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© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  14 Dicembre 2025

 
  La parola e il disegno  
 

 

C’è un momento dell’anno, nelle grandi città europee, in cui il calendario musicale sembra piegarsi a un rito condiviso, quasi a un richiamo antico che torna puntuale come il freddo e le luci nelle strade. A Londra, a Berlino, a Vienna, ma anche a Milano, questo rito ha spesso un nome preciso: Messiah. Non si tratta soltanto di “programmare Händel” in vista del Natale, ma di rimettere in circolo un’opera che, fin dal 1742, continua a interrogare il rapporto tra musica, parola sacra e comunità degli ascoltatori. L’oratorio, concepito per la Quaresima e per un contesto non liturgico, ha finito per incarnare la stagione dell’attesa e della nascita, inserendosi nel tessuto invernale delle città come un appuntamento identitario: si va ad ascoltare il Messiah per verificare lo stato di salute di un’orchestra, di un coro, ma anche per misurare il proprio modo di stare nel mondo rispetto a un testo che non coincide più con la fede di chi ascolta, ma che continua a parlarci di giustizia, fragilità, riscatto.

Nel contesto milanese, l’esecuzione del Messiah all’Auditorium di Milano da parte della Sinfonica di Milano – con un direttore come Fabio Biondi – assume un significato particolare. Da un lato, si innesta in una tradizione ormai consolidata di oratori e pagine sacre proposte come grandi appuntamenti di stagione; dall’altro, porta dentro quella stessa tradizione un’istanza di alleggerimento, di asciuttezza, quasi di “ritorno alle origini”, che ha a che fare con la rilettura delle fonti, con la filologia, ma anche con un gusto contemporaneo meno incline all’enfasi. L’idea di affidare questo repertorio a un musicista che ha fatto del rapporto con il Settecento il proprio territorio naturale non è neutra: significa spostare l’asse dal monumento all’articolazione, dalla massa al disegno.

La storia del Messiah è, del resto, una storia di trasformazioni continue. Nato per la Dublino del 1742, in una sala relativamente piccola, con un organico ridotto, pensato per un pubblico di borghesia colta e aristocrazia illuminata, l’oratorio è stato via via ingrandito, amplificato, orchestrato, monumentalizzato. Dai cori sterminati dell’Ottocento vittoriano alle versioni riorchestrate – celebre quella mozartiana, che aggiunge fiati e colori “moderni” – fino alle letture “gigantistiche” del Novecento, il Messiah è stato di volta in volta specchio della sensibilità dei suoi esecutori. Riportarlo a una dimensione più raccolta, come fa Biondi, significa non tanto rifiutare quella storia, quanto affiancarle un’altra strada: quella di un dialogo più vicino con la scrittura, con la retorica musicale, con l’intreccio tra recitativi, arie e cori che costruisce una drammaturgia implicita senza ricorrere alla scena.

Il Messiah di Händel, in questo tempo dell’anno, non è mai soltanto un concerto. È un varco: un punto in cui l’ascolto rallenta e prende forma un diverso ordine interiore. All’Auditorium di Milano, Fabio Biondi affronta la partitura con un senso di chiarezza che restituisce al capolavoro händeliano la sua essenza più autentica: non il gigantismo, non la solennità sovraccarica, ma una lettura limpida, attenta, capace di dare spazio alla parola senza incastonarla in un rituale pesante. La sala, con la sua acustica controllata, favorisce questo approccio: tutto respira in una dimensione nitida, quasi cesellata.

L’orchestra della Sinfonica di Milano risponde con una qualità che colpisce per ordine e consapevolezza stilistica. Gli archi, alleggeriti e rifiniti, disegnano un tessuto agile, privo di opacità; la cura delle articolazioni, specie nei passaggi fugati, permette alla struttura di emergere con naturalezza. Il basso continuo – saldo, discreto, mai protagonista – crea un fondamento stabile, mentre i fiati intervengono con misura, senza compiacimenti, come elementi di una trama che privilegia la sobrietà al colore appariscente. Ne risulta un insieme che rinuncia a ogni retorica e trova il proprio equilibrio nell’intelligenza del dettaglio.

Il Coro Sinfonico di Milano affronta le pagine collettive con una verticalità ben governata e una dizione curata. Nei grandi blocchi – And the glory of the Lord, Hallelujah, Worthy is the Lamb – la massa sonora rimane compatta senza perdere trasparenza né chiarezza del testo. I piani dinamici sono gestiti con buon controllo, e la costruzione delle frasi lunghe evita l’enfasi gratuita, mantenendo un profilo che privilegia l’ordine al pathos.

Giulia Semenzato offre un’interpretazione di grande equilibrio e rigorosa attenzione, fedele alla pagina tanto nel disegno generale quanto nel dettaglio. La linea vocale procede con cura e pieno controllo, sempre limpida nel suo tracciato, sostenuta da un’emissione costantemente ordinata e stilisticamente molto attenta. Nel “Rejoice greatly” si apprezza soprattutto la nitidezza dell’organizzazione musicale, priva di compiacimenti, condotta con chiarezza e misura, senza indulgere mai oltre ciò che la partitura richiede. L’accento rimane composto, voluto, proiettato in un registro di purezza formale che trova il suo centro nella precisione assoluta. Nel complesso, la sua presenza vocale si distingue per coerenza, pulizia e disciplina interpretativa, pienamente integrata nella visione tracciata da Biondi.

Gaia Petrone presenta un timbro rifinito, un legato omogeneo e una compostezza che ben restituisce la natura introspettiva dei numeri più meditativi.

Jorge Navarro Colorado si distingue per la chiarezza della dizione e l’agilità naturale, con un fraseggio sempre equilibrato, in piena consonanza con l’impostazione generale della serata.

Fabrizio Beggi porta in scena una voce salda e autorevole, con accenti nitidi nei momenti più solenni della terza parte; il suo “The trumpet shall sound” mostra un notevole controllo dell’attacco e una buona consapevolezza della linea.

La direzione di Fabio Biondi si impone come un gesto di lucidità. Non sovrascrive la partitura: la lascia emergere. I tempi evitano tanto la fretta quanto il compiaciuto rallentamento, preferendo la naturalezza della flessione; le transizioni sono nette ma non taglienti, e l’intera struttura del Messiah si presenta con una linearità narrativa che restituisce alla musica la sua logica interna. È una lettura che non cerca l’effetto ma la comprensione; non richiede l’emozione immediata, preferendo il respiro ampio della forma.

Il Messiah rimane un’opera che parla della trasformazione: non soltanto quella della parola biblica, ma anche quella dell’ascoltatore. In questa interpretazione così nitida e controllata, la trasformazione non passa attraverso la spettacolarità, ma attraverso la chiarezza. Una chiarezza che non pretende, non sovrasta, non si impone come retorica: si deposita con discrezione, lasciando che la musica diventi un luogo di ascolto interiore. Ed è proprio in questa essenzialità che si rivela la forza più duratura di questa serata.

Se si osserva da lontano il percorso che il Messiah ha compiuto nella storia dell’interpretazione, la lettura proposta all’Auditorium di Milano si colloca chiaramente sul versante di quella che potremmo chiamare una “rinuncia al superfluo”. Lungi dal voler impressionare attraverso il numero di esecutori o la massa sonora, Biondi preferisce il lavoro sulla trama interna: sui contrasti tra recitativi secchi e accompagnati, sull’alternanza tra arie intime e pagine di proclamazione collettiva, sull’intreccio delle voci nella grande architettura dei cori finali. È una scelta che si iscrive nella linea di un gusto contemporaneo che avverte la necessità di restituire al Settecento la sua capacità di parlare al presente non in quanto “grande repertorio”, ma in quanto linguaggio vivo, leggibile, articolato.

Non va sottovalutato, in questo quadro, il ruolo dell’Auditorium di Milano e della Sinfonica nella diffusione di un’idea di repertorio sacro che non sia semplice riproposizione liturgica, ma occasione di confronto con la tradizione europea. Proporre il Messiah in una forma così controllata significa anche sfidare un certo immaginario legato all’opera: quello delle esecuzioni “da cartolina”, dei cori sterminati, dell’“Hallelujah” intonato quasi per automatismo. Qui, quell’“Hallelujah” arriva invece come punto di passaggio di un percorso costruito con coerenza, non come episodio isolato: l’applauso è inevitabile, ma la percezione è quella di un segmento dentro un discorso, non di un fuoco d’artificio a sé stante.

Dal punto di vista dell’ascoltatore contemporaneo, abituato a un sistema di consumo musicale spesso rapidissimo e frammentato, un oratorio come il Messiah chiede ancora un atto di fiducia: restare seduti, seguire l’inglese del testo, restituire alla lentezza una dignità che il nostro tempo tende a negare. In questo senso, la lettura di Biondi è quasi pedagogica: rifiuta la facile spettacolarità, privilegia la chiarezza del discorso, affida alla struttura stessa dell’opera – ai suoi ritorni, alle sue riprese, alla sua circolarità – il compito di accompagnare l’ascolto. Chi cerca l’emozione immediata, il brivido a effetto, forse resterà spiazzato; chi accetta di lasciarsi guidare, troverà in questa serata una forma di concentrazione rara.

Se è vero che non tutte le esecuzioni del Messiah rimangono impresse per la loro carica visionaria, è altrettanto vero che esistono interpretazioni che lasciano dietro di sé una traccia più sottile: una sorta di chiarificazione interiore, un ordinamento del pensiero. La serata milanese appartiene a questa seconda categoria. Non cerca di imporsi come evento “storico”, non pretende di ridefinire la tradizione, ma offre allo spettatore un punto di vista saldo, consapevole, in cui ogni scelta – di tempo, di dinamica, di colore – appare giustificata da una logica unitaria. Ed è proprio questa coerenza complessiva, forse più ancora delle singole prove, a donare la sensazione che, per qualche ora, musica e parola abbiano disegnato uno spazio in cui ritrovare, almeno per un momento, un ordine possibile.

 

 
 
Gabriele Vitella
 
 


Note spettacolo:

 

AUDITORIUM DI MILANO – FONDAZIONE CARIPLO
14 dicembre 2025

“MESSIAH”
di Georg Friedrich Händel

Oratorio in tre parti per soli, coro e orchestra

Interpreti:

Giulia Semenzato, soprano
Gaia Petrone, mezzosoprano
Jorge Navarro Colorado, tenore

Fabrizio Beggi, basso

Coro Sinfonico di Milano
Orchestra Sinfonica di Milano
Fabio Biondi, direttore

 


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