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© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  20 Novembre 2025

 
  Il linguaggio unico
del passato e del presente
 
 

 

C’è un rischio evidente, oggi, nei progetti dedicati alle compositrici: che la buona intenzione resti tutta nel paratesto, fra slogan e cartelle stampa, mentre la musica viene ridotta a “documento” esemplare. Il disco Le Chant des Muses di Anna Urpina appartiene, fortunatamente, alla categoria opposta: qui l’idea di riportare in primo piano autrici dimenticate diventa un lavoro di costruzione musicale rigoroso, pensato nei dettagli, e non un semplice gesto riparatorio.

Violinista catalana, nata a Vic nel 1989, Urpina appartiene a una generazione che non sente più la necessità di scegliere fra strumento moderno e storico: si muove abitualmente su entrambi i fronti e ha studiato con figure di riferimento come Enrico Onofri per il versante barocco.

In Le Chant des Muses suona le pagine seicentesche su un violino del 1658 attribuito a Nicolò Amati, mentre per le due commissioni contemporanee passa a un set-up moderno, dichiarando così fin da subito che la continuità tra passato e presente non è uno slogan, ma un fatto concreto di suono, assetto, postura.

Il progetto, prodotto da Eudora Records e registrato all’Auditori de Girona nel settembre 2024, mette insieme un piccolo ensemble da camera: oltre a Urpina, la soprano María Hinojosa, Daniel Oyarzábal (clavicembalo, organo e pianoforte), Nicola Brovelli (violoncello) e Nacho Laguna (tiorba e chitarra).

 La presa del suono, nel consueto standard molto curato dell’etichetta spagnola, valorizza la definizione dei dettagli senza perdere la sensazione di spazio reale: gli strumenti sono vicini, ma non “addosso”, e la voce trova una collocazione naturale all’interno del gruppo.

Il percorso del disco attraversa quasi tre secoli di musica firmata da donne: da Gracia Baptista, attiva nella prima metà del Cinquecento, fino alle pagine freschissime di Zulema de la Cruz ed Helena Cánovas Parés, entrambe viventi. Al centro, un mosaico barocco che unisce l’Italia di Isabella Leonarda, Francesca Caccini, Maddalena Casulana, Marieta Morosina Priuli alla Francia di Élisabeth Jacquet de La Guerre, Anne Madeleine Guédon de Presles e Mademoiselle Duval e Buttier, fino alla figura inglese di Lady Mary Dering.

Non è un semplice florilegio: la sequenza dei brani costruisce una vera e propria “drammaturgia” interna. La Sonata op. 16 n. 12 di Leonarda, che apre il programma, funziona quasi come manifesto: in poco meno di nove minuti passa da inflessioni contrappuntistiche a zone di grande cantabilità, e Urpina ne mette in rilievo il disegno complessivo prima ancora che il dettaglio ornamentale. L’arco è ben appoggiato, l’articolazione netta, ma la linea rimane flessibile: l’“intelligenza” della forma non soffoca l’impulso cantabile.

Subito dopo, il passaggio a Francesca Caccini (Lasciatemi qui solo) sposta l’asse verso la parola: qui la voce di Hinojosa entra in primo piano, con un’emissione limpida, poco vibrata, che lascia trasparire il lavoro sul testo. Il violino di Urpina non cerca di “imitare” la linea vocale, ma la commenta: brevi gesti che incorniciano, rilanciando certe inflessioni melodiche con discrezione.

Il piccolo ciclo teatrale di Mademoiselle Duval, Air pour les Plaisirs, riporta la musica sul terreno della danza francese. Qui Urpina si diverte a scolpire i profili ritmici: la Bourrée, il Menuet, la Sarabande non diventano cartolina di stile antico, ma piccole scene in movimento, sostenute dal continuo di Oyarzábal, Brovelli e Laguna, sempre preciso ma mai rigido.

Le Canciones de Amor di Zulema de la Cruz, pensate espressamente per questo progetto, introducono una diversa densità armonica e un altro modo di lavorare sul rapporto fra voce e strumenti: il pianoforte prende il posto del clavicembalo, il linguaggio armonico si apre a tensioni più esplicite, ma ciò che colpisce è la continuità emotiva con le pagine seicentesche. Urpina qui sceglie un suono più pieno e diretto, quasi una scrittura “in primo piano”, che non rompe il filo del programma ma ne allarga l’orizzonte.

La Sonata I di Élisabeth Jacquet de La Guerre è forse il momento in cui l’ensemble mostra meglio la propria compattezza. Il dialogo fra violino, basso e tastiera è condotto con un senso molto chiaro delle proporzioni: i contrasti fra sezioni gravi e sezioni più vive sono gestiti senza bruschi sbalzi, e la retorica degli affetti risulta leggibile senza sovrascritture psicologiche di gusto moderno.

Il madrigale Morir non può il mio core di Maddalena Casulana, restituito in una veste intima, si impone per la qualità della linea vocale: Hinojosa evita qualsiasi patina “antica”, cercando invece un fraseggio semplice, quasi parlato, su cui il violino interviene a tratti, con piccoli interventi che scolpiscono certe cadenze cruciali. È uno dei punti in cui il disco ricorda con più forza che queste musiciste non sono “casi curiosi”, ma autrici capaci di dare forma a un pensiero musicale complesso.

Le Correnti di Marieta Morosina Priuli, nate per violino e spinetta, ricevono una lettura vivace e controllata: Urpina ne accentua l’energia motoria, il continuo ne sostiene con decisione la struttura; sono pagine brevi ma rivelatrici, che mostrano una scrittura violinistica consapevole, tutt’altro che artigianale.

A chiudere il percorso, Lady Mary Dering con A False Designe to be Cruell: brano di dimensioni contenute, caratterizzato però da una finezza retorica notevole. La scelta di non caricare il pathos, ma di mantenerlo quasi a “basso voltaggio”, rende il congedo del disco particolarmente calibrato: niente colpi di scena, ma una sorta di retro-pensiero che continua a lavorare anche dopo l’ultima nota.

Sul piano interpretativo, Le Chant des Muses conferma una qualità già emersa nei lavori precedenti di Anna Urpina: la capacità di tenere insieme lucidità strutturale e immediatezza comunicativa. L’arco è saldo, le articolazioni sono studiate con cura, ma ciò che resta in mente è la naturalezza complessiva del discorso: niente compiacimenti virtuosistici, nessun “effetto” gratuito, piuttosto una concentrazione costante sulla qualità del suono, dei rapporti interni, dell’equilibrio fra piani.

Il contributo dell’ensemble è decisivo: il violoncello di Brovelli e la tiorba di Laguna disegnano un basso continuo elastico, che respinge ogni sospetto di accompagnamento inerte; Oyarzábal passa con agilità dal clavicembalo all’organo al pianoforte, adattando l’impatto timbrico alle epoche e ai contesti. La voce di Hinojosa, infine, si integra nel gruppo con notevole intelligenza: sempre presente, mai egocentrica, collocata su una linea di espressione che privilegia il testo e l’intonazione precisa delle inflessioni.

In un panorama discografico che si sta riempiendo, talvolta con troppa fretta, di cofanetti dedicati alle “donne compositrici”, il disco di Anna Urpina si distingue perché unisce ricerca, gusto programmatorio e un livello interpretativo costante. Non tutto è pensato per stupire al primo ascolto; molte pagine chiedono di essere frequentate, riascoltate, collocate in una trama di riferimenti più ampia.

Le Chant des Muses è un ascolto che richiede tempo e attenzione, come ogni cosa che porta sostanza. Non è un semplice esercizio di stile, ma un atto di restituzione: a chi ha scritto, a chi oggi interpreta, a chi ancora sa ascoltare.

 

 
 
Gabriele Vitella
 
 

Dettagli incisione:

LE CHANT DES MUSES

Anna Urpina (vl); María Hinojosa (s); Daniel Oyarzábal (cemb, org, pf); Nicola Brovelli (vc); Nacho Laguna (tiorb, chit).

Eudora Records — EUD-DR-2502 · 7 novembre 2025

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