È raro assistere alla restituzione di un’opera che, pur affondando le radici nel pieno Seicento napoletano, giunge fino a noi con l’aura sottile delle cose perdute e ritrovate. La serenata a tre voci Clori, Lidia e Filli di Alessandro Scarlatti, riscoperta da Elia Pivetta in collaborazione con Simone Vallerotonda, appartiene a questa categoria fragile e luminosa: un unicum nel vasto corpus scarlattiano, custodito in fonte unica presso la Biblioteca del Conservatoire Royal di Bruxelles e quasi certamente legato a un’occasione precisa — la festa dell’Ottava del Corpus Domini del 1701, celebrata a Napoli nel Palazzo della Posta.
Un frammento di cronaca dell’epoca, riportato dalla Gazzetta di Napoli del 7 giugno, testimonia che quella serata si concluse “con scelte voci e nobili strumenti”, e la menzione del “Regio Mastro di Cappella Scarlatti” suggerisce un clima di splendore musicale che la partitura riscoperta lascia trasparire a ogni pagina.
La struttura e l’unicità dell’opera
L’organico previsto — due soprani e un contralto, due violini, viola, liuto e continuo — disegna un microcosmo narrativo in cui la tipica alternanza di recitativi, arie e duetti è intercalata da frequenti ritornelli strumentali, segno di una scrittura viva, teatrale, pienamente immersa nell’estetica affettiva di fine Seicento.
L’elemento più sorprendente rimane però il liuto obbligato: in un’aria centrale il liuto instaura un vero dialogo concertante con la voce di Filli, rispondendo poi al concertino degli archi e del cembalo. È una scelta inusuale per Scarlatti, che qui sembra voler elevare uno strumento generalmente associato al piano ombra del continuo alla dignità di protagonista.
Questo dettaglio basta a chiarire perché la riscoperta sia tutt’altro che secondaria: ci troviamo davanti a un tassello espressivo capace di modificare la percezione stessa del “modo scarlattiano” di pensare la voce e il colore strumentale.
La tournée della rinascita
Dal debutto moderno al Bologna Festival, passando per Musikàmera (Venezia), il ciclo di concerti ha progressivamente messo a fuoco un linguaggio interpretativo sempre più affine allo spirito della partitura. Le tappe successive di Udine, Messina e Lamezia Terme hanno consolidato questa lettura, portandola verso la naturale destinazione conclusiva: Roma, nella cornice raccolta e simbolica del Refettorio dei Minimi a Trinità dei Monti.
È un percorso che restituisce la misura in cui una partitura “nuova” — nuova per noi, antica per il tempo — ha bisogno di respirare nelle mani degli interpreti, di maturare nei colori, nelle agogiche, nel fraseggio.
Il ruolo dei Bassifondi e la mano di Vallerotonda
Questa rinascita non può essere compresa senza considerare l’identità artistica de I Bassifondi, ensemble nato da un’idea di Simone Vallerotonda per esplorare un repertorio che unisce liuto, tiorba, chitarra barocca e basso continuo in una prospettiva filologica attenta alle fonti, ai manuali di diminuzioni e all’improvvisazione quale nucleo vivo della prassi seicentesca.
Il tratto distintivo di Vallerotonda — musicista raffinatissimo, risultato di una formazione solidissima e di una ricerca filosofica e musicologica personale — è la capacità di coniugare rigore delle fonti, naturalezza retorica, intelligenza teatrale, senso del colore e della parola.
La scelta di affrontare una serenata così complessa, dal profilo tanto singolare, rivela un pensiero musicale capace di leggere Scarlatti oltre il cliché dell’opera pastorale, portandone alla luce la vena più sperimentale.
Le tre voci in scena
Il triangolo pastorale affidato a Valeria La Grotta (Filli), Gaia Petrone (Clori) e Francesca Boncompagni (Lidia) mette insieme tre ritratti vocali molto diversi, ma accomunati da un comune denominatore: la profonda familiarità con il repertorio seicentesco italiano.
La Grotta, con la sua linea limpida e controllata, possiede la duttilità necessaria per sostenere il dialogo con il liuto obbligato; Boncompagni porta in dote la precisione stilistica maturata nel repertorio barocco europeo; Petrone dà densità e centro alla tessitura più grave, ritrovando nell’accento contraltile un equilibrio raro.
Si tratta di un ensemble vocale capace di affrontare una scrittura cameristica che richiede precisione ma anche morbida plasticità: non “voci su strumenti”, ma voci dentro un respiro strumentale.
Il concerto di Roma
La tappa romana del Roma Festival Barocco, il 4 dicembre 2025, è stato l’ultimo capitolo di un viaggio interpretativo che ha ricostruito un tassello importante della produzione scarlattiana.
In un luogo carico di storia come il Refettorio dei Minimi, la serenata — nata per una celebrazione sacra, e destinata a un’udienza aristocratica abituata alle finezze della scrittura vocale napoletana — ha finalmente ritrovato quella dimensione di intimità rituale per cui era stata pensata.
L’ascolto romano ha confermato ciò che questa riscoperta lascia intuire: che Scarlatti non è solo un monumento del barocco italiano, ma un autore ancora capace di sorprendere, di spostare il baricentro, di scrivere pagine dove il colore del liuto, la flessuosità delle voci e la grammatica affettiva si intrecciano in un equilibrio irripetibile.