La scelta di aprire il disco con il Concerto per archi in sol maggiore RV 150 non è un semplice riempitivo, ma un vero prologo strumentale che definisce in modo netto l’estetica dell’intera operazione: Plewniak impone da subito un suono asciutto, brillante, con un’articolazione molto netta nei violini e un basso continuo vigile ma mai ingombrante; il primo Allegro procede per blocchi energici, con un gioco di entrate serrato che mette in luce la compattezza dell’Orchestre de l’Opéra Royal, mentre il Largo centrale funziona come una pausa di sospensione quasi vocale, un recitativo strumentale che prepara il passaggio alla dimensione cantata della serenata; il finale, di nuovo in Allegro, preferisce una leggerezza danzante alla pura vertigine virtuosistica e definisce quella cifra di “festa disciplinata” che resterà costante lungo tutto il programma.
In Gloria e Imeneo RV 687, Plewniak e i suoi costruiscono una vera drammaturgia degli affetti, rispettosa della funzione celebrativa originaria ma letta con sensibilità moderna: l’orchestra adotta un fraseggio molto scolpito, con dinamiche generalmente contenute e un uso misurato dei rubati, così da lasciare spazio alla parola e alle scelte retoriche di Vivaldi.
L’entrata di Gloria, affidata a Logan Lopez Gonzalez, è esemplare: nel recitativo “Dall’eccelsa mia Reggia” il controtenore gestisce in modo controllatissimo i salti di registro e le appoggiature, evitando ogni enfasi verista, mentre in “Alle amene franche arene” la linea vocale si distende in arcate ampie e regolari, sostenute da un tappeto di archi morbidi ma rigorosamente poco vibrati; la proiezione è rotonda, il timbro caldo, con un uso accorto del messa di voce sulle note tenute che restituisce alla figura di Gloria una nobiltà serena, quasi “classica”.
Il contrasto con Imeneo è calibrato con intelligenza: Nicolò Balducci adotta un’emissione più penetrante, leggermente più frontale, con un attacco delle consonanti più marcato e una gestione delle agilità che privilegia la chiarezza sillabica alla pura spettacolarità; “Tenero fanciulleto ardere” e, più avanti, “Scherzeran sempre d’intorno” mostrano un Imeneo ardente ma non isterico, sostenuto da un continuo vivace che sottolinea i giri retorici legati all’ardore e al gioco amoroso.
L’equilibrio tecnico tra i due controtenori emerge in particolare nelle sezioni in cui le linee si sfiorano o si intrecciano: Plewniak lavora per micro-registri dinamici, tenendo l’orchestra in un mezzo-piano elastico, così che le differenze timbriche – il colore più vellutato di Lopez, quello più affilato di Balducci – siano chiaramente udibili senza mai sbilanciare l’impasto complessivo.
L’aria “Al serene d’amica” costituisce una sorta di centro di gravità della serenata: Vivaldi vi dispiega un discorso ampio, quasi contemplativo, che richiede controllo del fiato, capacità di sostenere frasi lunghe e una gestione fine delle mezze tinte; Lopez Gonzalez risponde con un legato curato, una gestione delle cadenze mai compiaciuta e un rispetto esemplare della punteggiatura interna alla frase, mentre l’orchestra modula la trama degli archi con variazioni sottili di densità (più pieni nei ritornelli, quasi cameristici nei sostegni sotto la voce) che evitano ogni monotonia.
Nel versante opposto, brani come “Care pupille” e “Se ingrata nube” rivelano il lato più inquieto di Imeneo: Balducci affronta le agilità non come mero esercizio di bravura, ma come disegno retorico, con piccole accentuazioni sulle note di passaggio e sulle dissonanze che rendono evidente il lavoro di declamazione in musica, mentre il continuo sottolinea le tensioni armoniche con una precisione quasi chirurgica.
I duetti, e in particolare il conclusivo “In braccio de’ contenti”, mostrano il risultato di questo lavorìo: le due voci si fondono in un tessuto omogeneo pur mantenendo le rispettive identità timbriche, grazie anche a un bilanciamento dei microfoni accurato, che colloca i cantanti leggermente in avanti senza schiacciare il dettaglio orchestrale (i fiati interni, i pizzicati del basso, le risposte dei secondi violini restano sempre perfettamente leggibili).
La cantata Che giova il sospirar, povero cor RV 679, posta in coda al programma, sposta il fuoco dalla retorica pubblica della serenata alla dimensione interiorizzata del lamento amoroso: il recitativo iniziale è trattato con una libertà controllata, in cui il cantante si concede leggere flessioni agogiche sulle parole chiave (“sospirar”, “povero cor”) senza mai forzare il declamato fuori dal sostegno armonico del continuo; l’aria “Nell’aspro tuo periglio” beneficia di tempi non eccessivamente rapidi, che permettono di articolare con chiarezza le figurazioni di sospensione e di ansia, con un respiro che ricorda da vicino altre grandi pagine vivaldiane del dolore amoroso.
Qui Plewniak sembra deliberatamente rinunciare a qualsiasi effetto di brillantezza cortigiana residua: il colore si fa più scuro, il basso più presente, le dinamiche più contrastate, così che il disco trovi una chiusura non solo formalmente equilibrata, ma anche concettualmente convincente, come se dopo i fasti di Versailles riaffiorasse il cuore vulnerabile che la celebrazione tendeva a mascherare.
Nel complesso, questo Gloria e Imeneo offre una lettura tecnicamente molto solida, storicamente consapevole e di grande coerenza interna: chi cerchi barocchismo esasperato o teatralità sanguigna forse rimpiangerà un grado ulteriore di rischio espressivo, ma chi apprezza una costruzione chiara degli affetti, un lavoro minuzioso sul rapporto testo-musica e una cura quasi cameristica per l’equilibrio tra voci e orchestra troverà in questo disco un tassello importante nella discografia vivaldiana recente.