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© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  8 Dicembre 2025

 
  Il peso della vittoria
nel Cesare di Giacomelli
 
 

 

Ci sono opere che oggi non vengono meno per debolezza intrinseca, ma perché il nostro ascolto contemporaneo ha smarrito la pazienza delle forme drammatiche che non offrono gratificazioni immediate. Cesare in Egitto di Geminiano Giacomelli, riproposto da Alpha Classics sotto la direzione di Ottavio Dantone, appartiene a quel repertorio che non chiede di essere amato: pretende di essere compreso.
Non offre scorciatoie, non concede seduzioni, non illumina con la facilità di chi cerca l’applauso. Chiede invece un ascolto che sappia riconoscere che il teatro, nel 1735, non era ancora psicologia, ma responsabilità.

Giacomelli si colloca in un momento decisivo della storia musicale italiana: l’ultimo fuoco del pre-metastasiano, quando la retorica degli affetti non era più l’esuberanza monteverdiana né la geometria perfetta dell’opera riformata. Il suo linguaggio sembra trattenuto da una forza interiore che preferisce l’insistenza al ventaglio, il peso alla varietà, la decisione all’emozione.
Una musica che non cerca di sedurre, ma di tenere, come un argine che affronta il fiume.

Il suo Cesare non è quello più noto delle nostre abitudini teatrali. Qui il protagonista non è la seduzione del potere, ma la sua solitudine. Non troviamo la brillantezza del condottiero che conquista e incanta: troviamo l’uomo che regge il proprio ruolo come una corazza inevitabile.
È un Cesare privo di esibizionismi, ma denso, concentrato, vigile: un personaggio che non si spiega, ma si impone.

L’aria più nota, Col vincitor mio brando, è spesso ridotta — per pigrizia — a pagina di bravura marziale. In realtà è un autoritratto drammatico: non un trionfo, ma una confessione. La coloratura non scintilla, soppesa; la tessitura non esalta, grava; il fiato non corre, resiste.
Qui la vittoria non è un vanto: è un peso che il canto espone senza retorica, lasciando affiorare una tensione morale più che una vittoria militare.
La spada non brilla: pende.

In questo quadro, la scelta degli interpreti assume un ruolo drammaturgico decisivo. E la nuova incisione Alpha trova una coerenza rara, perché ogni voce agisce non come individualità isolata, ma come parte di un organismo scenico.

Il Cesare di Arianna Vendittelli merita una menzione particolare. Non solo per la solidità tecnica, per la precisione del gesto vocale o per la naturalezza con cui governa l’agilità: ciò che conta è l’idea drammaturgica che la sostiene. La linea non si limita a sostenere il personaggio: lo crea. L’emissione, sempre sorvegliata, sembra definire un codice morale più che una dinamica teatrale. Vendittelli non cerca di ingrandire Cesare: lo concentra.
Il risultato è un ritratto di una nobiltà asciutta, quasi implacabile, in cui il potere non è mai ostentato, ma portato — come un peso antico — con una lucidità che appartiene solo agli interpreti più consapevoli.

La Cleopatra di Emöke Baráth è figura di rara intelligenza musicale. Non si abbandona alla seduzione come gesto esteriore; la trasforma in strategia. Il fraseggio è un tessuto continuo, morbido ma vigile, capace di passare da una luminosità di smalto a una concentrazione interna quasi meditativa. Ogni legato sembra preceduto da un pensiero, ogni ornamentazione è un atto di interpretazione, non un cedimento alla grazia.

La Cornelia di Margherita Maria Sala porta nel dramma una gravità che non affonda mai nel compianto. La qualità del timbro, scuro e insieme trasparente, dà al dolore una forma verticale, composta, che non chiede empatia ma rispetto. La sua presenza scenica — anche solo attraverso il microfono — mantiene intatta una nobiltà che il personaggio raramente riceve nelle esecuzioni moderne.

Il Tolomeo di Valerio Contaldo è costruito con una lucidità tagliente. La voce non si fa mai caricatura, non indulge mai nel veleno facile: incide. Nei recitativi, la parola ha una precisione chirurgica; nelle arie, Contaldo dosa la tensione con intelligenza, evitando il grottesco e cercando una freddezza controllata che rende il personaggio sorprendentemente moderno.

L’Achilla di Filippo Mineccia trova la misura tra forza e controllo. La voce ha una consistenza che non diventa mai opaca; la sua ambizione è resa con una tensione interna, non con l’ingrossamento del gesto. È un Achilla che non esplode: preme. E questa pressione dà al ruolo una profondità inattesa.

Il Lepido di Federico Fiorio, ruolo minore ma non secondario, offre quel tocco di lucidità retorica che tiene insieme le pieghe narrative più sottili. Fiorio canta con eleganza e precisione, restituendo al personaggio una dignità spesso trascurata.

Su tutto, la direzione di Ottavio Dantone getta un’ombra lunga e necessaria. Non c’è un gesto che cerchi la superficie; non c’è un tempo scelto per sedurre; non c’è una tavolozza coloristica esibita come virtuosismo orchestrale. La sua è una lettura che incide più che dipingere.
I tempi avanzano con una logica interiore ferma, quasi inesorabile; le dinamiche respirano come parte del dramma e non come decorazione; l’Accademia Bizantina scolpisce ogni linea con un’attenzione sottilissima, rifiutando ogni morbidezza ornamentale.

Qui non c’è feticismo filologico: c’è coscienza storica.
Non c’è pittoresco barocco: c’è ordine drammatico.
Ed è proprio questa scelta a restituire al Cesare una vitalità che letture più edonistiche difficilmente saprebbero sostenere.

Alpha Classics compie un gesto editoriale non ornamentale, ma storiografico: incastonare questo titolo accanto alle grandi riscoperte degli ultimi anni non come curiosità, ma come tassello mancante nel mosaico del Settecento italiano.
Non è un revival: è una restituzione.

E allora questo Cesare appare per ciò che è sempre stato: un dramma che non concede varietà facile, un teatro che non distribuisce emozioni a buon mercato, una macchina scenica che non brilla — brucia.
L’opera non cerca di essere amata. Chiede di essere rispettata.
E questa incisione le restituisce non solo una voce, ma un volto, una postura, un destino.

In un tempo che consuma tutto con feroce rapidità, un’opera che rifiuta l’immediatezza diventa quasi un atto di resistenza.
Un teatro che non lusinga il pubblico, ma lo costringe a crescere.

Questo Cesare non chiede amore: chiede ascolto.
E in quell’ascolto, così severo e così raro, ritrova la sua necessità
.

 

 
 
Gabriele Vitella
 
 

Dettagli incisione:

GEMINIANO GIACOMELLI — CESARE IN EGITTO, dramma per musica in tre atti (Venezia, 1735, seconda versione)

Arianna Vendittelli (Cesare), Emőke Baráth (Cleopatra), Margherita Maria Sala (Cornelia),
Filippo Mineccia (Achilla), Valerio Contaldo (Tolomeo), Federico Fiorio (Lepido);
Accademia Bizantina; Ottavio Dantone, direttore.

Alpha Classics — ALPHA1141 · 22 agosto 2025

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