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© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  18 Marzo 2026

 
  Ciò che non si guarda
torna come destino
 
 

 

I.

Il 14 giugno 1966, con discreta sobrietà burocratica, la Santa Sede pubblicò la Notificazione con cui l’Index Librorum Prohibitorum veniva abolito. Quattro secoli e mezzo di censura istituzionalizzata si chiudevano in mezza pagina. L’Indice era stato istituito da Paolo IV nel 1559 con ambizioni totalizzanti: contenere la deriva luterana, arginare il pensiero libero, proteggere — così si diceva — i fedeli dal contagio delle idee pericolose. Tra i libri inizialmente proibiti figuravano il Decameron di Boccaccio, il De Monarchia di Dante, Il Principe di Machiavelli, l’Orlando furioso dell’Ariosto.¹ Nel corso dei secoli sarebbero stati aggiunti Galileo, Kant, Spinoza, Voltaire, Rousseau, Foscolo, D’Annunzio, Moravia, Sartre, Simone de Beauvoir. Il catalogo dell’eccellenza europea, in buona sostanza.

Cosa si tentava davvero di fare, mettendo al bando Boccaccio? La domanda non è retorica. Boccaccio non predicava il nichilismo, non sovvertiva l’ordine sociale, non incitava alla violenza. Raccontava uomini e donne interi: con la loro astuzia, il loro desiderio, la loro crudeltà e la loro grazia. Metteva in scena, in altre parole, ciò che ogni società ben ordinata preferisce non vedere: la natura umana nella sua complessità irriducibile. La censura non temeva il testo. Temeva ciò che il testo poteva risvegliare nel lettore.

Questa distinzione è fondamentale, e richiede uno sguardo che vada più in profondità della superficie politica. Richiede, per essere precisi, uno sguardo psicologico nel senso che Jung intendeva: non la psicologia come scienza dei comportamenti individuali, ma come ermeneutica della psiche collettiva, come strumento per leggere ciò che le culture fanno quando non capiscono quello che stanno facendo.

 

II.

In Aion — la grande opera del 1951 dedicata alla fenomenologia del Sé e alla simbolica cristiana — Jung enuncia quella che chiama una “regola psicologica”:

«La regola psicologica dice che quando una situazione interiore non viene resa cosciente, essa accade all’esterno come destino. Vale a dire: quando l’individuo rimane indiviso e non diventa conscio del proprio opposto interiore, il mondo deve necessariamente agire il conflitto e venire lacerato in due metà contrapposte.»²

Non si tratta di metafora. Per Jung si tratta di un meccanismo osservabile con la stessa rigorosa attendibilità con cui un clinico registra i sintomi di una nevrosi. La psiche, individuale o collettiva, non sopporta l’incompletezza. Ciò che viene escluso dalla coscienza — rimosso, negato, proibito, bruciato — non scompare. Migra. Trova altri canali. Torna come evento esterno, come conflitto sociale, come persecuzione, come guerra culturale.

La struttura che presiede a questo movimento si chiama Ombra. Termine tecnico nella psicologia analitica, ma anche immagine di potente immediatezza: l’Ombra è ciò che il corpo non può non proiettare quando si trova alla luce. «Ogni individuo porta un’Ombra con sé», scriveva Jung in Psychology and Religion nel 1938, «e quanto meno essa è incarnata nella vita cosciente dell’individuo, tanto più nera e densa essa è. Se un’inferiorità è cosciente, si ha sempre la possibilità di correggerla. [...] Ma se è rimossa e isolata dalla coscienza, non viene mai corretta.»³

L’Ombra non è identica al Male. Questo è uno dei fraintendimenti più comuni. L’Ombra è l’insieme di ciò che l’Io ha rifiutato di riconoscere come proprio: talvolta per veri motivi morali, più spesso per convenienza sociale, paura, conformismo. Ciò che viene escluso potrebbe essere oscuro — l’aggressività, la sessualità, l’ambizione — ma potrebbe essere anche ciò che è semplicemente scomodo, inattuale, difficile da integrare nell’immagine che una comunità ha di se stessa. I classici letterari — Omero, Dante, Boccaccio, Shakespeare — sono, in questo senso, custodi professionali dell’Ombra collettiva. Contengono tutto ciò che le epoche successive hanno cercato sistematicamente di dimenticare: la violenza del potere, il desiderio che attraversa le categorie, l’ambiguità morale come condizione strutturale dell’esistere.

 

III.

Osservando ciò che accade oggi nell’Occidente anglofono — dove la rimozione dei testi letterari dai programmi scolastici è diventata, negli ultimi anni, fenomeno quantificabile e documentato — lo psicologo junghiano non dovrebbe stupirsi. Dovrebbe, semmai, riconoscere la struttura.

Nel dicembre 2024, il più grande ente esaminatore del Galles, il WJEC, ha annunciato un nuovo programma di letteratura per i GCSE — gli esami di fine scuola secondaria — con decorrenza settembre 2025. Il nuovo syllabus esclude Of Mice and Men di John Steinbeck e To Kill a Mockingbird di Harper Lee, entrambi romanzi che, per decenni, avevano rappresentato il cuore dell’educazione letteraria anglosassone. La motivazione dichiarata: la presenza di insulti razziali nei testi sarebbe “psicologicamente ed emotivamente dannosa” per gli studenti neri. La Commissioner per l’Infanzia del Galles, Rocio Cifuentes, ha dichiarato che non si trattava di censura, ma di tutela del benessere di bambini che avevano riferito il disagio provato durante quelle discussioni in classe. Non è censura. Questa frase merita attenzione, perché è strutturalmente identica a quella con cui ogni censura, nel corso della storia, ha sempre descritto se stessa.

L’Indice dei Libri Proibiti non si proponeva come censura, ma come profilassi spirituale. La damnatio memoriae romana non era un atto di vendetta, ma di igiene pubblica. I roghi di libri nei regimi totalitari del Novecento erano, per i loro esecutori, misure sanitarie contro il pensiero patologico.

Il punto non è equiparare moralmente contesti radicalmente diversi. Il punto è riconoscere la forma: la rimozione del testo che parla dell’Ombra non elimina l’Ombra. La rende semplicemente innominabile. E ciò che è innominabile è, per definizione, impossibile da elaborare.

Steinbeck e Harper Lee non hanno scritto libri che glorificano il razzismo. Hanno scritto libri che lo mostrano: nella sua quotidiana brutalità, nella sua banale pervasività, nella sua capacità di corrompere anche le menti che credono di esserne immuni. To Kill a Mockingbird è un lungo e straziante atto d’accusa contro la coscienza bianca del Sud americano. Rimuoverlo perché contiene ciò che descrive equivale a togliere le foto di guerra dai libri di storia perché fanno paura. La paura, in questo caso, è precisamente l’effetto che quei libri devono produrre. La paura che insegna.

Non diverso, nella struttura psicologica, è l’altro versante del fenomeno. Negli Stati Uniti, con la cosiddetta book ban wave che ha moltiplicato per tre il numero di testi rimossi dalle biblioteche scolastiche tra il 2022 e il 2024, la pressione viene prevalentemente da coalizioni conservatrici che chiedono l’esclusione di libri che trattano di sessualità, identità di genere, razza. Nello Stato del Texas, una legge del 2024 — il Senate Bill 13 — ha imposto alle biblioteche scolastiche la rimozione di materiali con contenuti “indecenti”. Il risultato pratico: in un solo distretto scolastico, quello di New Braunfels, oltre 1.500 titoli sono stati rimossi o limitati, tra cui opere di Melville, Austen, Hugo, Shakespeare, Omero e Ayn Rand.

Due movimenti opposti, due discorsi opposti, due vocabolari opposti. Ma la struttura psicologica è identica: entrambi tentano di proteggere una coscienza collettiva dal contatto con ciò che quella coscienza non riesce, o non vuole, integrare. La sinistra progressista rimuove i libri che mostrano il razzismo perché il razzismo deve essere invisibile per non ferire. La destra conservatrice rimuove i libri che mostrano l’omosessualità o la complessità sessuale perché quella complessità deve essere invisibile per non contaminare. In entrambi i casi, il testo è trattato come agente patogeno. In entrambi i casi, ciò che si teme non è il testo, ma il movimento interiore che il testo può innescare nel lettore.

 

IV.

C’è un concetto junghiano che illumina con precisione clinica questo meccanismo: la proiezione. L’Io, individuale o collettivo, non sopporta di riconoscere in sé ciò che non si adatta all’immagine che ha di se stesso. Lo proietta allora all’esterno, attribuendolo a un oggetto, a un gruppo, a un testo. Il testo diventa il portatore di ciò che la comunità non riesce a nominarsi. E la sua eliminazione, lungi dall’essere un atto di igiene, è l’atto psicologico più rischioso che una cultura possa compiere: isolare il contenuto rimosso dalla possibilità di essere elaborato.

Jung descrive questo processo con una formula che vale la pena di citare per intero: «Quando l’individuo rimane indiviso e non diventa conscio del proprio opposto interiore, il mondo deve necessariamente agire il conflitto e venire lacerato in due metà contrapposte.» Sostituiamo “individuo” con “comunità”, e il ritratto del nostro presente culturale è già compiuto. Destra e sinistra che si lanciano vicendevolmente accuse di censura, ognuna convinta di difendere la libertà mentre la comprime, ognuna incapace di riconoscere che il proprio furore moralizzante è esattamente simmetrico a quello che condanna.

La guerra culturale contemporanea è, in termini junghiani, un gigantesco episodio di Ombra collettiva non integrata. Ogni campo proietta sull’altro ciò che non riesce a vedere in se stesso: l’autoritarismo, l’intolleranza, il pensiero magico, l’impulso punitivo. E poiché nessuno dei due campi compie il lavoro di guardare la propria Ombra, il conflitto non può che intensificarsi. Diventa, per usare le parole di Jung, destino: qualcosa che sembra accadere dall’esterno, ma che in realtà è la proiezione di un contenuto psichico non risolto.

Anche in Italia, in forme diverse, questo meccanismo si fa visibile. Nel marzo 2025, la biblioteca Oriano Tassinari Clò di Bologna si è trovata al centro di una polemica nazionale perché una studentessa undicenne aveva preso in prestito Heartstopper, la graphic novel di Alice Oseman che racconta una storia d’amore tra adolescenti maschili. Esponenti della Lega hanno chiesto la rimozione dei “libri propagandistici” dalle sezioni per minori delle biblioteche pubbliche. L’Associazione Italiana Biblioteche ha espresso formale solidarietà ai bibliotecari, denunciando “un segnale di un clima che rischia di diventare ostile rispetto alla libertà di informazione e alla sua accessibilità.”

Il caso italiano è strutturalmente inverso a quello gallese o californiano, ma psicologicamente identico. Ciò che varia è il contenuto dell’Ombra che si vuole rendere invisibile: là il razzismo storico dei classici, qui la varietà delle esperienze affettive contemporanee. Ciò che non varia è il gesto: togliere il libro. Sottrarre alla coscienza collettiva il testo che potrebbe avviare un movimento interiore difficile, perturbante, necessario.

 

V.

Qui è necessario fermarsi su ciò che un libro fa, dal punto di vista della psicologia del profondo. Un testo letterario di qualità non è un documento ideologico: è uno spazio di incontro tra la coscienza del lettore e contenuti che appartengono, nella terminologia junghiana, all’inconscio collettivo. La grande letteratura è grande precisamente perché porta in superficie strati di esperienza umana che la vita quotidiana tiene compressi: la morte, il desiderio, il tradimento, la colpa, la grazia. Essa offre — in un contesto simbolico, in un recinto narrativo sicuro — la possibilità di incontrare l’Ombra senza esserne sopraffatti.

Questo è il motivo per cui la censura letteraria è sempre, dal punto di vista psicologico, un atto autolesionista. Non elimina l’Ombra: priva la comunità dello strumento più raffinato di cui dispone per integrarla. E l’Ombra non integrata, come Jung mostrava con insistenza, non resta immobile. Si accumula. Cresce di densità e peso. Finché non trova un’uscita: il capro espiatorio, la violenza simbolica o reale, la polarizzazione, il fanatismo.

Il paradosso è che le civiltà che bruciano i libri lo fanno, quasi invariabilmente, nel nome di un ideale di purezza. La purezza della fede, per l’Inquisizione. La purezza della razza, per i nazisti. La purezza dei bambini, per i censori contemporanei di destra e di sinistra. L’ideale di purezza è esso stesso un sintomo: indica la presenza di un’Ombra tanto densa che non si riesce nemmeno ad ammettere che esista. Jung ricordava che la luce non crea le ombre eliminando il buio, ma illuminandolo. L’alternativa è una luce accecante che non vede nulla.

Omero non è un manuale di mascolinità tossica, così come Boccaccio non è un manuale di libertinismo. Sono testi che portano in scena la totalità dell’essere umano, nella sua irriducibile ambivalenza. Nell’Iliade, Achille è il guerriero e il piangente; Ettore è il padre che accarezza un figlio terrorizzato dall’elmo del proprio padre prima di andare a morire. Priamo che striscia tra i cadaveri per recuperare il corpo del figlio è forse la scena più alta mai scritta sulla dignità dell’amore paterno. Chi ha veramente letto l’Iliade non può averne estratto un elogio della violenza: ne ha ricavato, se ha letto con attenzione, un lamento sulla violenza. Un lamento lungo ventiquattro libri.

 

VI.

Nella psicologia analitica, il processo che permette di integrare l’Ombra senza esserne distrutti porta un nome preciso: individuazione. Non è un processo indolore. Richiede, come Jung scriveva, “un considerevole sforzo morale”. Richiede la volontà di guardare ciò che è scomodo, di riconoscere nell’altro ciò che si teme in se stessi, di tollerare l’ambivalenza invece di risolverla artificialmente in una delle due parti.

Le grandi opere letterarie sono, in questo senso, strumenti di individuazione collettiva. Non perché insegnino valori — questa è la riduzione più banale dell’esperienza estetica — ma perché aprono uno spazio in cui la coscienza del lettore può incontrarsi con ciò che normalmente esclude. Il lettore che finisce il Macbeth non è uscito indenne: ha attraversato, in forma simbolica, l’ambizione omicida, il rimorso, la dissoluzione. E ne è emerso, se il testo ha funzionato, non più ignorante di quella parte di sé.

Esiste nella psicologia junghiana anche il concetto di funzione trascendente: la capacità della psiche di sintetizzare, in forme nuove, contenuti apparentemente inconciliabili. La tensione tra conscio e inconscio, tra Io e Ombra, non si risolve eliminando uno dei due poli, ma attraversandola. Il grande romanzo, la grande poesia, il grande dramma sono luoghi in cui questa funzione trascendente si esercita collettivamente. Sono, per usare una metafora che Jung avrebbe apprezzato, i laboratori alchemici della cultura.

Quando una cultura rimuove questi testi — da destra o da sinistra, in nome della purezza o del benessere — non semplifica il proprio compito. Lo rende impossibile. Rinuncia allo strumento. E l’Ombra, rimasta senza forma e senza nome, torna come destino: come conflitto che “sembra” venire dall’esterno, come polarizzazione che si inasprisce senza apparente ragione, come violenza simbolica che si normalizza fino a non stupire più nessuno.

 

VII.

C’è una nota di Jung che dovrebbe figurare come epigrafe in ogni biblioteca e in ogni commissione ministeriale che si occupi di programmi scolastici. La si trova in Psicologia e religione, ed è dedicata all’Ombra collettiva: “Un tale uomo sa che qualunque cosa vi sia di sbagliato nel mondo è in lui stesso, e se impara soltanto a trattare la propria Ombra ha fatto qualcosa di reale per il mondo. È riuscito a sobbarcarsi almeno una parte infinitesima dei giganteschi, irrisolti problemi sociali dei nostri giorni.”³

Il problema, naturalmente, è che guardare la propria Ombra è molto meno confortante che bruciare quella degli altri. L’istinto di censura è l’istinto di proiezione nella sua forma più organizzata: attribuire a un testo, a un’immagine, a un’idea, la responsabilità di ciò che appartiene alla propria psiche non esaminata. La comodità è enorme. Il prezzo psicologico, egualmente enorme.

Nei millenni che l’Occidente ha impiegato a costruire il proprio canone letterario, qualcosa di essenziale si è accumulato nei testi: non valori, non ideologie, non manuali comportamentali. Si è accumulata esperienza psichica. L’esperienza di generazioni che hanno cercato di accendere una luce di significato nell'oscurità del mero esistere — come scriveva Jung — trovando nei grandi testi la forma di quella ricerca. I grandi libri sono il deposito di questa luce. Non insegnano come si deve essere. Mostrano come si è stati, come si è, come si può essere. Nella loro totalità, non nella loro parte redenta.

Rimuoverli, da qualunque direzione, per qualunque ragione, è un gesto che la storia ha ripetuto molte volte. Non è mai andato bene. L’Ombra rimossa non si dissolve: si addensa, si oscura, e un giorno — puntualmente, impietosamente — accade fuori, come destino. 

 
 
Gabriele Vitella



 

Note

 

1. Per l’elenco dei titoli originariamente compresi nell’Index Librorum Prohibitorum si veda: Vittorio Frajese, La censura in Italia. Dall’Inquisizione alla polizia, Laterza, Roma-Bari, 2014; e la voce ‘Indice dei libri proibiti’ in Wikipedia (it.wikipedia.org), che rimanda alle fonti primarie.

 

2. C.G. Jung, Aion. Ricerche sul simbolismo del Sé [1951], Opere Complete, vol. 9/II, Bollati Boringhieri, Torino. Il passo citato corrisponde al par. 126 nell’edizione inglese (Collected Works 9ii): “The psychological rule says that when an inner situation is not made conscious, it happens outside, as fate. That is to say, when the individual remains undivided and does not become conscious of his inner opposite, the world must perforce act out the conflict and be torn into opposing halves.”

 

3. C.G. Jung, Psicologia e religione [1938], Opere Complete, vol. 11, Bollati Boringhieri, Torino, p. 131 (ed. inglese: Psychology and Religion: West and East, CW 11, p. 131): “Everyone carries a shadow, and the less it is embodied in the individual’s conscious life, the blacker and denser it is.” Il secondo brano è a p. 140 della stessa edizione.

 

4. Of Mice and Men e To Kill a Mockingbird rimossi dal curriculum GCSE gallese: notizia confermata da molteplici fonti giornalistiche britanniche (Yahoo News UK, North Wales Pioneer, Jersey Evening Post, The Scottish Farmer), dicembre 2024. Il nuovo syllabus WJEC entra in vigore nel settembre 2025.

 

5. PEN America, America’s Censored Classrooms (report annuale). I dati citati si riferiscono all’anno scolastico 2023-2024: oltre 10.000 episodi di censura documentati nelle scuole pubbliche statunitensi.

 

6. Texas SB 13 e il distretto di New Braunfels ISD: dati pubblicati da PEN America, marzo 2026 (pen.org/1500-books-banned-in-texas/).

 

7. Caso Heartstopper, biblioteca Oriano Tassinari Clò, Bologna, marzo 2025. Le dichiarazioni dell’AIB (Associazione Italiana Biblioteche) sono tratte dalla nota ufficiale pubblicata su aib.it, aprile 2025.

 

 
 
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