CAPITOLO 5
Cronaca recente e costruzione del problema: categorie,
percezioni, slittamenti semantici
Il rapporto
tra cronaca giudiziaria e politica penale costituisce uno dei
nodi più delicati nella costruzione del discorso pubblico sulla
devianza minorile. In questo ambito, la funzione informativa
degli eventi lascia progressivamente spazio a una funzione
simbolica, nella quale singoli episodi assumono un valore
rappresentativo sproporzionato rispetto alla loro incidenza
reale. Il risultato è un processo di generalizzazione che
trasforma fatti circoscritti in categorie interpretative,
orientando la percezione collettiva e, indirettamente, l’agenda
legislativa.
Negli ultimi
anni, il dibattito sulla punibilità dei minori è stato
alimentato da una serie di episodi riconducibili a tipologie
ricorrenti, più che a fenomeni nuovi in senso strutturale. Tra
queste tipologie rientrano, in primo luogo, le violenze di
gruppo tra adolescenti, spesso caratterizzate da dinamiche di
emulazione e da una forte componente di pressione del pari. In
tali casi, l’attenzione mediatica tende a concentrarsi
sull’efferatezza del gesto, mentre restano sullo sfondo le
condizioni relazionali e ambientali che ne costituiscono il
contesto di possibilità.
Una seconda
categoria frequentemente richiamata è quella delle aggressioni
con armi improprie o strumenti da taglio, commesse da minori in
spazi pubblici. Anche in questo caso, la narrazione dominante
privilegia la dimensione del pericolo immediato, enfatizzando
l’idea di una crescente imprevedibilità della violenza
giovanile. Tale rappresentazione, tuttavia, non sempre trova
riscontro in un aumento significativo dei dati complessivi, ma
si fonda piuttosto sulla maggiore visibilità degli eventi e
sulla loro rapida circolazione attraverso i media digitali.
Ulteriore
tipologia è quella dei vandalismi urbani e delle aggressioni ai
danni di coetanei, spesso ricondotte alla categoria, ampiamente
utilizzata ma concettualmente vaga, delle cosiddette “baby
gang”. Questa espressione, priva di una definizione giuridica
rigorosa, svolge una funzione prevalentemente retorica: essa
consente di condensare in un’unica etichetta fenomeni
eterogenei, che vanno dalla microcriminalità occasionale a forme
di aggregazione giovanile disfunzionale. L’effetto è una
semplificazione del quadro, che favorisce letture allarmistiche
e soluzioni altrettanto semplificate.
Il tratto
comune di queste narrazioni è lo slittamento dal fatto alla
categoria, e dalla categoria alla diagnosi sociale. Singoli
episodi, isolati dal loro contesto, vengono elevati a sintomi di
una presunta crisi generazionale, nella quale il minore è
rappresentato come soggetto potenzialmente pericoloso e
scarsamente controllabile. In questo passaggio, la dimensione
della vulnerabilità tende a essere oscurata, mentre acquista
centralità quella della minaccia. Il minore non è più visto come
destinatario di politiche di protezione, ma come oggetto di
interventi di contenimento.
Questo
slittamento semantico ha conseguenze rilevanti sul piano della
politica penale. La domanda di sicurezza, così costruita, viene
tradotta in richieste di intervento immediato, che trovano nel
diritto penale uno strumento di risposta rapida e simbolicamente
efficace. In tale contesto, la soglia della punibilità diventa
un elemento facilmente comunicabile: abbassarla equivale, sul
piano del discorso pubblico, a “fare qualcosa” contro il
problema. La complessità delle cause e delle possibili soluzioni
viene sacrificata a favore di un messaggio chiaro e immediato.
È
significativo osservare come questo meccanismo operi in modo
relativamente indipendente dai dati empirici. Le statistiche
ufficiali sulla criminalità minorile mostrano, come già
accennato, un quadro complesso, caratterizzato da stabilità
complessiva e da concentrazioni territoriali e sociali
specifiche. Tuttavia, tali dati faticano a entrare nel circuito
della percezione collettiva, che si alimenta principalmente di
immagini, racconti e titoli. La cronaca, in questo senso, non si
limita a riflettere la realtà, ma contribuisce a costruirla,
selezionando e amplificando determinati aspetti a scapito di
altri.
Un
ulteriore elemento di rilievo è rappresentato dalla temporalità
della narrazione. Gli episodi di devianza minorile vengono
spesso presentati come segnali di un’escalation improvvisa,
anche quando si inseriscono in dinamiche note e studiate. Questa
rappresentazione dell’urgenza favorisce una risposta legislativa
altrettanto accelerata, nella quale il tempo della riflessione
sistematica viene percepito come un lusso incompatibile con
l’emergenza. Il diritto penale, tuttavia, mal si presta a
interventi di questo tipo, poiché le sue modifiche producono
effetti di lungo periodo su equilibri delicati.
La
costruzione del problema attraverso categorie mediatiche incide
anche sulla percezione dell’efficacia del sistema vigente. Le
misure educative e i percorsi alternativi alla detenzione,
proprio perché meno visibili e meno immediatamente
“notiziabili”, tendono a scomparire dal racconto pubblico. Ciò
alimenta l’idea che il sistema sia inefficace o indulgente,
nonostante le evidenze contrarie. La distanza tra ciò che
funziona sul piano empirico e ciò che viene percepito come
efficace sul piano simbolico costituisce uno dei fattori di
maggiore pressione verso soluzioni punitive.
In questo
contesto, la cronaca recente non può essere semplicemente
ignorata o svalutata. Essa pone interrogativi reali sulla
capacità delle istituzioni di prevenire e gestire comportamenti
violenti, anche in età minorile. Tuttavia, il passaggio dalla
constatazione del problema alla definizione delle risposte
normative richiede un filtro critico, che consenta di
distinguere tra ciò che è strutturale e ciò che è episodico, tra
fenomeni emergenti e fenomeni resi visibili da mutamenti nelle
modalità di comunicazione.
Il rischio,
altrimenti, è che la politica penale venga guidata da una logica
di reazione, nella quale la percezione collettiva assume un
ruolo preponderante rispetto all’analisi razionale. In tale
scenario, la punibilità dei minori diventa un terreno di
sperimentazione di soluzioni simboliche, destinate a rassicurare
nel breve periodo, ma potenzialmente dannose nel medio e lungo
termine. È su questo crinale che si colloca il dibattito
attuale, ed è su questo crinale che occorre collocare le
proposte di riforma, per valutarne la coerenza con i principi
costituzionali e con l’effettiva tutela della collettività.
Questo capitolo ha inteso
ricostruire le principali categorie attraverso cui la cronaca
recente ha contribuito a ridefinire la questione minorile nel
discorso pubblico. Nel capitolo successivo, l’analisi si
concentrerà sulle modalità con cui tali categorie vengono
tradotte in proposte legislative, dando luogo a forme di
populismo penale e a una legislazione orientata più alla
percezione che alla realtà dei fenomeni.
Note
-
Sul rapporto tra cronaca,
percezione sociale e politica penale, cfr. L.
Ferrajoli,
Diritto e ragione,
Roma-Bari, ult. ed., spec. cap. IX; M. Donini,
Populismo penale e crisi della
legalità, Milano,
2019.
-
Sulla costruzione mediatica della
devianza minorile e l’uso di categorie come
“baby gang”, v. D. Garland,
The Culture of Control,
Oxford, 2001; A. Baratta,
Criminologia critica e critica
del diritto penale,
Bologna, 2012.
-
Per
un’analisi dei dati sulla criminalità minorile
in Italia, cfr. Ministero dell’Interno,
Rapporti annuali sulla
criminalità;
Ministero della Giustizia, Dipartimento per la
giustizia minorile e di comunità,
Dati statistici.
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