Ci sono libri che non hanno l’ambizione di “dire tutto”, ma di mettere ordine.
Brevi lezioni di storia italiana (e non solo) appartiene a questa categoria rara: un testo che sceglie la sottrazione come metodo e la chiarezza come forma, affidando a due voci autorevoli — Ernesto Galli della Loggia e Paolo Mieli — il compito di ricondurre due secoli di storia a una linea intellegibile, senza riduzionismi e senza enfasi.
Il metodo è dichiarato fin dall’inizio: prendere un secolo abbondante di fratture — guerre, totalitarismi, democrazie incerte, crisi economiche, rinascite — e distillarne i nessi, le cause, le ripetizioni profonde.
Gli autori lavorano in modo complementare: Mieli con l’intelligenza narrativa del divulgatore civile, Galli della Loggia con l’occhio lungo dello storico che interroga i fondamenti. Il risultato è un saggio che non semplifica, ma rende leggibile. E questo, oggi, non è poco.
Il percorso attraversa Risorgimento, età liberale, Grande guerra, tragedie totalitarie, Guerra fredda, trasformazioni della democrazia repubblicana e globalizzazione. Ma il libro non è una sequenza di capitoli scolastici: è piuttosto un atlante di snodi, una geografia essenziale che restituisce l’Unità d’Italia nel suo equilibrio precario, la fragilità della democrazia liberale, la brutalità delle ideologie novecentesche e le nuove forme — più morbide, ma non meno pervasive — del potere nel mondo contemporaneo.
Uno dei meriti più fini del volume sta proprio nella capacità di illuminare punti di vista non scontati.
Nel raccontare l’Italia liberale, per esempio, gli autori riescono a evocare con una pagina limpida il senso di una modernizzazione incompiuta, senza indulgere nei luoghi comuni.
Allo stesso modo, nel trattare il rapporto fra totalitarismi e masse, c’è un passaggio di rara efficacia in cui mostrano come la propaganda funzioni non tanto come “imposizione”, ma come offerta di appartenenza: un dettaglio che vale, da solo, molti manuali.
Altro tratto felice è la capacità di coniugare Italia ed Europa senza gerarchie: nella narrazione della Grande guerra, nell’analisi della fragilità delle democrazie tra le due guerre, nella lettura della Repubblica italiana e delle sue torsioni negli anni Settanta e Ottanta, tutto appare inserito in un contesto più ampio, non provinciale, profondamente storico.
Il libro non pretende di essere definitivo; pretende, piuttosto, di essere utile.
E lo è.
Perché restituisce una storia d’Italia che non indulge nella nostalgia né nella condanna aprioristica, ma offre al lettore un filo, una bussola, una grammatica minima per orientarsi nel passato e — inevitabilmente — nel presente.
È un volume che può essere letto in poche ore, ma che rimane addosso per la nettezza del tono e per la serietà dello sguardo.
Una sintesi breve, sì, ma tutt’altro che “minima”.
Solferino accompagna l’operazione con un’edizione chiara, curata, pensata per un pubblico ampio, fedele alla linea di divulgazione rigorosa che ormai caratterizza il marchio.
Non sorprenderebbe vederne estratti circolare a lungo nelle scuole e nei corsi universitari introduttivi: è un libro che si presta a essere tramite, non conclusione.
In un’Italia che fatica spesso a leggere il proprio passato senza ideologie, questo volume è un invito discreto ma fermo:
guardare la storia non per giustificare, ma per capire.
E per capire davvero, a volte, serve proprio ciò che questo libro offre: la buona arte della chiarezza.