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© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  22 Giugno 2026

 
  Lo specchio di Évian  
 

 

Bisogna partire dal fatto. Non perché il fatto basti a spiegare se stesso, ma perché ogni interpretazione che dimentichi il punto da cui nasce finisce prima o poi per galleggiare nell’astrazione.

Durante un’intervista rilasciata a un’emittente straniera, il presidente degli Stati Uniti racconta che, a margine del vertice del G7 di Évian, la presidente del Consiglio italiana avrebbe insistito per ottenere una fotografia insieme a lui. Dice di aver potuto rifiutare e di avere invece acconsentito. La presidente del Consiglio replica che quell’episodio non è mai avvenuto. Intorno alle parole pronunciate si apre una discussione sulla trascrizione diffusa successivamente e sull’esatta ricostruzione dei fatti. Per alcuni giorni il dibattito politico italiano si concentra quasi esclusivamente su questo.

Fin qui, la cronaca. Ma la cronaca, da sola, spiega raramente ciò che merita di essere capito.

Supponiamo pure che la fotografia sia stata davvero chiesta. Supponiamo invece che non lo sia mai stata. Supponiamo persino che la verità storica rimanga, come spesso accade, confinata nella memoria dei presenti. Cambierebbe davvero il significato politico della vicenda? Credo di no. Perché il punto non è la fotografia. Il punto è che una fotografia sia diventata il linguaggio scelto per descrivere il rapporto fra due governi.

È una distinzione che vale la pena trattenere. Le fotografie non appartengono alla diplomazia; appartengono alla sua rappresentazione. Nessun trattato è stato firmato grazie a un obiettivo fotografico. Nessuna alleanza è nata da un sorriso rivolto ai fotografi. Eppure le immagini accompagnano la politica internazionale fin quasi a sostituirla nell’immaginario pubblico. Le ricordiamo più facilmente dei comunicati congiunti, più dei verbali, più delle dichiarazioni ufficiali. La stretta di mano, il posto occupato attorno a un tavolo, l’ordine con cui i leader sfilano davanti alle telecamere finiscono per raccontare una gerarchia che spesso precede perfino i contenuti dell’incontro.

Non è un fenomeno recente. È nuovo, semmai, il fatto che quella rappresentazione sembri aver divorato il resto.

Ci fu un tempo in cui le immagini servivano a documentare una decisione già presa. Oggi accade sempre più spesso il contrario: la decisione sembra esistere per produrre un’immagine. Il vertice diventa il fondale della fotografia; la fotografia diventa il riassunto del vertice. Il simbolo si mangia il fatto che dovrebbe rappresentare.

Per questa ragione la polemica di Évian merita di essere presa sul serio, ma non nel modo in cui è stata raccontata. Non perché riveli il carattere di questo o di quel leader. Non perché autorizzi improbabili diagnosi psicologiche. E neppure perché permetta di stabilire chi abbia mentito e chi abbia detto la verità. Queste sono domande legittime, ma secondarie. La loro risposta, quand’anche fosse definitiva, cambierebbe poco. Ciò che conta è il linguaggio.

Quando il rapporto fra due Stati viene raccontato come il rapporto fra una celebrità e un ammiratore, accade qualcosa che va oltre l’aneddoto. Le categorie della diplomazia cedono il passo a quelle del prestigio personale. L’interesse nazionale lascia spazio al riconoscimento individuale. Gli alleati smettono di essere interlocutori e diventano comprimari di una narrazione incentrata sul leader. È un mutamento sottile, ma profondo. Non modifica soltanto il modo di comunicare la politica: muta il modo in cui finiamo per immaginarla.

Per secoli il potere ha cercato di apparire giusto. In seguito ha cercato di apparire forte. Oggi sembra preoccuparsi soprattutto di apparire centrale. La centralità è diventata una forma di legittimazione. Non importa soltanto decidere; importa essere percepiti come il punto intorno al quale gli altri sono costretti a orbitare. In questa logica ogni gesto acquista un valore simbolico: una visita, una telefonata, un invito, un’esclusione, perfino una fotografia.

La questione, allora, non è se qualcuno abbia desiderato davvero quello scatto. La questione è perché il racconto di quello scatto sia sembrato credibile a milioni di persone. Un episodio simile avrebbe avuto lo stesso effetto trent’anni fa? Difficilmente. Sarebbe stato liquidato come una vanità personale, poco più di un pettegolezzo. Oggi, invece, appare plausibile perché viviamo in un tempo che ha imparato a leggere il potere attraverso la grammatica della visibilità. L’autorità non si limita più a esercitarsi; deve continuamente rappresentarsi. Ogni leader è chiamato a interpretare il proprio ruolo davanti a un pubblico permanente che osserva, commenta e giudica.

La politica, naturalmente, è sempre stata anche teatro. Ma ciò presupponeva un palcoscenico separato dalla realtà. Oggi quella separazione si è fatta molto più incerta. La rappresentazione non segue più l’azione: spesso la precede, talvolta la sostituisce.

È da questo slittamento che conviene partire.

Perché lo specchio di Évian, in fondo, non riflette il volto di un presidente americano né quello della presidente del Consiglio italiana. Riflette qualcosa di più vicino e, proprio per questo, più difficile da osservare: il modo in cui noi stessi abbiamo imparato a riconoscere il potere.

Esiste una ragione per cui gli episodi apparentemente insignificanti occupano tanto spazio nella politica contemporanea. Non è la superficialità dell’informazione, come si ripete con una certa nostalgia per un passato immaginario in cui il dibattito sarebbe stato più serio. È qualcosa di più profondo. Le società hanno sempre attribuito un valore particolare ai simboli del potere, perché il potere, prima ancora di essere esercitato, deve essere riconosciuto.

Per questo motivo la storia della diplomazia non è fatta soltanto di trattati, eserciti e commerci. È fatta anche di precedenze, di rituali, di cerimonie, di formule, di sedie collocate qualche centimetro più avanti di altre. Un osservatore inesperto potrebbe liquidare questi dettagli come vanità protocollari. In realtà essi costituiscono una parte essenziale della politica internazionale, perché trasformano un rapporto di forza in una rappresentazione condivisa. L’ordine con cui due sovrani entravano in una sala, il numero dei gradini che conducevano al trono, la posizione occupata durante un banchetto, perfino la lunghezza dell’attesa prima di essere ricevuti: ogni particolare parlava. Non era folclore. Era linguaggio politico.

La modernità non ha abolito quel linguaggio. Lo ha semplicemente tradotto. Il posto a tavola è diventato il posto nella fotografia ufficiale. L’udienza privata è diventata il colloquio bilaterale davanti alle telecamere. Il corteo cerimoniale è diventato la passerella dei leader davanti ai fotografi. Cambiano gli strumenti, non la funzione. Continuano a raccontare una sola cosa: chi riconosce chi.

È in questo senso che una fotografia può diventare un fatto politico. Non perché aggiunga qualcosa alla sostanza dei rapporti fra due Paesi, ma perché pretende di riassumerla in un’immagine immediatamente comprensibile. Il linguaggio simbolico possiede infatti una caratteristica che il linguaggio diplomatico non ha: è istantaneo. Non richiede competenze. Non chiede di conoscere i dossier, gli accordi, i compromessi. Basta uno sguardo. La forza delle immagini consiste proprio nella loro apparente innocenza. Sembrano limitarsi a mostrare ciò che è accaduto. In realtà suggeriscono continuamente un’interpretazione.

Una fotografia in cui due capi di governo sorridono suggerisce armonia, anche quando il vertice si è concluso con un nulla di fatto. Una fotografia fredda lascia intuire tensioni che magari non esistono. Una stretta di mano trattenuta per qualche secondo in più viene letta come un segnale di fiducia. Una mancata stretta di mano viene trasformata in un incidente diplomatico. Non c’è nulla di nuovo in tutto questo. La novità consiste nella sproporzione crescente fra il simbolo e ciò che dovrebbe rappresentare.

Nel corso del Novecento le immagini accompagnavano la politica. Oggi, sempre più spesso, la precedono. I governi sembrano costretti a produrre continuamente rappresentazioni di sé, come se l’esercizio del potere non fosse più sufficiente a legittimarlo. La comunicazione non descrive l’azione: diventa parte dell’azione stessa. È uno slittamento che riguarda tutte le democrazie contemporanee, ma che assume una forma particolare quando coinvolge la politica internazionale. All’interno di uno Stato, il potere può essere corretto dal voto, dal Parlamento, dai tribunali, dalla stampa. Nei rapporti fra Stati questi contrappesi sono inevitabilmente più deboli.

Per questa ragione il prestigio continua a esercitare un’influenza enorme.

Non perché sostituisca gli interessi materiali, ma perché contribuisce a organizzarli in una gerarchia riconosciuta. L’errore sarebbe credere che il prestigio appartenga alla sfera della vanità. Appartiene invece alla sfera dell’autorità.

Ogni grande potenza, in ogni epoca, ha cercato non soltanto di essere più forte delle altre, ma di apparire come il punto naturale di riferimento dell’ordine internazionale. La forza convince. Il prestigio ottiene qualcosa di più prezioso: induce gli altri ad accettare spontaneamente quella forza come un dato quasi inevitabile. È qui che l’episodio di Évian smette definitivamente di riguardare una fotografia. Ciò che viene messo in scena non è uno scatto, ma una relazione. Da una parte vi sarebbe chi concede attenzione; dall’altra chi la desidera. Da una parte il centro; dall’altra la periferia. Da una parte il soggetto che distribuisce riconoscimento; dall’altra chi lo riceve. Che questa rappresentazione corrisponda o meno ai fatti è, da questo punto di vista, quasi secondario. La sua funzione non è ricostruire un episodio. È proporre una gerarchia.

Ed è proprio per questo che suscita reazioni così intense. Le persone difficilmente si indignano per una fotografia. Si indignano quando ritengono che quella fotografia racconti il posto che il loro Paese occupa nel mondo. La questione diventa allora molto più ampia. Che cosa accade quando una relazione fra Stati viene descritta attraverso categorie che appartengono alle relazioni personali? Cosa cambia quando parole come «amicizia», «fedeltà», «gratitudine» o «ammirazione» sostituiscono progressivamente il lessico dell’interesse, della cooperazione e del dissenso? È da questa domanda che conviene ripartire.

La politica internazionale viene spesso descritta come il regno degli interessi. Gli Stati, si dice, non hanno amici ma interessi permanenti. La formula è diventata un luogo comune proprio perché contiene una parte di verità. Nessun governo sopravvive a lungo sacrificando sistematicamente ciò che ritiene essenziale per compiacere un altro. Gli interessi esistono. Pesano. Alla fine, quasi sempre, prevalgono.

Ma questa constatazione lascia fuori una parte decisiva della realtà. Gli interessi spiegano perché gli Stati agiscono; spiegano molto meno perché scelgano di rappresentare le proprie azioni in un certo modo. Due governi possono firmare lo stesso accordo. Possono ottenere gli stessi risultati economici e militari. Eppure uno dei due può uscirne rafforzato, l’altro indebolito. Non per ciò che ha ottenuto, ma per il modo in cui la relazione è stata raccontata.

È una dinamica antica quanto la politica. Ogni ordine internazionale, qualunque sia la sua forma, produce inevitabilmente un centro e una periferia. Il centro non è soltanto il luogo in cui si concentra la maggiore quantità di forza materiale; è il luogo dal quale proviene il riconoscimento, il punto verso cui gli altri orientano lo sguardo. Per questo le grandi potenze hanno sempre dedicato una cura quasi ossessiva ai simboli. Non basta essere forti. Occorre che quella forza venga percepita come naturale, quasi inevitabile. La supremazia più stabile non è quella che costringe continuamente all’obbedienza, ma quella che induce gli altri a organizzare spontaneamente il proprio comportamento intorno ad essa.

La politica internazionale abbonda di esempi: visite di Stato rinviate all’ultimo momento, conferenze stampa annullate, ricevimenti abbreviati, inviti estesi ad alcuni Paesi e negati ad altri. Sono gesti che, presi isolatamente, possono sembrare insignificanti. Talvolta lo sono davvero. Ma il loro effetto non dipende mai soltanto dal gesto in sé. Dipende dal significato che esso assume all’interno di una relazione già esistente. Una grande potenza può permettersi di ignorare una telefonata senza che nessuno tragga conclusioni definitive sul suo ruolo nel mondo. Un Paese più debole difficilmente gode dello stesso privilegio. Il silenzio, in un caso, appare come una scelta. Nell’altro rischia di essere interpretato come una marginalizzazione. La differenza non riguarda il protocollo. Riguarda la posizione occupata nella gerarchia internazionale.

Quando il prestigio diventa il principale criterio attraverso cui leggere ogni rapporto internazionale, la politica si trasforma lentamente in una competizione per il riconoscimento. Le decisioni vengono valutate meno per i loro effetti che per il messaggio simbolico che trasmettono. Le fotografie finiscono per oscurare gli accordi. Le dichiarazioni sopravvivono più a lungo delle politiche che dovrebbero accompagnare. È il punto in cui la diplomazia comincia ad assomigliare allo spettacolo. E lo spettacolo, per definizione, ha bisogno di protagonisti, di comprimari e di pubblico.

Forse è anche per questo che il linguaggio della politica contemporanea ricorre così spesso a categorie personali. Si parla di leader «forti», «deboli», «fedeli», «ingrati», «amici», «nemici». Molto più raramente si parla delle strutture entro cui quei leader operano. Le persone occupano la scena; le istituzioni arretrano sullo sfondo. È una semplificazione comprensibile: le storie hanno bisogno di personaggi. I rapporti di forza, invece, sono difficili da raccontare. Non hanno un volto. Non concedono battute memorabili. Esigono pazienza, memoria, comparazioni. Ma proprio per questo rischiano di diventare invisibili.

L’episodio di Évian, osservato da questa prospettiva, acquista un significato diverso. Non interessa perché consenta di stabilire chi abbia detto il vero. Interessa perché mostra quanto facilmente una discussione sul posto dell’Italia nell’ordine internazionale possa essere ricondotta alla narrazione di un rapporto personale — una riduzione che semplifica tutto e, semplificando, finisce per nascondere la domanda essenziale. Non quale leader abbia prevalso sull’altro. Ma quale sia, oggi, la natura del rapporto fra gli Stati che chiamiamo alleati.

Le parole, come gli uomini, hanno una biografia. Alcune invecchiano bene, altre finiscono per indicare cose molto diverse da quelle che indicavano all’origine. «Alleanza» appartiene a questa seconda categoria. È una parola che usiamo continuamente e che, proprio per questo, rischia di diventare opaca.

Che cosa significa, davvero, essere alleati? La risposta più semplice è anche la meno soddisfacente: significa avere interessi comuni. È vero, ma non basta. Due governi possono condividere un obiettivo senza essere alleati; possono essere alleati pur avendo interessi divergenti; possono persino restare formalmente alleati mentre litigano su questioni essenziali. La storia dell’Occidente nel secondo dopoguerra è attraversata da episodi di questo genere. L’alleanza, dunque, non coincide con l’unanimità. Né coincide con l’obbedienza. Confondere questi due concetti significa smarrire il senso stesso della cooperazione fra Stati sovrani. Un’alleanza nasce precisamente perché ciascuno dei suoi membri conserva un interesse proprio. Se quell’interesse scomparisse, non ci sarebbe più un’alleanza. Ci sarebbe un’unica autorità politica.

Negli ultimi anni il linguaggio pubblico ha progressivamente sostituito la categoria dell’accordo con quella della fedeltà. Si parla di governi «affidabili», di partner «leali», di Paesi che «stanno dalla parte giusta». Sono espressioni comprensibili, soprattutto nei momenti di crisi internazionale. Ma possiedono un’ambiguità che merita attenzione. La fedeltà è una virtù personale. L’alleanza è un rapporto giuridico e politico. La prima presuppone un legame di appartenenza; la seconda un equilibrio di interessi. Le due cose possono sovrapporsi. Non sono la stessa cosa.

La prova più semplice è offerta dalla storia recente.

Nel corso della Guerra fredda gli Stati Uniti ebbero rapporti durissimi con governi che nessuno avrebbe osato definire ostili all’Occidente. Le tensioni con la Francia di Charles de Gaulle, il confronto con la Germania sul dispiegamento degli euromissili, le divergenze con l’Italia in occasione della crisi di Sigonella mostrano una realtà spesso dimenticata: discutere con l’alleato non significava cessare di esserlo. Anzi. Proprio perché esisteva un’alleanza, esisteva anche lo spazio del dissenso. Un rapporto nel quale una delle parti non possa mai dire di no non è un’alleanza particolarmente solida. È un rapporto nel quale la stabilità dipende soprattutto dalla distribuzione del potere.

Naturalmente sarebbe ingenuo ignorare l’asimmetria che caratterizza il sistema internazionale. Gli Stati Uniti dispongono di risorse militari, economiche, tecnologiche e finanziarie che nessun altro Paese occidentale possiede nella stessa misura. Fingere che tutti gli alleati siedano allo stesso tavolo con identico peso significherebbe scambiare il desiderio per la realtà. Ma riconoscere un’asimmetria non significa attribuirle un valore morale. Le gerarchie esistono. La questione politica consiste nello stabilire come esse vengano esercitate. Una leadership può essere autorevole senza essere arbitraria. Può convincere invece di imporre. Può costruire consenso invece di limitarsi a pretenderlo. La differenza non è soltanto etica. È funzionale. Le alleanze più durature non sono quelle nelle quali il più forte ottiene sempre ciò che desidera, ma quelle nelle quali anche i partner minori percepiscono di partecipare a una decisione comune.

È qui che il linguaggio torna a essere decisivo. Quando il dissenso viene raccontato come un tradimento, l’alleanza cambia natura. Non perché muti il trattato che la disciplina, ma perché muta il modo in cui i suoi protagonisti imparano a immaginarla. Chi dissente non è più un interlocutore: diventa un ingrato. Chi propone una linea diversa non è più un alleato che difende il proprio interesse nazionale: diventa qualcuno che ha deluso un’aspettativa personale.

Se ne è avuta conferma quasi immediata. Ciò che era cominciato come il racconto di una fotografia si è spostato, nel giro di poche ore, sul terreno opposto: l’accusa di non aver condiviso una decisione militare, il rimprovero di ingratitudine dopo decenni di risorse spese per la difesa comune. Il pretesto personale è caduto da solo. È rimasta l’aspettativa delusa: la pretesa che l’alleanza coincidesse con l’obbedienza.

È uno slittamento quasi impercettibile, ma ricco di conseguenze. Le categorie politiche cedono lentamente il posto a quelle affettive. La discussione si trasforma in psicodramma. Le strategie diventano racconti di amicizie, simpatie e risentimenti. Il rischio, a quel punto, non riguarda soltanto il linguaggio. Riguarda la qualità della democrazia. Perché se la politica estera viene interpretata come un sistema di relazioni personali, anche il giudizio dei cittadini cambia. Non si chiede più se una decisione sia stata utile, efficace o coerente con l’interesse nazionale. Ci si domanda se sia stata un gesto di lealtà oppure di sfida. La razionalità della scelta arretra. Avanza la logica della tifoseria. È un mutamento che attraversa molte democrazie occidentali. Ma in Paesi come l’Italia assume una forma particolare, perché la storia nazionale ha costruito un rapporto complesso con l’idea stessa di sovranità.

Ogni Paese sviluppa una particolare idea di sé. Non si tratta di un carattere nazionale, categoria che spesso serve più a semplificare che a comprendere, ma di una memoria politica. Le istituzioni cambiano, i governi si alternano, gli equilibri internazionali si trasformano; eppure alcune esperienze storiche continuano a influenzare il modo in cui una comunità interpreta il proprio posto nel mondo.

L’Italia del secondo dopoguerra nasce da una condizione singolare. È una nazione sconfitta che, nel giro di pochi anni, partecipa alla costruzione dell’ordine occidentale. Conosce una crescita economica straordinaria, consolida le proprie istituzioni democratiche, entra fra le maggiori economie industriali del pianeta. Ma tutto questo avviene all’interno di un sistema internazionale nel quale le grandi decisioni strategiche vengono assunte altrove.

Non c’è nulla di scandaloso in questa constatazione. Ogni ordine internazionale conosce una distribuzione diseguale del potere. Sarebbe infantile immaginare una comunità di Stati perfettamente simmetrici. La questione è un’altra: che cosa accade alla cultura politica di un Paese quando questa asimmetria dura abbastanza a lungo da essere percepita come naturale? Le nuove generazioni finiscono per considerarla un dato dell’esperienza, non più una scelta storica. Si smette di discutere se un determinato equilibrio sia desiderabile; ci si limita ad amministrarlo. Il possibile si restringe fino a coincidere con ciò che esiste.

Le parole restano le stesse — indipendenza, interesse nazionale, autonomia strategica — ma cambiano lentamente di significato. Diventano formule rituali, pronunciate senza immaginare davvero le condizioni necessarie per realizzarle. La sovranità, allora, si trasforma in una parola curiosa: tutti la rivendicano, pochi la definiscono. Per alcuni coincide con l’autosufficienza economica, come se un Paese moderno potesse davvero bastare a se stesso. Per altri significa libertà assoluta di decisione, dimenticando che nessuna media potenza europea possiede oggi la forza necessaria per agire completamente da sola. Altri ancora la riducono a un simbolo identitario, utile soprattutto nelle campagne elettorali. Queste definizioni hanno un elemento comune: sono tutte insufficienti.

La sovranità non consiste nell’assenza di vincoli. Consiste nella possibilità di partecipare alla formazione dei vincoli che ci obbligheranno domani. È una differenza decisiva.

Ogni Stato contemporaneo vive dentro una rete di dipendenze economiche, finanziarie, tecnologiche e militari. Nessuno può sottrarsene completamente. La domanda politica, quindi, non è se esistano dipendenze. È chi contribuisca a determinarle e secondo quali procedure.

Osservata da questa prospettiva, la discussione italiana appare spesso paradossale. Si alternano, quasi senza incontrarsi, due retoriche opposte: da un lato quella di chi considera qualunque richiesta di maggiore autonomia come una pericolosa illusione nazionalista, dall’altro quella di chi immagina la sovranità come un gesto di volontà, quasi bastasse proclamarla per renderla effettiva. Entrambe finiscono per eludere il problema reale.

La sovranità democratica è sempre una pratica istituzionale prima ancora che una dichiarazione politica. Richiede capacità industriale, credibilità finanziaria, competenze amministrative, continuità diplomatica, consenso interno. Non nasce da uno slogan. Si costruisce lentamente, spesso in modo quasi invisibile.

Ed è proprio questa lentezza a renderla poco attraente nel tempo della comunicazione permanente. Le fotografie si producono in un secondo. La sovranità richiede decenni. Ecco perché il dibattito pubblico preferisce discutere del simbolo: il simbolo offre un’emozione immediata, mentre la costruzione di una posizione internazionale autonoma si misura negli investimenti che nessuno fotografa, nelle filiere industriali di cui ci si accorge soltanto quando si interrompono, nelle competenze tecniche che non fanno notizia finché non vengono a mancare.

Per questa ragione gli episodi come quello di Évian rischiano di diventare una trappola. Ci inducono a concentrare tutta l’attenzione sul gesto visibile, mentre le condizioni materiali che rendono possibile quel gesto rimangono sullo sfondo. La domanda diventa: «Chi ha umiliato chi?». Molto più raramente ci si chiede: «Quali rapporti di forza hanno reso possibile che quella rappresentazione apparisse credibile?». È una domanda meno spettacolare, ma è l’unica che valga davvero la pena di affrontare.

A questo punto la tentazione è attribuire tutto alla personalità dei protagonisti. Sarebbe rassicurante. Se il problema fosse il carattere di questo o quel leader, basterebbe attendere il prossimo ciclo elettorale. Purtroppo non funziona così. Le polemiche passano. Le strutture restano.

È per questo che l’episodio di Évian dice probabilmente molto meno sugli Stati Uniti di quanto dica sull’Italia. Non perché il nostro Paese occupi una posizione marginale. Né perché sia privo di risorse. L’Italia continua a essere una delle principali economie manifatturiere del mondo, una potenza esportatrice, un membro del G7, dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Ridurla a una semplice periferia significherebbe ignorare la realtà. Eppure esiste una fragilità diversa, meno appariscente, che riguarda il modo in cui raccontiamo noi stessi.

Ogni discussione sulla politica estera italiana sembra oscillare fra due estremi. Da una parte l’autodenigrazione permanente: un Paese che non conta nulla, destinato a subire decisioni prese altrove. Dall’altra una retorica muscolare che promette improvvise riconquiste di sovranità, come se bastasse un cambio di tono per modificare equilibri costruiti in decenni. Sono narrazioni opposte, ma hanno un presupposto comune: entrambe misurano l’Italia guardando gli altri. È un atteggiamento antico.

Molto prima che esistessero gli Stati Uniti, molto prima dell’Unione europea, molto prima persino dell’idea moderna di nazione, Francesco Guicciardini osservava come la politica italiana fosse spesso dominata dal particulare: non semplicemente l’interesse personale, come la formula è stata volgarizzata, ma la tendenza a valutare ogni scelta a partire dal vantaggio immediato e dalla convenienza del momento, piuttosto che dalla costruzione di un interesse comune durevole.

Nel corso dei secoli quel giudizio è stato ripreso, corretto, discusso, perfino contestato. Ma ha continuato a riaffiorare sotto forme diverse. Ogni generazione italiana ha trovato un nome nuovo per indicare una difficoltà simile: talvolta è stata la trasformazione dell’opportunismo in virtù, talvolta l’arte di adattarsi al vincitore, talvolta il realismo elevato a unica filosofia possibile. Le definizioni cambiano. Il meccanismo rimane sorprendentemente stabile.

Per questa ragione le polemiche internazionali producono in Italia effetti che altrove sembrano meno intensi. Quando un governo straniero critica la Francia, il dibattito francese tende a interrogarsi sulla correttezza della scelta politica compiuta da Parigi. Quando viene criticata la Germania, la discussione riguarda spesso l’interesse tedesco, il prezzo economico delle decisioni, la loro sostenibilità. In Italia accade frequentemente qualcosa di diverso: prima ancora di discutere la sostanza, ci domandiamo che cosa l’episodio dica di noi. Abbiamo fatto una brutta figura? Siamo stati rispettati? Abbiamo perso prestigio? Sono interrogativi comprensibili. Ma rivelano come l’attenzione si sposti rapidamente dal merito delle decisioni al giudizio espresso su di esse. È come se l’immagine precedesse la politica. Lo specchio, ancora una volta, viene prima del volto.

Forse è anche questa una conseguenza della nostra storia. Per secoli l’Italia è stata uno spazio più che un soggetto: un territorio conteso, attraversato, amministrato da potenze diverse, spesso centro della cultura europea ma raramente centro delle sue decisioni politiche. L’Unità nazionale ha modificato radicalmente questa condizione, ma nessun processo storico cancella completamente la memoria che lo precede.

Le culture politiche sedimentano. Continuano a influenzare il presente molto tempo dopo che le circostanze che le hanno prodotte sono scomparse. Non è un destino. È un’eredità. E ogni eredità può essere amministrata oppure superata, ma soltanto se prima viene riconosciuta.

Per questo la domanda decisiva non è se l’Italia sia stata umiliata a Évian. Le umiliazioni diplomatiche, vere o presunte, appartengono alla fisiologia dei rapporti internazionali. Nessuna grande potenza ne è immune. La domanda è perché un episodio di questo genere riesca così facilmente a trasformarsi in una discussione sulla nostra identità nazionale, perché continuiamo a cercare nello sguardo degli altri una conferma del posto che occupiamo nel mondo. Forse perché è molto più semplice interrogarsi sul riconoscimento che costruire le condizioni materiali dell’autonomia. Il riconoscimento dipende dagli altri. L’autonomia dipende soprattutto da noi. Ed è un lavoro infinitamente più lungo.

Esiste una curiosa illusione che accompagna gran parte del dibattito sulla politica internazionale. Si immagina che essa riguardi soprattutto i capi di governo, i ministri, gli ambasciatori, i generali — come se la diplomazia fosse una conversazione riservata a poche centinaia di persone che si incontrano in sale rivestite di legno, stringono mani davanti alle telecamere e firmano documenti destinati agli archivi. È un’immagine rassicurante, ed è profondamente falsa.

La politica estera è probabilmente la politica più concreta che esista. Decide il prezzo dell’energia molto prima che esso compaia sulla bolletta. Decide la sicurezza delle catene di approvvigionamento molto prima che una fabbrica interrompa la produzione. Decide quali tecnologie potranno essere acquistate, quali materie prime diventeranno accessibili, quali investimenti verranno incoraggiati o scoraggiati. I suoi effetti arrivano sempre dopo. Per questo tendiamo a dimenticarne le cause.

Quando una relazione internazionale si deteriora, il primo segnale raramente è visibile nella vita quotidiana. Nessuno esce di casa accorgendosi che una visita ufficiale è stata annullata o che un negoziato procede con maggiore lentezza. Per qualche tempo sembra non cambiare nulla. Poi, lentamente, il costo comincia a distribuirsi. Non cade mai tutto insieme. Si deposita. Una commessa che viene assegnata altrove. Un investimento rimandato. Una filiera produttiva che diventa più fragile. Una tecnologia acquistata a condizioni peggiori. Un’impresa costretta a cercare nuovi fornitori. Infine, quasi sempre, un lavoratore che perde un’opportunità senza sapere da dove abbia avuto origine quella perdita.

La politica internazionale ha questa caratteristica singolare: i benefici vengono spesso attribuiti ai governi, i costi vengono assorbiti dalla società. È una delle ragioni per cui le democrazie faticano tanto a discuterne con lucidità. Le decisioni vengono prese in un luogo; le conseguenze si manifestano altrove. Chi sceglie raramente coincide con chi sopporta gli effetti di quella scelta.

Per questo gli episodi simbolici possono risultare pericolosi. Quando il dibattito si concentra interamente su una fotografia, su una frase infelice o su una schermaglia verbale, la discussione rischia di fermarsi alla superficie del problema. Non perché i simboli siano irrilevanti — lo sono eccome. Ma perché il loro significato dipende sempre da una struttura materiale che continua a rimanere invisibile. Le fotografie non spostano da sole gli investimenti. Non modificano i flussi commerciali. Non cambiano il prezzo del gas. Sono però in grado di influenzare il clima politico entro il quale quelle decisioni verranno prese. La comunicazione costruisce il contesto nel quale gli interessi materiali vengono negoziati. È il terreno sul quale si forma il consenso, si distribuisce il prestigio, si legittimano determinate scelte e se ne rendono impraticabili altre. Ignorarlo sarebbe ingenuo. Ma fermarsi ad esso sarebbe ancora più ingenuo.

Perché il punto decisivo resta sempre lo stesso. Ogni volta che un rapporto internazionale entra in tensione, occorre chiedersi chi disponga realmente del margine necessario per trasformare quella tensione in una decisione. Chi possiede alternative. Chi può attendere. Chi può permettersi di rinunciare. Sono queste le domande che descrivono un rapporto di forza. Non il numero delle fotografie, né il tono con cui una battuta viene pronunciata durante un’intervista. Lo spettacolo occupa la scena. Il potere continua a lavorare dietro le quinte. Ed è lì che, quasi sempre, viene presentato il conto.

Ogni polemica politica, prima o poi, si esaurisce. Le dichiarazioni vengono sostituite da altre dichiarazioni. Le interviste scivolano negli archivi. I governi cambiano. I protagonisti invecchiano. Perfino le crisi che, mentre accadono, sembrano destinate a ridefinire il corso della storia finiscono per occupare poche righe nei manuali.

Anche Évian farà questa fine.

Fra qualche anno ricorderemo a fatica le parole esatte, il giorno in cui furono pronunciate, il susseguirsi delle repliche e delle smentite. Forse resterà una fotografia. Più probabilmente nemmeno quella.

È il destino normale della cronaca. Molto più raro è che sopravviva ciò che la cronaca, per un istante, ha lasciato intravedere. Per questo il problema non è mai stato la fotografia: le fotografie appartengono al tempo breve, lo specchio appartiene al tempo lungo. Uno specchio non inventa necessariamente ciò che riflette. Ma non lo produce nemmeno. Si limita a mostrarlo, per qualche istante, a chi ha il coraggio di fermarsi a guardare.

Lo specchio di Évian ha riflesso una domanda che attraversa da tempo il dibattito pubblico italiano e che, forse proprio per questo, tendiamo continuamente ad aggirare. Che cosa significa, oggi, essere un Paese sovrano? Non basta rispondere che significa poter decidere da soli. Nessuna media potenza europea decide davvero da sola. Non lo fanno la Germania, la Francia, il Regno Unito.

Viviamo dentro un sistema di interdipendenze economiche, militari, finanziarie e tecnologiche che rende impossibile qualunque forma di autosufficienza. Ma esiste un errore speculare: pensare che, poiché nessuno è completamente autonomo, allora la sovranità sia diventata una parola priva di significato. Non è così. La sovranità non consiste nell’assenza di relazioni. Consiste nella capacità di entrare nelle relazioni senza dissolversi dentro di esse.

Le nazioni mature non sono quelle che evitano ogni conflitto con i propri alleati — sarebbe impossibile — né quelle che trasformano ogni divergenza in una prova di forza — sarebbe infantile. Sono quelle che riescono a distinguere il riconoscimento dal consenso. Il consenso può essere negoziato. Il riconoscimento, se viene continuamente cercato, finisce per trasformarsi in una dipendenza.

Una fotografia, da sola, non dimostra nulla. Non dimostra prestigio. Non dimostra subordinazione. Non dimostra amicizia. È soltanto un’immagine. Diventa qualcosa di diverso soltanto quando un’intera comunità politica comincia a leggerla come la prova del proprio valore o della propria irrilevanza. In quel momento non stiamo più parlando della fotografia. Stiamo parlando di noi.

Forse è questa la domanda che l’episodio di Évian ci lascia in eredità. Non se un presidente straniero abbia pronunciato una frase infelice. Non se un governo abbia reagito nel modo migliore. Nemmeno se una fotografia sia stata davvero chiesta oppure no. La domanda è più semplice, ed è anche più difficile.

Quanto del nostro giudizio sull’Italia dipende ancora dallo sguardo degli altri?

Finché continueremo a cercare la risposta in quel riflesso, ogni episodio del genere ci sembrerà decisivo. Ogni gesto diventerà una misura del nostro prestigio. Ogni polemica verrà vissuta come una verifica della nostra identità. Il giorno in cui smetteremo di attribuire agli altri il compito di dirci chi siamo, una fotografia tornerà a essere soltanto una fotografia. E forse, proprio allora, lo specchio di Évian avrà smesso di servirci.

 

 
 
Gabriele Vitella

 

 
 

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