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 Appunti di cultura giuridica

 

 

 

 

 

La punibilità dei minori

tra Costituzione e percezione collettiva
 

Riflessioni sulla responsabilità e sulle derive della legislazione minorile

 




























CAPITOLO 9

 

Neuroscienze, psicologia dello sviluppo e colpevolezza: i limiti scientifici dell’anticipazione penale

Il dibattito sulla punibilità dei minori si confronta inevitabilmente con le acquisizioni delle neuroscienze e della psicologia dello sviluppo, che negli ultimi decenni hanno fornito un quadro sempre più articolato dei processi cognitivi ed emotivi dell’età evolutiva. Tali acquisizioni non possono essere assunte come argomenti ideologici né come surrogati del giudizio giuridico, ma costituiscono un limite epistemico alla costruzione normativa della colpevolezza. In altri termini, esse non determinano automaticamente le scelte del legislatore, ma ne delimitano il campo di legittimità.

Uno dei risultati più consolidati della ricerca neuroscientifica riguarda lo sviluppo della corteccia prefrontale, area cerebrale coinvolta nel controllo degli impulsi, nella pianificazione a lungo termine e nella valutazione delle conseguenze delle proprie azioni. Numerosi studi longitudinali hanno mostrato come tale sviluppo prosegua ben oltre l’adolescenza, raggiungendo una maturazione funzionale solo nella prima età adulta. Questo dato non implica l’assenza di ogni forma di responsabilità in età minorile, ma mette in discussione l’idea che il minore disponga di una capacità di autodeterminazione comparabile a quella dell’adulto.

Accanto alla dimensione neurobiologica, la psicologia dello sviluppo evidenzia il ruolo centrale dei fattori relazionali e contestuali nel comportamento adolescenziale. La maggiore sensibilità alla pressione del gruppo dei pari, la ricerca di riconoscimento sociale e la tendenza alla sottovalutazione del rischio costituiscono tratti tipici di questa fase della vita. Tali caratteristiche incidono direttamente sulla possibilità di formulare un rimprovero penale in senso pieno, poiché attenuano la capacità del soggetto di agire in modo realmente autonomo rispetto alle influenze esterne.

Dal punto di vista giuridico, queste acquisizioni sollecitano una riflessione sulla nozione di colpevolezza come categoria normativa. La colpevolezza non coincide con la mera consapevolezza materiale dell’atto, ma presuppone la capacità di orientare il proprio comportamento sulla base di una valutazione razionale delle alternative disponibili. Se questa capacità è strutturalmente incompleta, come avviene in età evolutiva, l’anticipazione della punibilità rischia di fondarsi su un concetto di responsabilità svuotato del suo contenuto personalistico.

È importante sottolineare che il richiamo alle neuroscienze non mira a introdurre una forma di determinismo biologico nel diritto penale. La ricerca scientifica non nega l’esistenza di scelte e di margini di responsabilità, ma descrive i limiti entro cui tali scelte si collocano. In questo senso, l’uso improprio delle neuroscienze come strumento di deresponsabilizzazione generalizzata è speculare, e ugualmente problematico, rispetto al loro uso come giustificazione per l’anticipazione punitiva. In entrambi i casi, si perde di vista la funzione del diritto penale come sistema di imputazione normativa, non di descrizione causale dei comportamenti.

Il punto critico emerge quando il legislatore ignora tali limiti epistemici e costruisce soglie di imputabilità o modelli di responsabilità come se la maturità decisionale fosse un dato uniforme e anticipabile per via normativa. La riduzione dell’età della punibilità presuppone implicitamente che i minori più giovani siano in grado di comprendere e valutare le conseguenze giuridiche delle proprie azioni in modo analogo agli adulti. Questa presupposizione non trova riscontro nelle evidenze scientifiche disponibili e rischia di produrre un disallineamento tra il fondamento empirico della colpevolezza e la sua costruzione giuridica.

Un ulteriore profilo di rilievo riguarda l’efficacia deterrente della pena. Le neuroscienze e la psicologia dello sviluppo convergono nell’indicare che la deterrenza basata sulla minaccia di sanzioni future presuppone una capacità di previsione e di autocontrollo che è limitata in età minorile. Di conseguenza, l’anticipazione della punibilità non solo solleva problemi di legittimazione, ma appare anche scarsamente efficace sul piano preventivo. La risposta penale anticipata rischia di incidere quando il comportamento è già avvenuto, senza modificare in modo significativo le condizioni che lo hanno reso possibile.

Queste considerazioni assumono particolare rilievo se rapportate alla funzione rieducativa della pena, così come delineata dall’art. 27 della Costituzione. In un contesto di immaturità neuropsicologica, la rieducazione non può essere affidata prioritariamente alla sanzione, ma richiede interventi di accompagnamento, sostegno e responsabilizzazione progressiva. L’ingresso precoce nel circuito penale, soprattutto se connotato da misure afflittive, può compromettere tali percorsi, rafforzando identità devianti e riducendo le possibilità di reinserimento.

La giurisprudenza costituzionale e sovranazionale ha mostrato una crescente attenzione a questi profili, pur senza recepire in modo diretto le categorie neuroscientifiche. Il richiamo alla vulnerabilità del minore, alla necessità di garanzie rafforzate e all’adattamento delle procedure all’età costituisce un segnale di apertura verso una concezione della responsabilità penale sensibile ai dati scientifici, senza rinunciare alla propria autonomia normativa. In questo equilibrio risiede la possibilità di un dialogo fecondo tra diritto e scienza.

In definitiva, le neuroscienze e la psicologia dello sviluppo non offrono soluzioni semplici al problema della punibilità dei minori, ma indicano chiaramente i rischi connessi a una anticipazione indiscriminata della responsabilità penale. Esse mostrano come la maturità decisionale sia un processo graduale e diseguale, che non può essere compresso entro soglie rigide senza sacrificare la coerenza del sistema. Ignorare tali acquisizioni significa esporre il diritto penale al rischio di una colpevolezza fittizia, costruita più per rispondere a esigenze simboliche che per riflettere la reale capacità di autodeterminazione dei soggetti coinvolti.

Questo capitolo ha inteso delineare i limiti scientifici entro cui deve muoversi la costruzione giuridica della colpevolezza in età minorile. Nel capitolo successivo, l’analisi si concentrerà sulla responsabilità dei genitori, tema nel quale le tensioni tra esigenze di controllo, principi costituzionali e dati empirici emergono con particolare evidenza.

 


Note

  1. J. N. Giedd et al., Brain development during childhood and adolescence: a longitudinal MRI study, in Nature Neuroscience, 1999; v. anche L. Steinberg, Adolescent Brain Development and Legal Responsibility, in American Journal of Bioethics, 2009.

  2. L. Steinberg – E. Cauffman, Maturity of Judgment in Adolescence, in Law and Human Behavior, 1996.

  3. S. Morse, Brain and Blame, in Georgetown Law Journal, 2006.

  4. Corte EDU, Blokhin v. Russia, Grande Camera, 23 marzo 2016.

  5. Sulla deterrenza in età minorile, cfr. D. Nagin, Deterrence in the Twenty-First Century, in Crime and Justice, 2013.

 

 


 

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