Close

Questo sito utlizza cookie. Può leggere come li usiamo nella nostra Privacy Policy.


© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  6 Luglio 2026

 
  Il salotto ritrovato  
 

 

Continua a pesare, sulla storia della musica italiana fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo, una distorsione prospettica difficile da correggere. Il melodramma vi occupa una posizione tanto dominante da aver relegato in secondo piano un patrimonio strumentale di sorprendente vitalità, e con esso una schiera di compositori che, pur circondati dalla stima dei contemporanei, sono lentamente sprofondati nell’oblio. La cosiddetta «rinascita strumentale italiana» ha restituito qualche nome alla circolazione — Giovanni Sgambati, Giuseppe Martucci, più tardi Ferruccio Busoni —, ma si è trattato di un recupero parziale, che ha lasciato nell’ombra un’intera generazione. E c’è un ulteriore equivoco da sciogliere: buona parte di questo pianismo non nacque per la sala da concerto, bensì per un ambiente più intimo, il salotto della borghesia colta, dove lo strumento era veicolo di formazione e di conversazione prima che di esibizione.

È in questa zona d’ombra che si colloca Luigi Gaetano Gullì (Scilla, 1859 – Oceano Atlantico, 1918), pianista calabrese di formazione napoletana, apprezzato nella Roma di fine secolo e poi quasi interamente dimenticato. Un solo dato biografico interessa davvero la lettura di questo disco: secondo il suo biografo, prima di lasciare l’Italia per un incarico americano Gullì distrusse gran parte della propria produzione, giudicandola indegna dell’ideale, altissimo, che aveva dell’arte. Di un catalogo che si dice cospicuo non restano che poche pagine a stampa, ed è esattamente questo residuo che Giosuè De Vincenti riunisce qui in prima incisione mondiale per Da Vinci Classics. Riproporlo, dunque, non significa recuperare un’opera, ma ciò che di un’opera è sopravvissuto al giudizio del suo stesso autore — un gesto che imprime fin da subito, a questo ascolto, un tono di reliquia più che di monumento.

Il programma riunisce le due raccolte pianistiche a stampa superstiti — i Quattro pezzi per pianoforte del 1894 (Vier Klavierstücke, editi da Breitkopf & Härtel) e le Sfumature, sei fogli d’album —, cui si aggiunge il valzer da concerto A te!. Già i titoli bilingui dichiarano un orizzonte preciso: quello, come annota lo stesso Dizionario Biografico degli Italiani, della moda tardottocentesca del pezzo «de salon» e «de genre» di tradizione germanizzante, con la sua traduzione italiana in appendice, quasi un atto di cortesia verso il pubblico di casa. È il mondo degli Albumblätter schumanniani, ma è lecito pensare anche ai Pezzi lirici di Grieg — con il quale Gullì ebbe, per vie concertistiche, documentati rapporti diretti —; e dietro il passo dei valzer e della mazurca si intravede, come quasi sempre in questo repertorio, l’ombra lunga di Chopin.

I Quattro pezzi restano fedeli a questa cornice cameristica senza mai risultare di maniera. L’Albumblatt possiede l’intimità raccolta del suo genere; l’Im Walzertakt distende un tempo di valzer senza clamori; la Novelletta riprende la miniatura narrativa di ascendenza schumanniana; la Valse brillante ammicca al valzer di società. Sono pagine che non cercano l’effetto, ma la continuità del discorso; e nell’ascolto il tocco di De Vincenti si fa morbido, sapendosi però fare incisivo esattamente dove la scrittura lo richiede.

Fa eccezione, per ambizione e respiro, il valzer da concerto A te!: con i suoi quasi otto minuti è la pagina più estesa dell’album e la più apertamente virtuosistica, quella in cui Gullì concede al pianoforte un piglio più pubblico ed estroverso. Ma anche qui l’eloquenza non trascende mai nell’ostentazione: un riserbo interpretativo — prima ancora che compositivo — che gli fu riconosciuto perfino da un osservatore tutt’altro che indulgente come Gabriele D’Annunzio, il quale, oltre a farne menzione nelle cronache musicali della «Tribuna», ne trasfigurò il tocco in una celebre pagina del Piacere.

Se A te! mostra il volto estroverso di Gullì, le Sfumature ne rivelano il versante più interiore. Il titolo stesso è già una dichiarazione di poetica: la ricerca della mezzatinta, della gradazione, del non detto. I sei fogli — Dedica, Alla Mazurca, A Capriccio, Canto d’amore, Tarantella, Tempo di valzer — attraversano i generi cari al secolo con naturalezza mai calligrafica. La mazurca guarda inevitabilmente a Chopin; il Canto d’amore lascia affiorare, dentro una scrittura di gusto europeo, una cantabilità di chiara tempra italiana; la Tarantella apre l’unico squarcio apertamente meridionale della raccolta — un lampo che, nell’insieme così composto del disco, risuona quasi come una confidenza. È in queste pagine dimesse, più che nel valzer da concerto, che si nasconde il Gullì più autentico.

Ed è qui che l’incisione acquista un rilievo che eccede la curiosità antiquaria. Restituire all’ascolto — e non alla sola bibliografia — pagine come queste significa riascoltare un filone del pianismo italiano che la narrazione operistica ha coperto: quello, coltivato e domestico, della miniatura di salotto d’impronta germanizzante. Sarebbe però un errore proiettare Gullì verso una modernità che non gli appartiene: come osservò Sergio Martinotti, il suo pianismo resta ancorato a una tradizione ottocentesca destinata a spegnersi nei primi anni del secolo nuovo, estranea alle novità di Busoni e di Casella. E in questa fedeltà, non a suo dispetto, sta la sua attrattiva.

In tale quadro il lavoro di Giosuè De Vincenti acquista un valore che va oltre la semplice esumazione discografica. Pianista di carriera internazionale e insieme musicologo — oggi docente al Conservatorio «Torrefranca» di Vibo Valentia e attivo nella riscoperta del patrimonio musicale calabrese —, De Vincenti affronta questo repertorio con lo scrupolo di chi ne conosce le fonti. La sua lettura ne discende con rara coerenza: il fraseggio predilige la persuasione lenta alla dichiarazione, rifiutando ogni enfasi che tradirebbe il carattere confidenziale di questa musica, ed evita con eguale cura la tentazione dell’archeologia e quella dell’attualizzazione forzata. Non proclama un genio misconosciuto: lascia semplicemente che l’autore parli con la propria voce, nel contesto storico che gli appartiene.

Ne nasce un ascolto gradevole e sottilmente malinconico, che profuma di un mondo sospeso fra due secoli: sognante, e ignaro di ciò che il Novecento avrebbe portato. C’è qualcosa di commovente in questa innocenza, se si pensa che proprio quel secolo avrebbe inghiottito il suo autore. Riportando in circolazione pagine assenti dalle sale da concerto da oltre un secolo, Klavierstücke riconsegna al pianismo italiano una voce schiva e dal timbro inconfondibile. Rimane, come sempre in simili operazioni, la prova più ardua — quella che l’incisione affida agli interpreti e al pubblico: trasformare la riscoperta in presenza viva, convincere che una musica tanto discreta abbia ancora qualcosa da dire. È probabilmente la sfida più difficile. Ed è la sola che conti davvero.

 

 

 
 
Gabriele Vitella

 

 
 

Dettagli incisione:

LUIGI GAETANO GULLÌ — KLAVIERSTÜCKE
(prima incisione mondiale)

Giosuè De Vincenti, pianoforte.

Da Vinci Classics — C01188 · 2026

ENGLISH VERSION



 



BACK TO   /   INDIETRO A

Tavola dei contenuti




Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.
Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
L’autore non ha alcuna responsabilità per i siti segnalati; il fatto che il blog fornisca questi collegamenti non implica l’approvazione dei siti stessi, sulla cui qualità, contenuti e grafica è declinata ogni responsabilità.

 

All rights reserved. Any unauthorized copying or recording in any manner whatsoever will constitute infringment of such copyright and will render the infringer liable to an action of law.

Tutti i diritti riservati. Qualsiasi tipo di copiatura e registrazione non autorizzata costituirà violazione del diritto d’autore perseguibile con apposita azione legale.

Dimensioni video ottimali: 1024 x 768