Close

Questo sito utlizza cookie. Può leggere come li usiamo nella nostra Privacy Policy.


© Gabriele Vitella

Un blog che vuol essere un caffè con le Muse.

S
enza l’Arte non potremmo essere vivi.


 
  25 Novembre 2025

 
  Affitta un ombrello  
 

 

In Giappone esistono mestieri che altrove sembrerebbero usciti da un racconto di fantascienza: fidanzate a noleggio, parenti “provvisori”, persone pagate per ascoltare, camminare a fianco, fare presenza. Non sono bizzarrie folkloristiche: sono risposte pragmatiche a quella forma di solitudine urbana che prende il nome con la stessa naturalezza con cui si prende un tè. In questo stesso orizzonte — dove le relazioni non si definiscono per intensità ma per servizio, durata e discrezione — Laura Imai Messina colloca la sua invenzione più sottile: una donna che accompagna sconosciuti sotto l’ombrello. Un tratto di strada, niente di più. Eppure è lì, in quel gesto minimo, che il romanzo trova la sua forza.

Non si tratta di una trovata narrativa. Messina non ha l’urgenza di sorprendere: ha l’urgenza di osservare. Il libro non somiglia a un romanzo nel senso a cui siamo abituati — con la sua trama, la sua progressione, i suoi colpi di scena — ma a un clima, a un sistema meteorologico in cui le emozioni prendono forma come precipita l’acqua, per densità, ritmo, inclinazione. Le parole giapponesi che denominate i diversi tipi di pioggia non sono un esercizio di stile: sono il vocabolario emotivo di una protagonista che registra il mondo così, per gradi di umidità e di resistenza, come se l’acqua fosse la vera lingua madre dalla quale lentamente tradurre la propria esistenza.

La premessa — una donna che presta il proprio ombrello per lavoro — potrebbe sembrare materiale da anime romantico, ma Messina la maneggia con una consapevolezza che appartiene più alla letteratura che all’intrattenimento. In Occidente, un’idea simile rimanda subito a Rent a Girlfriend, il manga di Reiji Miyajima che ha trasformato il “noleggio affettivo” in una macchina narrativa fatta di equivoci, accelerazioni, cliffhanger e triangolazioni emotive. Messina invece fa il contrario: parte dalla stessa infrastruttura sociale — un servizio per colmare, temporaneamente, una mancanza — e la distilla in qualcosa di quasi immobile, di sospeso, di delicatamente asimmetrico. Laddove Miyajima costruisce tensione, lei costruisce silenzio. Dove il manga moltiplica eventi, lei li sottrae fino a lasciarne solo l'impronta.

La sua Tokyo non è quella dei grattacieli scintillanti, dei quartieri pulsanti, delle folle che travolgono. È una città percorsa nei punti dove la pioggia cambia il passo: sottopassi stretti, rampe che costringono a rallentare, luci di konbini che tremano sulle pozzanghere. Luoghi in cui due persone possono camminare fianco a fianco sotto lo stesso ombrello e restare distanti pochi centimetri — centimetri che valgono tutto. Il romanzo vive in questi margini, nella parte bassa della città, dove la vita non alza mai la voce.

Ci sono pagine che hanno la stessa delicatezza di Kore’eda, quella capacità di mostrare la dignità delle vite minime senza forzarle in un arco narrativo; dialoghi che sembrano quasi camminare lentamente, come accade nei migliori momenti di Hamaguchi; interni dove la luce e l’acqua diventano un’unica sostanza, come in Kawase. E, in filigrana, un’idea di prossimità trattenuta che in Occidente associamo subito a Wong Kar-wai: non per imitazione, ma per affinità di sguardo. Messina sa benissimo che l’emozione più forte non è quella che esplode: è quella che resta in sospeso quando due persone si sfiorano e non si capisce se è paura o desiderio a tenerle ferme.

E poi c’è la pioggia: personaggio silenzioso e onnipresente. La si sente nell’aria come nei film di Makoto Shinkai, dove l’acqua non è un semplice sfondo ma una condizione, un limite, una promessa. La “metrica” della pioggia in Shinkai — quel modo in cui la luce si frantuma, in cui il suono cambia — trova nel romanzo una traduzione letteraria sorprendentemente fedele all’effetto emotivo, non all’effetto visivo. Messina non usa la pioggia come un’idea poetica: la usa come un punto di vista. È la pioggia a dire quando avvicinarsi, quando aspettare, quando non rischiare.

La protagonista, Aya, non viene mai definita da un passato raccontato in modo lineare, né da una psicologia esposta come una diagnosi. È un personaggio che esiste soprattutto per sottrazione. Il lettore la conosce attraverso il modo in cui guarda il mondo, attraverso i dettagli che decide di annotare, attraverso la distanza che tiene — e che fatica a tenere — quando cammina accanto agli altri. I clienti che accompagna sono figure che sfiorano la pagina e poi svaniscono: un coro di presenze leggere, capaci di modificare un’inflessione del testo senza pretendere una scena.

Il romanzo si muove come una serie di “quadri atmosferici”: ogni capitolo è una variazione sul tema dell’acqua e del contatto umano. È una struttura insolita per la narrativa italiana, e forse proprio per questo affascinante: la storia non va da A a B, non costruisce, non prepara, non esplode. Accade. Come accade un acquazzone. Come accade un incontro. Come accade quel tipo di intimità che non ha bisogno di manifestarsi per esistere.

Le illustrazioni di Emiliano Ponzi, disseminate nel volume, sono un controcanto perfetto. Non raccontano, non interpretano, non “decorano”. Amplificano. Sono superfici dove la luce si arrende alla pioggia, dove la città si restringe in un’inquadratura che potrebbe essere un frame di Shinkai se non fosse per quella asciuttezza cromatica che è tutta occidentale. La loro funzione non è descrittiva, è atmosferica: rendono più chiaro il clima emotivo, non la scena.

La forza reale del romanzo, però, non è né nell’idea né nell’ambientazione: è nel modo in cui Messina racconta la distanza. Ci sono libri che parlano di amore; questo parla dello spazio che c’è prima dell’amore, o dopo, o invece. Lo spazio in cui si cammina senza pretendere niente, dove due persone possono condividere un tratto di strada e capire, senza dirlo, che non tutto deve diventare “relazione” per avere dignità. La cura non è un gesto plateale: è un’ombra portata sopra la testa di qualcuno, senza chiedergli di ricambiare.

Messina non propone soluzioni, non offre diagnosi, non porta a compimento nulla. Non promette catarsi. Promette verità minime. E semplicemente rivela che alcune storie crescono come una foresta: lente, stratificate, accidentali, capaci di emergere all’improvviso dopo anni in cui sembravano scomparse.

È forse per questo che Le parole della pioggia si legge così: come qualcosa che non viene incontro al lettore, ma lo aspetta. È un libro che non chiede dedizione, ma presenza. Bisogna soltanto starci sotto, come sotto un ombrello prestato da qualcuno che non conosciamo. Il tratto di strada è breve; la sensazione, invece, rimane.

E alla fine, ciò che Messina mette in scena non è un amore e nemmeno un non-amore: è quella forma di vicinanza fragile che non ha nome, non pretende futuro e non deve evolversi in nulla per essere reale. Una relazione provvisoria, come un’ombra portata da qualcun altro mentre piove.

Un ombrello affittato, quindi.
Che rivela più di quanto protegge.
E basta questo — davvero — per farne un romanzo importante.

 

 
 
Gabriele Vitella
 
 


Informazioni bibliografiche:

 

Laura Imai Messina, Le parole della pioggia
Einaudi, 2025
Formato: brossura / ebook


ENGLISH VERSION

VERSION FRANÇAISE


 



BACK TO   /   INDIETRO A

Tavola dei contenuti




Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.
Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
L’autore non ha alcuna responsabilità per i siti segnalati; il fatto che il blog fornisca questi collegamenti non implica l’approvazione dei siti stessi, sulla cui qualità, contenuti e grafica è declinata ogni responsabilità.

 

All rights reserved. Any unauthorized copying or recording in any manner whatsoever will constitute infringment of such copyright and will render the infringer liable to an action of law.

Tutti i diritti riservati. Qualsiasi tipo di copiatura e registrazione non autorizzata costituirà violazione del diritto d’autore perseguibile con apposita azione legale.

Dimensioni video ottimali: 1024 x 768