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© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  27 Gennaio 2026

 
  A che cosa serve la memoria  
 

 

Ogni società costruisce i propri rituali civili. Alcuni nascono per ricordare, altri per rassicurare. La Giornata della Memoria corre ogni anno questo rischio: trasformare un evento che dovrebbe disturbare la coscienza in una liturgia che la placa.

Ricordare, tuttavia, non significa celebrare.
Significa pensare contro se stessi.

La Shoah non è soltanto un fatto storico collocabile tra il 1933 e il 1945, né un capitolo concluso della storia europea. È un evento-limite che continua a interrogare il nostro modo di concepire la civiltà, la razionalità, il progresso. Non per ciò che è stato, ma per ciò che ha reso possibile.

Ridurre Auschwitz a un’esplosione di barbarie equivale a rassicurarsi: il barbaro è sempre altro da noi. Ma ciò che rende la Shoah un trauma permanente della cultura europea è esattamente il contrario. Essa prende forma dentro una civiltà alfabetizzata, giuridicamente strutturata, tecnologicamente avanzata; una civiltà che ha deciso di mettere consapevolmente i propri strumenti migliori — diritto, burocrazia, organizzazione, scienza — al servizio dell’annientamento.

Auschwitz-Birkenau non è il simbolo del caos, ma dell’ordine. Non dell’irrazionalità, ma di una razionalità che ha rinunciato a interrogarsi sul proprio fine.

Questo è il punto che continua a disturbare, ed è per questo che viene spesso rimosso. Perché obbliga a riconoscere che la civiltà non è una garanzia morale. Può funzionare anche senza coscienza. Può operare con precisione anche quando ha perso il senso del limite.

Lo sterminio non inizia con le camere a gas. Inizia quando l’essere umano viene tradotto in linguaggio amministrativo. Quando il singolo diventa categoria, il volto diventa dato, la vita diventa “caso”. Inizia quando la lingua smette di nominare persone e comincia a gestire problemi.

Prima della violenza fisica, c’è una violenza semantica.

È qui che la Shoah interroga il presente. Non perché le forme storiche si ripetano identiche, ma perché i meccanismi mentali sono riproducibili. Ogni sistema che separa l’efficienza dalla responsabilità, ogni apparato che premia l’obbedienza a scapito del giudizio, ogni linguaggio che neutralizza l’altro riducendolo a funzione, riattiva — in altra scala, in altra forma — lo stesso dispositivo.

Hannah Arendt parlava di “banalità del male” non per assolvere, ma per aggravare la colpa: il male più pericoloso non è quello che si riconosce come tale, ma quello che si esercita senza più porsi domande, all’interno di procedure ritenute normali.

Per questo la memoria non è un esercizio sentimentale. È un esercizio critico. Non serve a confermare che siamo dalla parte giusta della storia, ma a chiederci quali condizioni rendono possibile smettere di esserlo.

Ogni epoca elabora il proprio vocabolario dell’esclusione. Cambiano le parole, non la funzione. La memoria serve a riconoscere quei segnali prima che diventino sistema: quando la complessità viene derisa, quando l’empatia viene trattata come debolezza, quando la semplificazione diventa virtù civica.

Se la memoria diventa soltanto un rito, smette di funzionare.
Diventa una forma di autoassoluzione collettiva.

Ricordare, invece, dovrebbe significare accettare un’inquietudine permanente: la consapevolezza che nessuna civiltà è immune, che nessun progresso è irreversibile, che nessuna razionalità è innocente se non è accompagnata da responsabilità.

La memoria non serve a chiudere il passato.
Serve a impedire che il presente smetta di pensare.

 

 
 
Gabriele Vitella
 
 

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