenta lo 0,2% della popolazione mondiale e che ha prodotto una quota sproporzionata del pensiero moderno non per caso, ma per una tradizione culturale millenaria che mette al centro lo studio, il commento, il dubbio. Il governo Netanyahu è una scelta politica contingente. I coloni nei territori occupati violano il diritto internazionale — non è un’opinione, è il parere della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024. Lo stesso metro per tutti. Sempre. Il 19 aprile 2026, nel villaggio cristiano maronita di Debel, nel sud del Libano, un soldato dell’esercito israeliano ha preso a mazzate la testa di un crocifisso. L’esercito israeliano ha confermato l’autenticità del video; Netanyahu si è detto scioccato e rattristato; il ministro degli Esteri Sa’ar ha chiesto scusa ai cristiani. Nei giorni precedenti era stata distrutta la Grande Moschea di Bint Jbeil, una delle più antiche della regione. Il diritto palestinese all’esistenza è diritto internazionale: è la risoluzione ONU 181 del 1947, è Oslo 1993, è quello che la comunità internazionale riconosce da quasi ottant’anni. Due stati, due popoli, pari dignità. Non è una posizione di sinistra o di destra: è ciò che hanno firmato.
Il 13 aprile 2026, in Ungheria, Viktor Orbán — primo ministro dal 2010, il modello del populismo europeo, l’uomo che aveva cambiato la Costituzione e controllato i media e costruito un sistema di potere che sembrava impermeabile a qualsiasi opposizione — ha perso. Péter Magyar ha vinto con 138 seggi su 199: una supermaggioranza che gli consente di modificare la Costituzione, quella stessa Costituzione che Orbán aveva riscritto per blindarsi. L’affluenza è stata del 77,8%: un record storico assoluto, superiore persino alle prime elezioni libere dopo la caduta del Muro di Berlino, quando gli ungheresi andarono alle urne per la prima volta dopo quarant’anni di comunismo con il 65,1%. Vance era andato in campagna per Orbán. La Rota Fortunae non fa eccezioni per gli alleati del vicepresidente americano. La lezione non è che i populisti sono destinati a perdere: è che perdono quando la gente si dà la pena di votare. Il 77,8% di affluenza è la risposta più eloquente che si possa dare a chi sostiene che tanto non cambia niente.
Il Financial Times ha pubblicato un sondaggio: Papa Leone XIV — Robert Francis Prevost, agostiniano americano nato a Chicago, eletto pontefice nell’aprile 2025, primo papa americano della storia — ha guadagnato 34 punti di gradimento dall’inizio del suo pontificato. Trump ne ha persi 12. Il 54% dei cattolici americani disapprova Trump. L’81% degli italiani ha un giudizio negativo sulla sua gestione della guerra. L’83% degli elettori di Fratelli d’Italia si definisce cattolico. Il papa che il 16 aprile a Bamenda, in Camerun, ha detto «guai a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici» è più popolare del presidente che aveva pubblicato la propria immagine come Gesù Cristo il giorno di Pasqua ortodossa. La storia ha il senso dell’umorismo. Ce l’ha sempre avuto, anche quando nessuno ride.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian — medico di professione, eletto nel luglio 2024 su posizioni riformiste, espressione dell’ala moderata di un sistema che di moderato ha poco — il 13 aprile 2026 ha commentato l’immagine di Trump-Gesù dicendo che la profanazione di Gesù, il profeta di pace e fratellanza, non è accettabile per nessuna persona libera. Il presidente di uno stato islamico sciita che difende Gesù Cristo dall’irriverenza del presidente degli Stati Uniti. Il mondo è diventato un testo di Borges scritto da Erasmo ubriaco. Da qualche parte, nella biblioteca di Babele, c’è il libro in cui tutto questo aveva senso. Non l’abbiamo ancora trovato.
O Fortuna, velut luna statu variabilis. La ruota della Fortuna — quella del Carmina Burana, quella che i miniatori medievali del XII secolo disegnavano con i re in cima e i mendicanti in fondo — sta girando, e non chiede permesso a nessuno. Regno, Regnabo, Sum Sine Regno, Regnavi: regno, regnerò, sono senza regno, ho regnato. La sequenza è implacabile. Orbán è passato da Regnavi a Sum Sine Regno in una domenica di aprile, con il 77,8% degli ungheresi che ha deciso che era ora. Trump passerà, come passano tutti i Domini Transitorii: non perché lo vorrà, ma perché omnia transeunt.
Ma il vuoto resta. Ed è il vuoto la vera emergenza italiana, quella che rimarrà quando il Dominus Transitorius sarà passato: non Trump, non la guerra, non il petrolio ad oltre 100 dollari. Il vuoto è chi dovrebbe raccogliere, chi dovrebbe avere un progetto per il paese quando il nemico esterno non c’è più e bisogna rispondere alle domande vere. Zoja, in Narrare l’Italia, dice una cosa scomoda: finché l’Italia non guarderà in faccia la propria storia con onestà — senza la consolazione dello stellone, senza il rifugio nel particulare, senza la bugia consolatoria di essere un paese speciale a cui le regole si applicano con indulgenza — non cambia nulla. Non per colpa di Trump. Non per colpa di Meloni. Per colpa propria. La risposta alla crisi energetica non è abbassare le accise. La risposta alla crisi demografica non è fare discorsi sulla natalità. La risposta alla crisi della politica non è aspettare che qualcuno arrivi dall’America a salvarci. La risposta è un progetto. Un progetto richiede il coraggio di fare i conti con la realtà di ciò che siamo, non con l’immagine di ciò che vorremmo essere.
Longanesi aveva ragione sulla bandiera. Ma forse c’è un’aggiunta da fare. Sotto «Ho famiglia», in caratteri appena più piccoli: «Il conto lo pagate voi.»
Sic agitur, cum Fortuna fallit.