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© Gabriele Vitella

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S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  17 Maggio 2026

 
  La notte come sistema  
 

 

C’è una scena, nel Tristan und Isolde di Richard Wagner, in cui la notte smette di essere un semplice elemento scenografico e diventa una condizione dell’essere. Non è il buio che cala sul mondo: è il mondo che, finalmente liberato dalla tirannia del giorno, riconosce la propria verità. Wagner costruisce qui una metafisica della notte, un regno in cui le convenzioni sociali perdono consistenza e l’identità più profonda dei personaggi emerge senza mediazioni. Alessandro Scarlatti appartiene a un altro secolo, a un altro linguaggio, a un’altra idea di teatro. Eppure le tre serenate raccolte da Francesca Aspromonte in Vieni o notte sembrano muoversi, pur in modo radicalmente diverso, dentro un principio sorprendentemente affine: la notte non come sfondo decorativo, ma come spazio di verità.

La notte, in queste pagine, non è soltanto un luogo poetico. È una sospensione delle regole. È il momento in cui i personaggi smettono di recitare la parte che il mondo impone loro e cominciano a parlare con una sincerità che il giorno non permetterebbe. Le tre opere scelte per il programma — Notte ch’in carro d’ombre, Silenzio aure volanti e All’hor che stanco il sole — non condividono soltanto un immaginario; costruiscono una vera e propria fenomenologia della notte barocca. C’è la notte invocata come rifugio, la notte attraversata come stato interiore, la notte vissuta come desiderio di dissoluzione e quiete.

Molti compositori del tardo Seicento utilizzano immagini notturne. Ma in Scarlatti colpisce la continuità con cui la notte viene associata a stati psicologici complessi e ambivalenti. Non è soltanto rifugio; è anche rischio. L’oscurità protegge, ma amplifica ossessioni e malinconie. La quiete desiderata si trasforma continuamente in inquietudine. In questo senso la notte assume quasi una funzione filosofica: non rappresenta semplicemente l’assenza della luce, ma l’abolizione temporanea delle convenzioni che regolano la vita sociale. Permette ai personaggi di ascoltarsi.

Francesca Aspromonte ha definito questi personaggi «avvolti dalla coltre oscura della Notte... si aggirano irrequieti raccontando la disperazione dei loro amori non corrisposti. Tra sussurri e grida, invocano ora il riposo, ora il sonno eterno, nel tentativo di dimenticare la perdita del proprio Sole». È una formulazione precisa, e il disco la prende estremamente sul serio. Tutto, qui, è costruito per mantenere quella tensione tra intimità e dramma che costituisce il cuore della cantata da camera italiana tra Sei e Settecento.

Il programma segue inoltre una logica narrativa attentissima. Notte ch’in carro d’ombre apre il percorso come un’invocazione rituale: la notte viene chiamata, quasi convocata. Silenzio aure volanti sospende il tempo in una dimensione contemplativa e rarefatta, mentre All’hor che stanco il sole — presentata qui nella sua prima registrazione discografica integrale — assume il carattere di un lento spegnimento del mondo diurno. La successione delle opere non è arbitraria: sembra pensata come un itinerario psicologico. Non si ascoltano semplicemente tre serenate; si attraversa un unico paesaggio mentale.

Questo è importante perché la cantata da camera, soprattutto in Scarlatti, è un genere che vive di concentrazione emotiva. Nata per ambienti aristocratici e privati, lontana dalle esigenze spettacolari del teatro pubblico, la cantata permette al compositore di lavorare su sfumature psicologiche infinitamente più sottili. I personaggi non devono sostenere un’azione scenica complessa: devono esistere interiormente. Devono pensare, ricordare, soffrire, attendere.

La cantata scarlattiana diventa così una sorta di teatro della coscienza. Gli interlocutori reali non sono quasi mai soltanto gli amanti assenti o perduti, ma il tempo, la memoria, il desiderio di quiete, perfino la stanchezza dell’esistere. Riducendo l’organico e comprimendo l’azione, Scarlatti ottiene una precisione psicologica impressionante. Ogni modulazione armonica sembra registrare una variazione dello stato interiore. Ogni sospensione ritmica coincide con un’incertezza del pensiero. Anche il recitativo secco, che in mani meno ispirate può ridursi a semplice raccordo funzionale, acquista qui una tensione drammatica continua. La musica segue il ritmo del pensiero con una lucidità quasi ossessiva.

Il numero delle cantate da camera attribuite a Scarlatti oscilla attorno alle seicento opere, forse più. Nessun altro compositore italiano del suo tempo affrontò il genere con una simile continuità e con una qualità tanto elevata. Ma il dato quantitativo, da solo, non basta a spiegare la grandezza del fenomeno. Ciò che colpisce davvero è il modo in cui Scarlatti trasforma la cantata in un laboratorio drammatico miniaturizzato. La sua musica non procede soltanto per affetti codificati; cerca continuamente transizioni, ambiguità, trasformazioni progressive dell’emozione.

È qui che la musica di Scarlatti mostra una modernità sorprendente. Alla sua produzione viene tradizionalmente associata la stabilizzazione dell’ouverture italiana in tre movimenti — veloce, lento, veloce — destinata a esercitare una vasta influenza europea. Anche nella scrittura strumentale a quattro parti si possono osservare elementi che anticipano la futura logica del quartetto d’archi. Persino la gestione del materiale motivico appare, in certi casi, più dinamica e integrata rispetto a quella di molti contemporanei.

Naturalmente occorre evitare le semplificazioni celebrative. Scarlatti non “inventa” da solo il Settecento europeo. Ma ridurlo alla formula scolastica di “padre della scuola napoletana” significa ignorare l’estensione reale della sua influenza. Georg Frideric Händel, durante il suo soggiorno italiano, conobbe da vicino quel mondo musicale e ne assimilò profondamente il linguaggio. Non si tratta di stabilire rapporti di dipendenza meccanica, ma di riconoscere che Scarlatti rappresentava uno dei centri più avanzati della cultura musicale italiana del tempo.

Il disco di Aspromonte e dell’Arsenale Sonoro sembra costruito proprio a partire da questa consapevolezza. Qui Scarlatti non viene trattato come un autore da restaurare con rispetto museale, ma come un compositore ancora capace di parlare direttamente all’ascoltatore contemporaneo. La differenza è decisiva. Troppa esecuzione barocca moderna continua infatti a oscillare tra due estremi ugualmente sterili: il virtuosismo ornamentale che trasforma tutto in superficie brillante, e l’archeologia sonora che sacrifica la vita musicale alla correttezza stilistica.

Aspromonte evita entrambi i rischi con un’intelligenza rara. La sua voce possiede corpo, densità e una linea perfettamente sostenuta, ma non c’è mai la sensazione dell’esibizione. Ogni scelta sembra subordinata alla necessità del testo. Le parole non vengono decorate: vengono pensate. È probabilmente questa la qualità più difficile da ottenere nel repertorio barocco, perché richiede un controllo tecnico assoluto e, allo stesso tempo, la capacità di renderlo invisibile.

Cyril Mazin, assegnandole il Diamant d’Opéra, ha parlato della «precisione degli accenti» e della «naturalezza dell’emissione». Sono osservazioni esatte. Aspromonte costruisce la frase musicale con una lucidità quasi architettonica, ma evita costantemente qualunque rigidità. Le sue mezze voci non cercano il compiacimento timbrico; servono a modulare il pensiero del personaggio.

Aspromonte affronta inoltre il recitativo con una libertà controllata che evita sia l’enfasi declamatoria sia la neutralità accademica. Ogni parola conserva peso specifico. Ogni pausa sembra nascere da una necessità interna della frase. È un tipo di interpretazione che richiede non soltanto tecnica vocale, ma anche intelligenza letteraria.

La qualità dell’ensemble è altrettanto decisiva. Boris Begelman dirige e suona il violino con una concezione chiarissima della funzione drammatica del suono strumentale. L’Arsenale Sonoro non accompagna semplicemente la voce: dialoga con essa. Rossella Croce al violino, Maria Cristina Vasi alla viola, Alessandro Palmeri al violoncello, Giangiacomo Pinardi al liuto e Federica Bianchi al clavicembalo costruiscono un tessuto sonoro in cui ogni intervento possiede peso narrativo.

È un punto importante, perché molta musica barocca soffre in disco di un problema di gerarchie sonore: la voce emerge mentre l’ensemble diventa sfondo indistinto. Qui accade l’opposto. La centralità della voce viene preservata senza che gli strumenti perdano identità. Ogni linea continua a respirare autonomamente. Questo crea una sensazione di ascolto estremamente viva, quasi teatrale.

Le due sonate a quattro inserite nel programma svolgono, in questo senso, una funzione essenziale. Non sono intermezzi pensati per alleggerire l’ascolto tra una cantata e l’altra. Funzionano piuttosto come camere di risonanza emotiva. Dopo la voce, il discorso continua negli strumenti; la notte prosegue in forma astratta.

Anche la registrazione contribuisce in modo decisivo al risultato. La Sala Ghislieri di Mondovì offre un’acustica sufficientemente ampia da permettere alla musica di respirare, ma non così riverberante da compromettere l’intelligibilità del testo. In un repertorio come questo la chiarezza della parola è fondamentale. Le cantate di Scarlatti non vivono soltanto di melodia: vivono della relazione costante tra musica e retorica poetica.

Il rapporto tra parola e musica è, del resto, uno dei punti centrali dell’intera poetica scarlattiana. Scarlatti appartiene ancora pienamente alla civiltà retorica del Barocco, ma ne supera spesso i limiti più convenzionali. Gli affetti codificati non vengono semplicemente illustrati; vengono sviluppati nel tempo. Le arie non interrompono il discorso drammatico: lo approfondiscono. Anche nei momenti di apparente immobilità contemplativa, la musica continua a pensare.

È qui che il collegamento iniziale con Wagner smette di essere una semplice suggestione letteraria e acquista un senso strutturale più profondo. Naturalmente il mondo del Tristan appartiene a un’altra concezione armonica, teatrale e filosofica. Ma l’idea che la notte possa diventare uno spazio di verità interiore attraversa tutta la storia dell’opera europea.

La notte barocca non è ancora la notte romantica dell’assoluto e dell’annientamento metafisico. È una notte abitata dalla malinconia, dal desiderio, dalla stanchezza del vivere. I personaggi di queste serenate non cercano la dissoluzione cosmica; cercano piuttosto una tregua. Vogliono essere ascoltati da qualcuno che non giudichi. La notte diventa allora l’unico interlocutore possibile.

C’è inoltre qualcosa di profondamente italiano nel modo in cui Scarlatti costruisce il rapporto tra dolore e misura. Anche nei momenti di maggiore tensione emotiva, la forma non collassa mai. La sofferenza non distrugge l’equilibrio del discorso musicale; lo rende più necessario. In Scarlatti il controllo non reprime l’emozione: le permette di diventare intellegibile.

Questa qualità emerge con particolare evidenza proprio nell’interpretazione di Aspromonte. Il suo canto non cerca continuamente l’espansione sonora; cerca la precisione della parola musicale. In un’epoca in cui molta vocalità tende a identificare l’intensità con l’eccesso, questa scelta produce un effetto sorprendentemente moderno. La vulnerabilità dei personaggi non viene teatralizzata oltre misura. Resta umana, vicina, credibile.

Il Diapason d’or e il Diamant d’Opéra ricevuti dal disco finiscono così per apparire quasi inevitabili. Non tanto come consacrazione mediatica, quanto come riconoscimento di una qualità ormai rara: la capacità di coniugare rigore filologico e necessità espressiva senza sacrificare nessuna delle due dimensioni.

C’è poi un elemento ulteriore che vale la pena ricordare, perché illumina indirettamente anche il lavoro svolto qui da Aspromonte. Nel 2025 il soprano ha interpretato la Stimme des Waldvogels nel Siegfried di Wagner al Teatro alla Scala, nella produzione firmata da David McVicar con Klaus Florian Vogt e Camilla Nylund. È una parte breve, ma musicalmente rivelatrice. Il Waldvogel rappresenta uno dei rarissimi momenti in cui Wagner chiede alla voce leggerezza assoluta, trasparenza e canto sospeso. In altre parole: chiede qualità belcantistiche.

La prima Brünnhilde di Bayreuth, Amalie Materna, proveniva da una scuola vocale ancora pienamente ottocentesca, fondata sul legato e sul controllo dell’emissione. Lei stessa insisteva sul fatto che Wagner non potesse essere cantato senza una solida base di belcanto. La separazione radicale tra cultura belcantistica e universo wagneriano è in larga parte una costruzione posteriore.

Resta allora la questione decisiva: perché ascoltare oggi Alessandro Scarlatti? Perché tornare a un repertorio che, al di fuori degli ambienti specialistici e per una larga parte dell’ascolto contemporaneo, continua ancora a occupare una sorta di periferia della storia musicale? La risposta che questo disco suggerisce è semplice: perché dentro queste cantate esiste un’umanità ancora perfettamente riconoscibile.

Le figure create da Scarlatti vivono dentro una grammatica poetica lontana dalla nostra, ma le loro emozioni conservano una lucidità sorprendente. Parlano della stanchezza dell’attesa, del desiderio di silenzio, della paura dell’abbandono, della ricerca disperata di una forma di pace. Parlano, soprattutto, della necessità di uno spazio in cui poter finalmente smettere di fingere.

La notte diventa così non un semplice simbolo letterario, ma un sistema morale e psicologico. È il luogo in cui le gerarchie del giorno vengono sospese. Il luogo in cui la vulnerabilità non appare più come una colpa. Il luogo in cui la parola può rallentare e diventare ascolto.

Aspromonte e l’Arsenale Sonoro abitano questo mondo con una serietà rara. Non cercano effetti, non cercano attualizzazioni forzate, non cercano di trasformare Scarlatti in qualcosa che non è. Lo prendono sul serio. Ed è proprio questa serietà che permette alla musica di diventare sorprendentemente presente.

Quando il disco finisce, resta una sensazione difficile da descrivere con precisione: non quella di aver assistito a una dimostrazione di bravura, ma quella di aver attraversato uno spazio mentale coerente, abitabile, umano. La notte di Scarlatti non è un fondale decorativo. È una forma della coscienza. E questo disco riesce a renderla nuovamente visibile.

 

 
 
Gabriele Vitella

 

 
 

Dettagli incisione:

ALESSANDRO SCARLATTI — VIENI, O NOTTE

Francesca Aspromonte, soprano; Arsenale Sonoro: Rossella Croce, violino; Maria Cristina Vasi, viola; Alessandro Palmeri, violoncello; Giangiacomo Pinardi, liuto; Federica Bianchi, clavicembalo; Boris Begelman, violino e direzione.

Aparté — AP428 · 2026

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